Francesco Carini
Homo sum
19 Luglio Lug 2016 0900 19 luglio 2016

Senza fatti, le manifestazioni non onorano Borsellino

Paolo Borsellino

di Francesco Carini

[…]Sono morti per noi abbiamo un debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente continuando la loro opera… Rifiutando dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne, anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, facendo il nostro dovere. La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo egli mi disse: la gente fa il tifo per noi, e con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che un appoggio morale della popolazione dà al lavoro dei giudici. Significava qualcosa di più, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze. Paolo Borsellino

Queste sono le parole che Paolo Borsellino pronunciò a cavallo fra l’attentato in cui perse la vita il giudice Falcone e quel maledetto 19 luglio di 24 anni fa. Oltre a rappresentare l’epilogo della fiction diretta da Gianluca Maria Tavarelli, questo monologo è stato ripetutamente proiettato in occasione di commemorazioni in onore del magistrato palermitano. Mi chiedo se i giovani che organizzano alcune di queste “parate”, capiscano il senso di tali frasi, oppure prendano esempio da certi professionisti dell’antimafia, che utilizzano le citazioni delle vittime della macrocriminalità come uno spot pubblicitario.

Insegnamenti come quello sopracitato rappresentano le basi di un’autentica rivoluzione culturale tramite cui ricostruire la società sulla meritocrazia reale, che toglierebbe la terra sotto i piedi alla mafia dai colletti bianchi, quella che ha distrutto dalle fondamenta il nostro paese.

Alla base del potere di questo cancro in metastasi stanno due elementi: il clientelismo e l’omertà. Il primo è così definito dall’antropologo Ernest Gellner:

«Il clientelismo è caratteristico di un certo tipo di società, non del tutto centralizzata, nella quale individui e gruppi che, se non sono proprio marginali, sono almeno poco privilegiati, non possono accedere a certi vantaggi - sebbene in teoria ne abbiano il diritto - senza ricorrere ai buoni uffici e alla protezione di un uomo ben collocato: un patrono».

La seconda ha una radice tanto irrazionale quanto radicata nella società italiana in genere e direttamente collegata al concetto di uomo d’onore, che è colui il quale “si fa i fatti suoi”. Il vero uomo di rispetto è chi bada agli affari propri, non permettendo ad altri di intromettervisi. Ma questa sarà solo una relazione “inter pares”, dal momento che un confronto del genere non si può instaurare con un potente, da cui si possono ricavare delle briciole secondo qualche rapporto diadico, mai erga omnes.

In ottica contemporanea, il clientelismo (patronage) si basa su un rapporto gerarchico di fedeltà e sul silenzio, che in questo caso coincide appunto con l’omertà, lo stesso sentimento che determina il tacere di giovani ed adulti davanti a benefici immediati. Come ho avuto modo di scrivere recentemente, la Meglio Gioventù è stata piegata ad una situazione prettamente siciliana in cui i detti “Menu sai, megghiu è” (Meno sai meglio è), “Caliti iuncu ca passi a china” (Piegati finché non passa la piena) o “Cu è riccu di amici, è povero di guai” (Chi è ricco di amici, è povero di guai) sono diventati i must. Coloro i quali hanno studiato o addirittura sono tornati inella propria terra per cambiare la situazione, applicando ciò che avevano imparato fuori, sono stati: messi alle corde per reali condizioni di sussistenza, spinti ad un ruolo sociale sempre più periferico in puro stile mobbing o mossi nuovamente a riprendere le stesse valigie. Oltre alle migliaia di morti, probabilmente la mafia è riuscita a cambiare in peggio la coscienza dei siciliani e degli italiani in genere. In particolare, essa è riuscita ad uccidere la speranza verso un reale miglioramento etico e sociale, oltre che a determinare attraverso il clientelismo la diaspora delle migliori menti, favorendo il permanere di molta gente mediocre (magari in posti chiave), spesso ricattabile in quanto priva di meriti e/o di valori comunitari, non egoistici.

Ne Il Gattopardo, Burt Lancaster, don Fabrizio, sentenziava: «Il sonno caro Chevalier, un lungo sonno… Questo è ciò che i siciliani vogliono ed essi odieranno sempre tutti coloro che vorranno svegliarli, sia pur per portar loro i più meravigliosi doni. E detto tra noi, io dubito sinceramente che il Nuovo Regno abbia molti regali per noi nel suo bagaglio. Da noi, ogni manifestazione, anche la più violenta, è un’aspirazione all’oblio. La nostra sensualità è desiderio d’oblio. Le schioppettate e le coltellate: desiderio di morte. La nostra pigrizia, la voluttuosità dei nostri sorbetti: desiderio di immobilità, cioè, ancora di morte». E francamente, a distanza di decenni, non c’è molto da stare allegri, analizzando le infiltrazioni mafiose legate alla spartizione degli appalti nelle grandi opere pubbliche, da Nord a Sud passando per la capitale, senza dimenticare altri esempi di malsano (magari non mafioso, ma a dir poco putrido) meccanismo, che ha portato nel recente passato interi settori, come quello della Formazione Professionale in Sicilia, ad essere gestiti come affari privati.

Finché non si porranno le basi per quel movimento culturale lontano dal misero compromesso e che aspira al fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino, è purtroppo inutile organizzare manifestazioni. Queste, naturalmente non tutte (dato che la manifestazione in sé stessa rappresenta il sale della democrazia), sanno involontariamente di beffa nei confronti di un gigante palermitano tutto d’un pezzo morto per le istituzioni, che, ancora oggi, a distanza di 24 anni, rappresenta il meglio della società italiana, la cui parte peggiore resta ancorata al familismo amorale e a misere vie di mezzo, invece che basarsi sul merito e sulla trasparenza, elementi essenziali per una libertà reale e lo sviluppo armonico di una nazione.

«La mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre elementari». Gesualdo Bufalino

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