Marco Viviani
Tecnopinioni
14 Agosto Ago 2016 1548 14 agosto 2016

Clickbaiting mon amour, ma non per Zuckerberg

"Non crederai mai a questa notizia: clicca qui per scoprirlo". Un clic dopo l'altro, intere fasce di popolazione costruiscono le loro opinioni con ciò che trovano - meglio: fanno loro trovare - in Rete. Tutti lo sanno, pochi fanno qualcosa per limitarne gli aspetti meno edificanti. Sempre più editori e partiti politici al contrario sfruttano questo ambiente e le sue regole per sondare l'opinione pubblica e magari costruirne una a loro vantaggio.

È accaduto e nessuno sembra sapere come reagire: i servizi online e le app spingono alla nostra immediata soddisfazione, ultimi eredi della logica consumistica cascata nel mondo immateriale; siccome però non è il Bengodi (l'industria non cresce, l'economia è ferma, l'occupazione è assaltata dalla robotizzazione) quei medesimi consumatori soffrono di una "sindrome da usurpazione" (ne parla George Saunders in un articolo sui sostenitori di Donald Trump, commentata brillantemente da Luca Sofri sul suo blog) che alimenta una montagna di frustrazione generalizzata. Siamo spinti a soddisfare ogni nostra esigenza e siccome questo non è possibile aumenta a dismisura la frustrazione, perché molte persone odiano il fatto di non riuscirvi mai abbastanza e così per quella sindrome di cui sopra incolpano qualcuno. La nostra epoca, che è quella che doveva garantirci la massima disponibilità di beni e la soddisfazione completa del nostro narcisismo, ci ha invece bruscamente risvegliati, schiaffeggiati.

Il pensiero sotteso che avrete notato nella mentalità di moltissimi commentatori compulsivi è che se le cose non vanno dev'essere per forza colpa di qualcun altro. E le tecnologie che costruiscono le nostre opinioni confortano questa convinzione. Che ci vuole a fare il sindaco di Roma? Mando un video di due minuti, lo so io come si fa. Se non ci riuscite è perché siete disonesti. Io non so nulla di un tale argomento, e allora? Per quello c'è la rete: tutta la conoscenza è distribuita, basta intercettarla, metterla insieme in una piattaforma e voilà. "Gli esperti hanno stancato", ha detto un sostenitore pro Brexit in diretta televisiva pochi giorni prima del voto che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Salvo poi scoprire che molti elettori non ne sapevano granché. Gli esperti erano stati sostituiti nient'altro che da una montagna di balle e superficialità.

Nel grado più alto della scala troviamo il populismo, più in basso la particolare devianza informativa che ha tanto successo, il clickbaiting giustamente denunciato da più parti e messo al centro del mirino niente di meno che da Mark Zuckerberg. Già perché questo giochino, che in pratica fa godere tutti assieme Beppe Grillo, Farage, Trump, neo iniziative editoriali, inconsapevoli falsi-ideologici come il ragazzo italiano gestore della pagina sulle colpe e i reati (totalmente inventati) degli immigrati e poi finito nei guai, non piace all'unico che effettivamente consente tutto questo: il boss di Facebook. Lui vorrebbe continuare a guadagnare onestamente miliardi di dollari con della pubblicità vera di aziende vere dentro un social di contenuti veri scritti da persone vere. Moltissimi utenti, invece, si sono inventati metodi sempre più infingardi per accrescere la propria audience tramite contenuti-specchio e così guadagnare dalle visite e conseguente incremento del valore per clic dei banner. Scusaci Mark, tanto sei già ricco da far schifo.

"Non crederete mai..." è l'incipit classico del clickbaiting, ma anche di questa epoca, e il senso è esattamente l'opposto: siete dei creduloni. Chi non crede seriamente in nulla - gli "usurpati", gli insoddisfatti, i frustrati delle ultime due generazioni dimenticate dall'economia e le sue promesse - è disposto a credere a tutto. Lo diceva già Chesterton, ben prima dei social. Aveva ragione. Il punto è vedere chi vincerà in questa nuova versione dell'antica battaglia tra l'interesse economico di un bene collettivizzato e l'interesse economico di un male elitario ben travestito, il che vuol dire che dovremmo scegliere tra un solo grande affluente, il colosso della silicon valley, oppure l'insieme di tanti piccoli affluenti, quei creatori di gattini, meme, clickbaiting, post pseudo-politici, pseudo-giornalistici. A vederla così, vien voglia di cambiare pianeta.

Siamo in estate, azzardo una metafora: un depuratore è generalmente una buona idea se si vuole continuare ad avere turismo sulle spiagge anche per il futuro, ma in mare aperto hai la sensazione che non ti riguardi. Per questa ragione i media stanno cambiando velocemente pelle diventando volenterosi carnefici della loro stessa reputazione. Chi di loro fa più fact-checking? Chi aspetta un secondo di più prima di pubblicare una notizia flash? Si sentono in competizione con queste tecniche, in mare aperto. Di recente il linguista George Lakof ha denunciato il comportamento lassista dei media americani, colpevoli di sdraiarsi sui trucchetti da PNL di Donald Trump senza aiutare la gente a difendersene. La programmazione in un certo senso è diventata web-linguistica. E si fotta il riscontro con la verità.

Così l'unico a provare ad installare un depuratore è Mark Zuckerberg, uno da cui non ti aspetteresti niente di particolarmente sensibile sui nostri diritti di utenti. E infatti non è sensibilità, si tratta di previdenza, di lungimiranza. In un mare pieno di schifezze prima o poi qualcuno pianterebbe una bandiera rossa. Anche se c'è sempre la possibilità che ci convincano che invece è bellissimo così, che è sempre stato così, oppure che quei dati che dovrebbero allarmarci sono falsi.

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