Paola Bisconti
Anam
5 Settembre Set 2016 1540 05 settembre 2016

La città che il diavolo si portò via

La Città Che Il Diavolo Si Portò Via

Con una forte carica visionaria David Toscana in “La città che il diavolo si portò via” edito da Gran Vìa e tradotto da Stefania Marinoni trasporta i lettori nei meandri di una realtà alternativa. Il racconto è ambientato in Polonia nel periodo che segue il secondo conflitto bellico. I protagonisti di questo ambizioso romanzo vivono a Varsavia dove tentano di risollevarsi dalla tragedia seminata dalla guerra mondiale provando ad attenuare il male esistenziale inferto nel corso della Storia.

“La storia era un’onda che devastava tutto al suo passaggio”.

Con una profondità di sguardo l’autore ha saputo distribuire una luce fluttuante tra le parole che compongono il romanzo e se da una parte Toscana sottopone una delle realtà storiche più buie del secolo precedente dall’altra si rivela in grado di offrire pagine luminose di speranza.

“Per un attimo l’oscurità divenne un bagliore”.

L’impresa editoriale basa il suo fluire narrativo su un mosaico di personalità. Si tratta di un gruppo di personaggi apparentemente rassegnati al disastro che li circonda ma che in realtà sono palpitanti di vita.

“In questa città bisogna festeggiare ogni giorno in cui si è vivi. Qui non si piangono i morti, si brinda ai vivi”.

A tessere la trama del testo c’è un aspirante bidello, un prete cattolico, un uomo con il volto di fanciullo e un becchino.

“La vera Varsavia si trovava si trovava nei cimiteri. C’erano più abitanti lì che nel resto della città. Più pittori, musicisti, filosofi, avventurieri, eroi e cuoche stese lì in silenzio di quelli che facevano chiasso là fuori. In talune tombe c’erano fino a sei generazioni di una stessa famiglia, cosa impensabile nel mondo dei vivi”.

Insieme provano a risollevarsi dalle macerie che rivestono la capitale. In un clima beckettiano i giovani uomini fanno sprofondare la loro disperazione nel fumo e nell’alcool ma riescono ugualmente a scorgere il fascino che li circonda. Quello camuffato tra le strade fatiscenti e la desolazione dei ghetti ebraici, nei resti di una città che non c’è più, nella malinconica bellezza dei cimiteri e non per ultimo nella loro solida amicizia.

“Tra milioni e milioni di cadaveri, rimanevano loro quattro. Erano sopravvissuti a un’esecuzione, ai bombardamenti. Guerre, epidemie e prigione. Al vaiolo. Al transito dei tram. Alle spine di pesce. Ai proiettili vaganti. Al passare degli anni. alla mano di dio e ai capricci del diavolo. Ai mariti gelosi. Alle amanti ingannate. Alle acque della Vistola. All’alcol contraffatto. Alle correnti elettriche. Alla polmonite. Alla tentazione del suicidio. All’essere scambiati per ebrei. Al tetano e alla meningite. Alla prostata e agli assassini. Erano sopravvissuti alla città capitale della morte”.

Varsavia appare come una città sospesa dove il reale e il surreale si incontrano nelle visioni dei protagonisti narrate con uno stile vellutato tale da rendere il testo autentico e coinvolgente. Una simile ricchezza letteraria offre la possibilità al lettore di diventare spettatore di una storia che vibra d’amore e nostalgia, di sogni e speranza, di vuoti e assenze colmate da fantasmi vagheggianti.

La prosa serrata e l’ironia accennata rendono il lavoro editoriale di Toscana un’opera d’arte da ammirare. La sua scrittura vibra fino a commuoverne l’anima.

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