Antonio Fiore
Bar Lezzi – dal 1924
21 Agosto Ago 2016 1548 21 agosto 2016

The Family Whistle, la poetica dell'emigrazione

Francis Ford Coppola

Mi è capitato - ancora mi capita - di richiamare l'attenzione dei miei famigliari con un fischio. Non un suono acuto ma un leggerissimo solfeggio che si ripete, negli anni, sempre uguale. La mia famiglia, come per altre della mia terra, considera il fischio parte integrante dell'identità della propria storia e usano il richiamo fischiato per "darsi la voce". Per distinguere le famiglie, ognuno aveva ed ha un fischio personalizzato. Così era per la mia famiglia e così è stato per Agostino Coppola, nonno del pluripremiato regista Francis Ford Coppola, che da Bernalda partì verso New York portandosi quel poco che aveva e le liturgie ed i riti del quotidiano lucano.

Il fischio di famiglia ( The family whistle ) - che è anche il titolo del documentario a firma di Michele Salfi Russo che racconta l'epopea della famiglia Coppola negli States - diviene dunque sineddoche di un bagaglio culturale, antropologico, etico da consegnare a chi seguirà. Uno strumento da conservare negli attrezzi che servono nella vita. La cornice entro la quale racchiudere il proprio io e la propria storia senza per questo precludersi altre strade.

Non voglio addentrarmi, in questa sede, nella storia della famiglia poiché tutto e quanto di meglio si potesse scrivere è stato portato a compimento da Roberto Escobar sulle pagine de " il Sole 24 Ore" e da Michele Russo nel suo documentario. Credo, ad ogni modo, che sia importante il lavoro certosino condotto dal regista lucano nel ricostruire le tappe fondamentali di una storia lunga più di un secolo. Una lunghissima gestazione di un'opera che, ricordando la poetica di Pavese ne "La luna ed i falò", si inserisce per merito tra Luis Buñuel, Ari Folman e Patricio Guzmán. Raccontando Agostino, Michele racconta un qualsivoglia volto anonimo di contadino che sta per partire. La migrazione del singolo, parallela al fenomeno di emigrazione di massa del meridione d'Italia, si inserisce a sua volta dento uno spazio che assume cifre colossali che portarono ad affermare nel 1926 che in settanta anni nella Basilicata su una popolazione di un milione di abitanti la metà era emigrata, avendo la maggior parte delle famiglie lucane parenti in Europa, Argentina, Canada, Stati Uniti, o in tanti altri luoghi della mitica America. Non solo: l'emigrazione - è evidentissimo nel perfetto dialetto bernaldese che incalzano gli zii di Francis Ford Coppola - matura ed evolve in un intreccio dove il passato ed il presente si disciolgono e si struggono. Repentine cadute ed eroiche risalite centellinate da una capacità di adattamento elastico ai cambiamenti del mondo nuovo e dall'assenza della propria terra.

Lo mostra, Michele, con eleganza ed emozione. Si vede, si percepisce il senso di fluttuazione che ha ormai tirato la linea di quell'irreversibile processo che ha un prima ed un poi. Un giro di boa individuale che rende impossibile il definitivo ritorno allo spazio di partenza. Uno spazio che qualcuno ha abbandonato e resta intatto nella memoria e nelle impressioni. Ma, come tutti i componenti di una società contadina, anche Agostino ed i suoi eredi contemplano se stessi uniti alla natura, figli di un mondo arcaico rurale che non conosce tempo e spazio e non si vedono al di fuori di questo. Michele ci mostra, in un fischio, le storie di famiglie del sud che, se pur nella loro unicità, contengono similutidini e analogie.

Resta una sola zona d'ombra che difficilmente si potrà scrutare: l'emigrante posticipa sempre, convinto di poter gabbare diavoli e santi, la realtà di un non ritorno. Parla di casa ed è convinto di riuscire a farne ritorno. Spesso capita ed altre volte no. Purtroppo la nostra vita si svolge come una parabola, con una sua fase ascendente ed una discendente. Cosa avrà provato Agostino, cosa avranno provato altri come lui, quando si resero conto che era oramai irreversibilmente conclusa la parabola della vita bernaldese e lucana ed un possibile ritorno? Cosa vuol dire - non certo per noi, figli di un mondo che si muove in altri spazi ed altri tempi - essere terra e cuore, costituzione ideale di un amore che resta contro tutto e tutti ma senza più contatto?

Chi può sapere cosa voglia dire rendersi conto che il tempo del ritorno è scaduto? Chi sa quanto tempo è passato e non tornerà più tra scalcinati muri di bianco intonaco.

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