Marco Viviani
Tecnopinioni
31 Agosto Ago 2016 0933 31 agosto 2016

Alla LUISS si è vista la nuova egemonia culturale

Zuck Roma Colosseo

“Mark, quali sono secondo te le tre ricette top del successo?”. “Vorrei chiederti come lavori al tuo miglioramento personale”. “Ti manca tua figlia?”. “Come ha fatto la tua azienda a sbaragliare tutta la concorrenza?”. “Davvero ti piace la storia dell’antica Roma?”.

Questo è il tono delle domande poste dagli studenti della LUISS (video) e dagli intervenuti, anche da remoto, a Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook giunto in Italia per la sua prima visita ufficiale. In un’ora di domande e risposte, il trentenne miliardario che rappresenta uno dei poteri del mondo, quello della Rete recintata dei social network, non ha mai dovuto neppure sforzarsi per affrontare temi come l’etica degli algoritmi, il rapporto economico coi media partner, il peso politico della Silicon Valley, la critica rivoltagli dal creatore del web, Tim Berners-Lee, la questione fiscale europea, o una delle centinaia di domande interessanti che una platea composta dalla futura classe dirigente avrebbe dovuto porgli. Da quel che se ne sa, però, i pochi che avrebbero voluto non hanno potuto. Perché le domande sono state opportunamente filtrate. Per non rovinare la passerella. Per rendere tutto indimenticabile come oggi si definisce quel che invece è piuttosto banale.

Milan Kundera è forse lo scrittore che meglio di tutti ha dimostrato come il vero avversario del kitsch totalitario è la domanda, e chi la pone. È proprio questo che stiamo vivendo: un’epoca di totalitarismo. L’ideologia imperante è quella del soluzionismo tecnologico, i sudditi adorano i Ceo delle web company americane, la restrizione non vista della nostra libertà si traduce nella irrilevanza di fatto della privacy, sacrificata in nome della condivisione. Perché tutto funzioni però è necessario che ogni tanto chi incarna questa ideologia esca allo scoperto e accetti di incontrare fisicamente gli utenti, i cittadini della rete sociale online, e mostri la generosa volontà di rispondere alle loro domande. Così il totalitarismo si nota meno e si fa più forte.

Quel che si è visto due giorni fa al Townhall (termine mutuato dalla politica americana), il “domande e risposte” organizzato alla LUISS con questo ospite clamoroso, è stato uno spettacolo sonnolento e deprimente. La giornata era trascorsa con la community intenta a mettere like alla corsetta in città di primo mattino, la visita al pontefice e al presidente del Consiglio, istanti immortalati da foto pubblicate sugli account ufficiali delle sue aziende (Facebook, Instagram), ma già nei giorni precedenti una pletora di giornalisti si qualificava per le scene isteriche causate dall’assenza di comunicati stampa (sia mai indagare con le proprie fonti) e per l’ansia di esserci, anche solo stare seduti in fondo senza fare domande: quelle erano solo per gli studenti. Poi si è capito perché.

Non vedo proprio come si possa accettare il divieto più o meno esplicito a fare certe domande quando ad ospitare il quarto uomo più ricco della Terra è stata una Università. Forse nel bailamme è sfuggito: si trattava di una Università. Con ciò che questo comporta dal punto di vista culturale. Direi anche costituzionale. Non era Menlo Park, era un luogo che presta un servizio di pubblico interesse, con una missione pubblica – l’Istruzione – del quale la prima lettera dell’acronimo è “libera”. Ma cosa rimane di libero quando nell’ansia spasmodica di dare risalto a un evento mediatico a nessuno interessa più approfondirne il senso? Poniamoci una sola domanda: perché Zuckerberg è tanto importante? Perché è ricco? Ce ne sono tanti. Perché è giovane e ricco? Combinazione più rara, vero, ma non c’entra neppure questo. Zuck è una star da prima pagina, da diretta di un’ora e mezza su RaiNews24 condotta dal direttore Di Bella in persona, perché Facebook e con esso le altre web company multinazionali stanno decidendo quasi tutto su come gira l’informazione, come si sostiene economicamente, quali lavori faremo e a quali dovremo rinunciare. Zuck era notizia perché è il Capo. E come tutti i capi, quando scende bisogna mettersi sull’attenti e ascoltare tutto quanto ha da dire a proposito dei valori di riferimento, delle categorie di pensiero che vanno rinfrescate nella mente per non distrarsi.

Perché sprecare tutte queste parole quando potrei usarne una sola? Conformismo. Con una punta di italianità, impareggiabile, nell’unica polemica sollevata, quella (stupidissima) sui crediti pubblicitari da mezzo milione di euro donati a Croce Rossa. A dimostrazione della nostra arretratezza: in un Paese di imprese individuali e familiari non si riesce neanche a immaginare che il fondatore di una società quotata in Borsa non ne sia assolutamente più il padrone finanziario, perciò in tanti sono rimasti delusi dal fatto che il ragazzo non avesse strappato un assegno di suo pugno per conto di Facebook. Che invece risponde a degli azionisti. L'avrà fatto forse a titolo personale, e giustamente non se n'è vantato.

L’opinione pubblica italiana non sa distinguere il patrimonio personale da quello aziendale, visto che qui spesso collimano, però a noi i Ceo della Silicon Valley piacciono tanto e incoraggiamo, come già accaduto in passato coi tycoon della televisione, la loro egemonia culturale. Per forza: la amiamo al posto e prima di capirla, di ingaggiare con lei un vero “domande e risposte”.

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