Marco Viviani
Tecnopinioni
6 Settembre Set 2016 1859 06 settembre 2016

Raggi, Muraro e l'equivoco dello streaming

Raggi Ecomafie

Del caso Muraro mi fa impazzire un fatto semplice e bellissimo: è esploso perché le commissioni parlamentari hanno lo streaming da sempre, per sé, su di sé e a garanzia di tutti. I cinquestelle invece lo puntavano solo sugli altri. Una dura lezione per chi, diciamola tutta, ha guadagnato consensi presso un certo pubblico afflitto dalla sindrome del soluzionismo della Rete (ogni problema può essere risolto grazie a Internet) e da quell’altra sindrome delle ultime generazioni, quel senso di usurpazione del futuro per cui non si crede più a niente e a nessuno, finendo ovviamente con l’essere i più creduloni di tutti.

Più dura lezione alla presunzione di chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno non ci poteva essere. Nelle pagine di questo blog non si parlerà mai di opinioni politiche, ma di come si costruiscono opinioni di tutti i tipi tramite mezzi online che spesso ci inducono in errore, o cambiano le cose attorno a noi secondo scenari, etica, conflitti impensabili. In questo caso, c’è veramente da chiedersi quanta ingenuità ci voglia per arrivare in una Commissione di quella portata e profondità di conoscenza, dove devi dire tutto e in fretta, con delle cose gravi, ma non gravissime come un'indagine della procura, mai raccontate all’opinione pubblica e al proprio elettorato. Sapendo di essere ripresi.

L’unica spiegazione è che davvero non abbiano mai pensato, neanche per un secondo, al significato reale del termine più abusato e pericoloso del nostro tempo (leggersi Byung-Chul Han): trasparenza. Quella trasparenza alla quale sindaca e assessora sarebbero state sottoposte una volta entrate in quel Parlamento che con ogni evidenza, al netto dei suoi problemi, era già più aperto di loro. Mentre loro, e non soltanto loro, appiccicavano ovunque questa parola-adesivo, anche dove non c’entrava nulla, la commissione sulle ecomafie le invitava dentro un sistema tradizionale che ha degli obblighi molto seri.

Riguardate quel video. Quando Virginia Raggi e Paola Muraro hanno varcato quella soglia è come fossero passate da un livello all'altro, dai giochi alle cose per adulti, dall'omertà alla parola. Dalla pseudo-democrazia digitale a quella reale. Questo imbarazzo, questo incredibile caos scoppiato nella Capitale dopo il record storico negativo di delibere (20) in tre mesi in Campidoglio, ci aiuta a definire meglio, in tempi grami, cos’è questa vituperata e stanca democrazia confrontandola coi suoi derivati odierni.

La democrazia punta gli strumenti di monitoraggio su di sé e apre in open source le risorse: le piccole clip sul caso Raggi-Muraro che vedete sui siti di informazione, con l’orribile logo della testata applicato in modo posticcio in post-produzione, sono solo estratti di quello integrale perfettamente e completamente disponibile sul sito della Camera (e lo sarà per molto tempo). Questa congetturale iperdemocrazia concentra invece la potenza di fuoco di questi strumenti sugli avversari e sul flusso di visite al proprio sito proprietario. La democrazia si prepara alle domande, l’iperdemocrazia considera il suo effetto disruptive come risposta valida per ogni occasione. La democrazia ha tempi più lunghi della somma del pensiero collettivo, l’iperdemocrazia ha tempi più brevi del lavoro necessario per arrivare a una sintesi adeguata di quegli stessi pensieri.

Insomma, se la democrazia non se la passa bene, dopo aver visto l’imbarazzo da matricole all’esame di diritto messo in scena dalla protagonista della più clamorosa vittoria elettorale del suo modello alternativo, oggi molti potranno affermare senza vergogna di essere gattopardi democratici. Sempre meglio degli ologrammi algoritmici coi quali Casaleggio sognava di sostituirla.

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