Daniele Grassucci
Dopo Skuola
23 Settembre Set 2016 1559 23 settembre 2016

Verso la scuola del 'tutti promossi'

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Se è vera la teoria che “tre indizi fanno una prova” allora siamo di fronte a un segnale chiarissimo: il nostro compito non è quello di fare selezione ma di dare la possibilità a tutti, mettendoli nelle medesime condizioni, di poter scegliere in piena autonomia cosa fare della loro vita.

È un messaggio che assomiglia quasi al pilatesco “me ne lavo le mani” quello lanciato in queste settimane sul tema scuola e università. Sembra sempre più evidente l’intenzione di rivoluzionare – per l’ennesima volta – il sistema istruttivo italiano nel suo complesso. La bozza di legga delega che accompagnerebbe La Buona Scuola è chiarissima: via la prova Invalsi (la più difficile) dall’esame di terza media e, parlando di quello di maturità, addio per sempre al quizzone, gli scritti diventano due.

Il problema è che purtroppo diventa sempre più difficile rispondere a quell’esigenza, avvertita in altri Paesi europei, di far diventare la scuola (e l’università) un primo bivio: proseguire gli studi o andare verso il mondo del lavoro?

Potrebbe essere una risposta con cui polemicamente le istituzioni controbattono alle polemiche sull’inutilità del “pezzo di carta”, dando in pasto all’opinione pubblica ciò che vuole. Così come potrebbe essere una sorta di allergia da ricorso, sempre più in voga tra gli studenti delusi.

Prima i test d’ingresso alla facoltà di Medicina, con l’abolizione del Cambridge Assestment per lo svolgimento dei quiz – che comportava una maggiore capacità di ragionamento - e il ritorno al più classico dei questionari. Una scelta che ha fatto esultare le aspiranti matricole di quest’anno. Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: boom di idonei, con il 94% dei candidati che ha superato la soglia minima di valutazione; il massimo dei punti, da chimera, si è trasformato in realtà per più di qualcuno.

Poi le indiscrezioni su un possibile nuovo stravolgimento della maturità: via la terza prova, valutazione dell’alternanza scuola-lavoro, punteggio più alto per il curriculum scolastico. Elementi che, inevitabilmente, porteranno praticamente al 100% di promossi, con un esame che assumerà sempre più i caratteri di una certificazione evitando una vera e propria valutazione del livello delle conoscenze. Ce n’era veramente bisogno? Fate voi: più del 99% ha superato tranquillamente la prova del 2016.

È come se la macchina della scuola italiana, che già porta rapidamente uno studente nelle aule universitarie quasi senza che se ne accorga (in molti casi senza neanche idee chiare sul futuro), si stia ora trasformando in un treno ultraveloce che faccia salire i propri passeggeri in prima elementare e li scarichi il prima possibile fuori dalle scuole superiori, con il diploma in mano.

Il pericolo è quello di trasformare gli atenei in dei grandi parcheggi; nel mondo delle professioni non c’è posto per tutti. Bisognerebbe tornare a dare dignità anche ai mestieri. Anzi, il mondo di domani, sembra proprio indirizzato in questa direzione. Secondo gli analisti, nei prossimi 10 anni, la società sarà sempre più “fluida”; lo sviluppo delle nuove tecnologie porterà a dover inventare lavori che oggi ancora non esistono. Al centro non ci sarà più il “chi sei?” ma il “che cosa sai fare?”. I titoli serviranno fino a un certo punto, l’importante sarà trovare soluzioni ai problemi. Tanto vale coltivare i talenti da subito, cercando di riconoscere se un ragazzo abbia una predisposizione alla pratica più che alla teoria; gli si farebbe solo che un favore.

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