Diego Corrado
Avenida Brasil
27 Agosto Ago 2016 1123 27 agosto 2016

Con il mandato di Dilma termina in Brasile la "rule of law"

24Ago2016

Con la fase finale del processo di impeachment, in corso in questi giorni al Senato, il Brasile mostra al mondo la sua vera faccia.

Ricostruire l'immagine internazionale del paese che fino a pochi anni fa si imponeva all'attenzione del mondo come l'unico in grado di unire democrazia, crescita economica e riduzione della disuguaglianza richiederà tempi lunghi e un'opera paziente.

Perché quanto si sta svolgendo al Senato è peggio di quanto visto alla Camera, che il 17 aprile autorizzò l'apertura del processo con una seduta presto ribattezzata dai media internazionali "circo degli orrori", per la sguaiatezza di cui diedero prova i deputati pur in un momento così grave per la nazione.

No, al Senato tutto si svolge con lucida freddezza. Con impassibile tranquillità il principale testimone dell'accusa, il procuratore della Corte dei Conti Julio Marcelo Oliveira, ha negato l'evidenza, essere un militante anti-Dilma, a suo tempo promotore di manifestazioni pro-impeachment, prima di essere smascherato con inequivoca documentazione reperita sul momento via internet ed essere per questo declassato da testimone a "informante". Con serenità l'altro testimone d'accusa, Antonio Carlos D’Ávila Carvalho, auditor esterno della Corte dei Conti, ha ammesso di aver collaborato con il primo nella stesura del parere sul quale poi si sarebbe dovuto esprimere, senza peraltro incorrere in alcuna conseguenza.

Con naturalezza i senatori pro-impeachment hanno deciso di astenersi dal porre domande ai testimoni della difesa di Dilma, al fine di accellerare la fastidiosa incombenza della loro audizione.

Perché tutti, in Brasile e fuori, hanno ormai compreso che i fatti addebitati a Dilma Rousseff non si sono mai verificati e/o che essi non configurano i reati che ne giustifichino l'allontanamento. La stessa presidente, lunedì 29, perorerà la sua causa non per cercare un'improbabile assoluzione, ma per consegnare alla storia il suo testamento politico. I pochi senatori pro-impeachment che chiedono la parola in questo surreale dibattimento evitano di porre domande ai testimoni di difesa, per impedirgli di ribadire - con le loro risposte - la pretestuosità delle accuse, preferendo rimarcare la natura "politica" del processo, che tuttavia non è previsto come tale nella Costituzione brasiliana. Questa è chiara nell'affermare la natura presidenziale della forma di governo, che non ammette voti di sfiducia. Per allontanare un presidente democraticamente eletto, la Costituzione del 1988, scritta sulle rovine della dittatura, impone l'accertamento di reati tipificati, dei quali nonostante mesi di dibattito pubblico ancora non c'è traccia.

A dare una parvenza di liceità a questo singolare "processo", in cui il verdetto è scritto da ben prima che iniziasse la sessione inaugurale, si presta il Presidente del Supremo Tribunal Federal Ricardo Lewandowski, chiamato dalla Costituzione a presiedere le sessioni del Senato trasformato in Tribunale speciale.

Quello che si ottiene però è l'effetto contrario. La presenza di Lewandowski non rende il processo in corso meno improbabile, quanto semmai contribuisce a distruggere ogni residua credibilità di un sistema giudiziario che non ha mai dato particolari prove di imparzialità, quando in gioco ci sono gli interessi delle élités. Un sistema che tuttavia fino ad oggi, fuori da momenti di eccezione come durante la dittatura militare, si era sempre preoccupato di salvare le apparenze.

C'è quindi qualcosa di più grave della rottura dell'ordine costituzionale, negli avvenimenti in corso in Brasile. Con l'interruzione del mandato di Dilma Rousseff, subisce un grave colpo anche la "rule of law", forse la conquista più importante dell'epopea umana dopo la ruota.

(nella foto di Lula Marques, Dilma Russeff partecipa il 24 agosto a una manifestazione anti-impeachment a San Paolo, in quello che probabilmente è il suo ultimo atto da presidente del Brasile)

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