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15 Settembre Set 2016 1643 15 settembre 2016

Sessualità fluida: nuove prospettive di identità sessuale, tra ricerca e riflessione in psicologia

Flu Idsex Linkiesta
fluIDsex, un progetto della Sigmund Freud University Milano

Il concetto di sessualità fluida non descrive l’espressione fluttuante dell’orientamento sessuale, ma aiuta a riflettere sul construtto di identità sessuale

Il veloce mutamento sessuale: uno sguardo al panorama americano

Nel corso dell’ultimo decennio, il rapido e dinamico mutamento sociale che ha permesso a sempre più persone di vivere un po’ più liberamente e in modo più rilassato la propria identità, ha portato alcuni esperti ad analizzare più attentamente quanto la rigidità dei confini previsti dalle categorie identitarie codificate dall’orientamento sessuale riuscisse ancora oggi a rappresentare adeguatamente il modo di percepire il nostro “essere sessuali”.

Sebbene, infatti, sia possibile identificare in Kinsey, Martin e Pomeroy (1948) i pionieri di quella branca della sessuologia che ha messo in discussione per la prima volta l’immutabile andamento dicotomico con cui si proponeva la concettualizzazione classica dell’orientamento sessuale (che prevedeva esclusivamente due categorie: l’eterosessualità e l’omosessualità), il momento storico non era evidentemente maturo. A partire dagli anni ’70 e dalla rivoluzione sessuale, il modo di guardare alla sessualità iniziò a modificarsi e le cementificazioni innalzate precedentemente iniziarono a cedere, così il modo di pensare alla propria identità e alle sue articolazioni si ampliò.

Soltanto negli anni 2000, però, si raggiunge una consapevolezza sessuale e una parziale depurazione morale che ci permette di personalizzare maggiormente la nostra identità sessuale, rendendola più “fluida”. Questo è, infatti, quanto emerge dalle ricerche più recenti degli esperti, che analizzano le sue plurime manifestazioni, attraverso prospettive e concetti differenti, concordando, tuttavia, nell’individuazione di un nuovo modo di vivere le sessualità, meno rigido. Nel 2000, infatti, Baumeister conia il termine “plasticità erotica”, con la quale identificare il grado con cui è possibile che il desiderio sessuale venga modificato dall’influenza di fattori sociali, culturali e situazionali.

Inoltre, l’idea maturata dal ricercatore nel corso dello studio è che la motivazione sessuale femminile sia più plastica di quella maschile, a causa di fattori sociali, culturali ed economici, comportando una maggiore adattabilità sessuale nelle donne. L’idea di una sessualità femminile più fluida e malleabile viene, inoltre, ripresa da Lisa Diamond che, basandosi sui risultati emersi da una ricerca longitudinale durata 10 anni, ha teorizzato il costrutto di “fluidità sessuale”, considerandolo come un costrutto prevalentemente femminile. Analizzando, infatti, le interviste fatte e ripetute 5 volte su un campione di 100 donne (11 autodefinitesi eterosessuali, 38 lesbiche, 27 bisessuali e 24 non-eterosessuali, senza darsi alcuna definizione), emerge quella che Lisa Diamond definisce come una capacità di reattività sessuale flessibile a seconda delle varie situazioni (2008). Dalla prima intervista alla quinta, più di due terzi delle donne intervistate hanno cambiato la definizione della propria identità sessuale almeno una volta, presentando frequentemente una predilezione per la non-definizione: questo perché spesso la loro attrazione deviante dal proprio orientamento sessuale generale, non è così frequente (o intenso) da giustificare un ri-etichettamento classico.

Tuttavia, la ricerca in quest’ambito è ancora agli albori e risente tuttora delle forti restrizioni sociali che regolano le sessualità maschili, rendendo difficoltosa la loro analisi: come dimostra lo studio di Katz-Wise (2014), infatti, anche la sfera del maschile presenta una buona tendenza all’attrazione sessuale fluida, nonostante i forti condizionamenti esercitati dalla società (dal suo studio, in particolare, emerge come accanto al 64% del campione femminile, anche il 52% degli uomini intervistati hanno riferito di percepire la propria attrazione come dinamica). Eppure questa sfera rimane ancora scarsamente analizzata.

Attraverso una selezione di alcuni studi condotti negli Stati Uniti sul tema della sessualità fluida ed un’indagine dell’esigenza di diverse persone di creare nuove categorie identitarie nelle quali riconoscersi, arriveremo a proporre una nuova prospettiva di identità sessuale fluida.

L’esigenza di categorie ad hoc

Oggi ci troviamo di fronte ad un invecchiamento delle categorie classiche di identità sessuale che non riescono più a rispondere adeguatamente al frenetico mutamento sociale, reso tale anche dall’utilizzo massivo dei social network.

A questo proposito, analizzando le tematiche identitarie trattate sulle piattaforme virtuali, abbiamo notato come una fascia di popolazione in particolare rivendichi l’esigenza di nuove categorie, nelle quali potersi identificare (ad esempio, pansessuale, polisessuale, gender fluid, no gender).

Questo bisogno si evince anche dall’ampliamento della comune sigla LGBT, che ad oggi, per questa ragione, vede al suo seguito il segno “+”.

Un recente dibattito si gioca sulla possibilità di usare il termine queer come parola ombrello capace di rappresentare chiunque abbia un’identità non conforme.

Il nostro intento è invece quello di andare oltre alle sigle, trovando un costrutto che dia spazio ad ogni identità sessuale, e che non inciampi nel rischio di escludere le cosiddette categorie “conformi” (tra cui, eterosessuali e cisgender).

In base alla definizione stessa di categorizzazione, coloro che presentano caratteristiche sia di una categoria sia di un’altra non trovano posto nelle classi esistenti. Come conseguenza di ciò, le persone ritengono forse che creare una nuova categoria possa essere una facile soluzione per ovviare al problema, senza valutare quanto questo passaggio possa rivelare invece effetti paradossali.

Un nuovo sguardo sulla sessualità fluida

Nella nostra visione la sessualità fluida non si limita unicamente ad un’espressione fluttuante dell’identità di orientamento sessuale di una persona nel corso della sua vita, ma viene estesa all’intero concetto di identità sessuale, composta da cinque diversi elementi: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale e orientamento affettivo (vedi glossario) (S.B. Oswalt, S. Evans e A. Drott, 2016).

L’identità non è una proprietà data dalla nascita, ma è un processo in continuo divenire, il quale tende all’instaurarsi di una stabilità relativa alla coerenza tra la percezione di sé e le diverse componenti sopra elencate, capace di rendere una persona ciò che è.

Essere se stessi dovrebbe essere la cosa più semplice al mondo, ma è una tra le sfide più faticose della vita. I casi in cui si verifica un’incoerenza tra ciò che un soggetto sente di essere e come vorrebbe essere, oppure tra ciò che sente di essere e come viene visto da altri o, ancora, tra ciò che sente di essere e come vorrebbe essere visto, oltre a non essere affatto rari, possono generare una grande sofferenza.

Il fulcro della nostra idea di sessualità fluida si riferisce proprio alla possibilità che ognuno sperimenti la bellezza di trovarsi, in quanto essere unico, senza doversi riferire necessariamente alle prospettiche categorie pre-esistenti alle quali dover accedere per potersi definire.

Si può definire il processo classificatorio come un’operazione attraverso la quale si possono ridurre diversi oggetti in un numero minore di categorie ordinate gerarchicamente, con lo scopo di riconoscere tali oggetti più facilmente.

Sottolineando il fatto che le categorie non sono scoperte, ma invenzioni umane, totalmente legate alla società in cui si vive, ci chiediamo se nel processo di scoperta della propria identità sia auspicabile una semplificazione di questo tipo, o se non sia un forte ostacolo ad una conoscenza autentica...

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

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