Daniele Grassucci
Dopo Skuola
2 Settembre Set 2016 1706 02 settembre 2016

#FertilityDay: ma quando la smetterete di prenderci in giro?

Fertility Day

Una provocazione? Un messaggio forse giusto nella sostanza ma pessimo nella forma? Una leggerezza gestita nel peggiore dei modi? Non sapremo mai quale sia stato il vero obiettivo della campagna sul #fertilityday, lanciata nei giorni scorsi dal Ministero della Salute. Ma un risultato sembra averlo raggiunto: mettere d’accordo tutti contro il ministro Lorenzin e, più in generale, contro le istituzioni.

Una serie di manifesti che hanno sollevato l’indignazione generale: di tutte le donne in età fertile (e non), che si sono viste così sbattere in faccia una realtà che conoscono sin troppo bene; ma anche degli uomini, indirettamente chiamati in causa e sotto sotto accusati di non fare il loro dovere; dei giovani, che per l’ennesima volta si sono sentiti presi in giro sulla loro “incapacità” di crescere.

Fatto sta che, in poche ore, il ministero è stato costretto a ritrattare: “non era una campagna contro la denatalità”, ma per aumentare la consapevolezza sulla fertilità e sui suoi tempi. È poi seguita la parziale ammissione di colpe della stessa Lorenzin: nessuno deve sentirsi offeso, se la campagna non è piaciuta ne facciamo un’altra. Ma ormai era troppo tardi e la ministra si è trovata accerchiata, pronta per essere sbranata, abbandonata dal suo stesso Governo, dichiaratosi all’oscuro di quanto stava accadendo.

I maligni hanno visto nella rivolta popolare un modo di mettere le mani avanti, la tipica reazione di chi è stato smascherato e che perciò reagisce con veemenza. Il calo delle nascite è sotto gli occhi di tutti. Eppure non è così e – in molti rimarranno sorpresi – sono i giovanissimi a non volerci stare. Loro una famiglia la vorrebbero, è l’Italia che non glielo permette.

Qui a Skuola.net abbiamo deciso di andare un po’ più a fondo e di sentire i millennial– ragazzi dai 14 ai 30 anni - per capire come abbiano davvero recepito il messaggio. La risposta? Male, molto male. La fertilità non c’entra niente, sono le condizioni strutturali del Paese a far sì che nascano sempre meno bambini. Per oltre la metà dei ragazzi interpellati l’età giusta per diventare genitori è tra i 20 e i 30 anni; altro che 35! Se solo potessero garantire a un figlio un’esistenza dignitosa.

Quasi tutti, perciò, hanno interpretato questo epic fail del Ministero come una nuova battaglia – quanto volontaria non è dato sapere - della “crociata mediatica” da tempo allestita contro i giovani italiani. Ragazzi che, da un decennio, sono nel centro del mirino. Si sono sentiti dare dei “bamboccioni” perché a differenza dei loro coetanei europei rimanevano a vivere con i genitori troppo a lungo; sono stati etichettati come “choosy” (schizzinosi) perché troppo selettivi nella ricerca di un lavoro; ora diventano “eterni bambini”.

Peccato che i nostri rappresentanti, forse, non si sono accorti di aver toccato tre campi minati: la casa, il lavoro e la famiglia; tre diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, che lo Stato dovrebbe garantire ai suoi cittadini.

Di chi è la responsabilità se un giovane, oggi, vede un contratto a tempo indeterminato come una chimera, non può comprare casa perché tanto il mutuo senza una busta paga solida non glielo concederanno mai e non può metter su famiglia per i due motivi precedenti? È colpa della società o dei ragazzi? Le risposte possono essere molteplici ma, in ogni caso, è un circolo vizioso da cui sarebbe consigliabile tenersi alla larga. Per non rischiare di dover passare giorni tra smentite e polemiche a ripetizione.

Probabilmente è vero, come recita lo slogan principale della campagna, che “la bellezza non ha età ma la fertilità sì”; ma è altresì vero che la pazienza dei nostri ragazzi ha un limite.

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