Daniele Grassucci
Dopo Skuola
26 Agosto Ago 2016 1549 26 agosto 2016

Terremoto: ricostruire è possibile, ripartiamo dalla scuola

Terremoto Amatrice Pescara Del Tronto3

Uno squarcio profondo nel cuore della terra che porta via con sé non solo parte delle nostre vite ma fa crollare le nostre sicurezze. Gli effetti del terremoto che ha devastato il Centro Italia sicuramente non finiranno quando si saranno concluse le angosciose operazioni di recupero delle vittime e verrà fatto un conto dei danni; perché un sisma propaga i suoi strascichi ben oltre quel momento, come se l’onda d’urto continuasse per molto tempo ancora.

Secondi che sembrano un’eternità e la quotidianità di chi ha vissuto tutto in prima persona che non sarà più la stessa, con la paura che diventa una compagna di vita sempre presente. Ma nessuno di noi è estraneo al dramma; eventi del genere aprono mille interrogativi, su quello che si sarebbe potuto fare per evitarlo e su quello che potrebbe succedere se dovesse accadere di nuovo.

Irpinia, L’Aquila, Umbria, Friuli, Emilia: ogni volta la stessa storia. Un grande dolore, il senso di impotenza, consapevoli che non sarà l’ultima volta che dovremo piangere vittime innocenti.

Le scuole, in particolar modo, diventano protagoniste di qualsiasi riflessione. Perché, in questi eventi, si mostrano vulnerabili, quasi inermi, spettatrici del disastro. Luoghi a cui affidiamo i nostri ragazzi, il nostro futuro; dovrebbero essere quanto di più sicuro ci possa essere. Invece no, lo dicono anche gli esperti: secondo il Consiglio Nazionale dei Geologi sarebbero oltre 24mila le scuole in zone a rischio sismico, praticamente la metà degli istituti italiani. La data di costruzione della maggior parte di esse risale a prima del 1980, quando non c’era la minima conoscenza dei criteri antisismici.

Per questo, la domanda che si fanno le famiglie all’indomani di disastri del genere è sempre la stessa: e se il terremoto avesse colpito di giorno, durante l’anno scolastico, quando le aule sono affollate?

Purtroppo, pescando dall’archivio della memoria, siamo in grado di trovare anche una possibile risposta. La mente corre al terremoto che colpì il Molise nel 2002, con il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia. Il bilancio fu drammatico: 27 bambini e un’insegnante morti sulle 64 persone presenti in quel momento all’interno delle aule.

Sono passati quattordici anni ma, nonostante le nuove tecniche di costruzione e gli sforzi delle istituzioni per avviare un programma coerente e scadenzato di adeguamento delle strutture – come il progetto “Scuole Sicure”, parte integrante della riforma sulla “Buona Scuola” - la sensazione è che i nostri ragazzi non siano al sicuro. Parlano i fatti. Ad Amatrice, il Comune più colpito dal terremoto, anche la scuola antisismica (ristrutturata nel 2012) si è sbriciolata sotto i colpi delle scosse. Facile immaginare a quale destino sianoandate incontro quelle più vecchie.

In queste ore sono in corso delle verifiche non solo negli istituti delle zone terremotate. Dall’Emilia-Romagna meridionale all’entroterra campano, passando per l’Umbria, il Lazio e le Marche, fino alle coste adriatiche dell’Abruzzo; è un corsa contro il tempo per assicurarsi che l’anno scolastico, ormai alle porte, inizi senza rischi ulteriori. Eppure parliamo anche di città e paesi a centinaia di chilometri di distanza dall’epicentro del sisma; ulteriore conferma che nessuno si sente al riparo.

I primi a non sentirsi protetti sono gli stessi studenti. Secondo un’indagine condotta da Skuola.net proprio all’indomani del sisma, del 24% dei ragazzi che raccontano di vivere in una zona a rischio sismico, 1 su 3 ha affermato che il proprio istituto non è antisismico e non ha subito lavori di adeguamento. Ma quello che manca è proprio una “cultura antisismica” che parta dalla scuola: il 28% degli intervistati afferma di non aver ricevuto da questa alcuna istruzione su come comportarsi in caso di terremoto, poco meno (il 22%) di non aver nemmeno mai svolto una prova di evacuazione per simulazione di terremoto tra le sue mura scolastiche. Servirebbe un maggior impegno, anche degli stessi ragazzi, per imparare a gestire i momenti di panico; altrimenti il risultato è che un’eventuale evacuazione si trasformi in un caos generale. Dalla stessa ricerca è infatti venuto fuori che le simulazioni - effettuate periodicamente dalle scuole – spesso si rivelano un flop; vuoi perché i ragazzi non prendono sul serio le prove, vuoi perché i docenti non sono adeguatamente formati a coordinare la fuga.

Ma, allora, cosa possiamo fare? C’è una soluzione perlomeno per attenuare i rischi di un disastro annunciato? Qualcuno è arrivato a sostenere che dovremmo seguire l’esempio di altri Paesi “sismici” – come la Turchia e il Cile – dove gli edifici a rischio che non hanno valore storico vengono demoliti per essere ricostruiti con criteri moderni. Anche perché avviare un programma generale di messa in sicurezza è un’impresa titanica: le risorse disponibili non sarebbero sufficienti rispetto ai bisogni e ci vorrebbero troppi anni.

Non tutto, però, è perduto. La tenacia, la generosità e la laboriosità del popolo italiano ci hanno lasciato in eredità anche storie che danno una speranza. Come il caso di Onna, il piccolo comune della provincia de L’Aquila, letteralmente spazzato via dal terremoto del 2009, dove proprio la scuola materna del paese venne ricostruita a tempo di record (in appena 31 giorni di lavoro). E se, quasi sicuramente, per i ragazzi di Amatrice, Arquata, Accumoli, Pescara del Tronto l’anno scolastico inizierà in un tendone o in un edificio di fortuna, ricostruire in maniera sicura è possibile.

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