Vittorino Ferla
La Luna storta
9 Agosto Ago 2016 1035 09 agosto 2016

10 dem, un Monaco e alcune (deboli) idee sulla riforma

Franco Monaco

Com’è noto, dieci parlamentari del Pd hanno deciso di rappresentare pubblicamente il proprio NO al Referendum costituzionale. Lo hanno fatto con un documento pubblico che critica la riforma Boschi per vari motivi. Ne citiamo, per esempio, tre: perché “le riforme costituzionali non sono la priorità in agenda”, questo Parlamento “presenta un deficit di autorevolezza a causa del Porcellum”, la riforma vede “un protagonismo improprio ed esorbitante del governo”.

10 ‘dem’ dicono NO

Tre motivi che appaiono davvero ‘lunari’ (e davvero facili da smontare).

In primo luogo, le riforme costituzionali sono una priorità dell’agenda politica da almeno 30 anni. Anche le recenti rielezione e dimissioni di Napolitano – sottoscritte da largo profluvio di applausi da parte dei membri del Parlamento - erano legate proprio alla necessità di finalizzare questo percorso riformatore e all’impegno assunto dai Parlamentari, compresi gli attuali 10 dissidenti.

In secondo luogo, a meno che non vogliamo pensare che in questi mesi l’Italia abbia vissuto nell’‘antimateria’ istituzionale, occorre ricordare che il Parlamento ad oggi ha discusso e approvato decine di provvedimenti cruciali nella pienezza dei suoi poteri e senza alcun vizio di legittimazione.

Infine, il protagonismo del governo in un processo di riforma costituzionale è inevitabile per l’ovvia ragione che il governo, in una democrazia parlamentare, non è un potere separato e ostile al corpo elettorale e alla sua rappresentanza politica, bensì l’espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni. Inoltre, sappiamo com’è andata: Forza Italia aveva sostenuto questa riforma almeno fin quando il suo leader non ha pensato di rovesciare il tavolo secondo antiche abitudini.

La firma del cattolico Franco Monaco

E’ abbastanza interessante che tra i firmatari di questo documento vi sia anche Franco Monaco, deputato del Pd di tradizione cattolico-democratica, già Presidente dell’Azione cattolica ambrosiana a cavallo tra anni ’80 e’90, poi presidente dell’Associazione Città dell’uomo, ulivista e collaboratore di Romano Prodi.

In un recente articolo per Avvenire, Monaco non soltanto contesta la riforma costituzionale, ma si stupisce per il fatto che importanti associazioni di matrice cattolica, democratica e popolare – come Acli, Coldiretti e Cisl – abbiano deciso di votare Sì. L’errore – secondo Monaco – sarebbe sia di metodo che di merito.

Sul piano del metodo, le organizzazioni citate dimostrerebbero di non essere autonome e la loro scelta sarebbe viziata da collateralismo.

Sul piano del merito, appare strano per Monaco che delle associazioni cattoliche possano accettare una riforma che promuove la democrazia ‘decidente’ a scapito della autonomia sociale e istituzionale.

Ancora una volta delle motivazioni ‘lunari’ che lasciano esterrefatti.

Collaterale a chi?

Se riflettiamo sul primo argomento – quello del metodo – sembra che a Monaco sfugga parecchio della storia recente del cattolicesimo democratico. Un mondo certamente differenziato, ma in molte parti protagonista di una lunga stagione di impegno per garantire la transizione delle istituzioni italiane verso una democrazia compiuta.

Un esempio? Già dalla fine degli anni ’80 la Fuci aveva cominciato ad animare un dibatitto in vista di una transizione verso una democrazia matura, rilevando da un lato il mutamento degli attori del sistema politico e la sempre maggiore difficoltà dei partiti a presentarsi come canali della volontà popolare, dall’altro il cambiamento di quei fenomeni che tale sistema politico dovrebbe regolare e la progressiva deriva della sovranità delle sedi istituzionali.

In questa direzione l’idea di riformare le istituzioni politiche in crisi e - in particolare - di stimolare una riforma delle regole della competizione democratica attraverso un referendum abrogativo della legge elettorale vigente, lanciata durante il ‘famoso’ Congresso di Bari della Fuci del 1989 e seguita dall’adesione al comitato promotore, era vista come uno strumento di sblocco dello status quo. Il risultato del 9 giugno 1991 – che aveva abrogato le preferenze elettorali - confermò questa scelta e provocò la definitiva legittimazione del dibattito sulle riforme nelle vicende politiche italiane. Da quel momento il dibattito sulla riforma si è allargato anche alla Costituzione fino ad arrivare alle famose Tesi dell’Ulivo – che Monaco dovrebbe ancora ricordare – e al progetto costituzionale odierno.

L’impegno di allora fu dunque profetico: sia per la sua autonomia rispetto a principi di fedeltà politica allora resistenti – altro che collateralismo! – sia per la sua capacità di anticipare il posizionamento di alcuni soggetti sociali e l’evoluzione del quadro politico-istituzionale.

Con buona pace di Franco Monaco, quale che sia il risultato del voto e l’opinione di ciascuno, è evidente l’influenza del lavoro culturale dei soggetti del mondo ecclesiale più avanzato degli anni ’80 e ’90 sull’attuale testo della riforma costituzionale. Nessuna meraviglia, dunque, che soggetti come Acli, Cisl e Coldiretti, oggi, sostengano il Sì.

Autonomia e decisione fanno la democrazia

Veniamo quindi alle osservazioni di merito. Che poi si riducono ad una: l’idea cioè che al rafforzamento dei processi decisionali consegua la mortificazione della rappresentanza e della partecipazione.

In primo luogo, l’argomento è falso. Chi vota un partito o un candidato non vota soltanto per avere un rappresentante in Parlamento, ma anche perché quelle idee e quei programmi vengano realizzati da una maggioranza attraverso un’azione di governo. Una maggioranza stabile capace di sostenere un governo che abbia il tempo e gli strumenti per raggiungere i suoi obiettivi sono risorse necessarie per valorizzare la rappresentanza politica dei cittadini elettori. Nel caso contrario, la rappresentanza si riduce ad una mera fotografia dei rapporti di forza e le scelte rimangono affidate a oligarchie che usano il voto dei cittadini a proprio piacimento.

In secondo luogo, nemmeno è vero che questa riforma si limiti a rafforzare l’esecutivo a scapito delle autonomie sociali e istituzionali. Da una parte, infatti, la creazione di un Senato delle autonomie regionali nobilita il ruolo delle rappresentanze territoriali e iscrive le autonomie istituzionali in un quadro nazionale. Per le Regioni, questa sembra un’occasione unica per dimostrare che – dopo il fallimento di questi anni – possono ancora essere utili. Dall’altra parte, poi, non soltanto viene mantenuta la norma costituzionale sulla sussidiarietà orizzontale e l’attivismo civico (articolo 118, ultimo comma, della Costituzione), ma vengono anche rafforzati o introdotti strumenti di partecipazione rilevanti: basti pensare al referendum propositivo, all’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare, all’abbassamento del quorum per i referendum abrogativi.

Insomma, le remore di Franco Monaco vanno prese per quello che sono: il frutto di un (risalente) pregiudizio culturale e di una (più recente) distorsione cognitiva. Non necessariamente in linea con la migliore tradizione riformatrice del cattolicesimo democratico.

Articolo già pubblicato su www.landino.it

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