Daniele Grassucci
Dopo Skuola
30 Settembre Set 2016 1658 30 settembre 2016

Laureato: professione precario

Negli ultimi anni se ne sono sentite di tutti i colori sul rapporto tra i nostri ragazzi e il mondo del lavoro. Si è parlato della disoccupazione, che lasciava fuori proprio i più giovani, gli ultimi arrivati. Ci è stato detto che la recessione avrebbe impedito la creazione di nuovi posti di lavoro, sicuramente meno che in passato. Qualcuno ha portato avanti una crociata contro le università: secondo questa linea di pensiero era preferibile che uno studente, finita la scuola dell’obbligo, per tentare di trovare più facilmente e rapidamente lavoro si concentrasse sui mestieri pratici piuttosto che sull’università.

Ora però arriva l’Istat che, con un colpo di spugna, cancella qualsiasi certezza e mette in archivio ogni teoria. O così sembra. L’ultimo rapporto I percorsi di studio e lavoro dei diplomati e dei laureati, tra le righe, ci dice una cosa sorprendente: le statistiche sono assolutamente stabili, nessun drammatico peggioramento, i numeri sono in linea con quelli del periodo pre-crisi. Ma non è tutt’oro quello che luccica. Bisogna leggere questi dati con attenzione.

L’analisi si concentra sui laureati e sui diplomati che, negli ultimi quattro anni, sono riusciti a trovare una qualche forma di occupazione. In Italia è ancora possibile entrare nel mondo del lavoro: questa è una prima risposta; ed è già qualcosa. Il periodo di riferimento (2001-2015) è proprio quello che ha visto gli effetti più devastanti della crisi economica; eppure le tendenze sono sempre le stesse.

La laurea è ancora un ottimo biglietto da visita, sicuramente meglio del diploma. L’importante è scegliere la strada giusta

La laurea è ancora un ottimo biglietto da visita, sicuramente meglio del diploma. L’importante è scegliere la strada giusta. I titoli vincenti sono sempre gli stessi: Medicina e Ingegneria. Chi si laurea in discipline afferenti a queste due grandi aree ha ottime chance di lavorare, rispettivamente il 96,5% e il 93,9% di possibilità. Certo il periodo di riferimento è molto ampio – ben 4 anni – ma che così tanti laureati siano riusciti a collocarsi sembrerebbe un buon segnale. Anche il settore Difesa e Sicurezza è terreno di conquista. Oltre alle forze armate, settori come l’intelligence, il controspionaggio, la cyber-sicurezza, e il controllo delle reti informatiche hanno bisogno di operatori. Così il 99,4 % dei laureati che si occupano di tali materie sono subito al lavoro, con stipendi in media più alti di tutti gli altri.

Si confermano, invece, penalizzanti le solite note: facoltà umanistiche, letterarie, giuridiche, sociali; con loro la strada verso il successo è piena di ostacoli. In media, poco più della metà di questi laureati trova lavoro nei primi cinque anni dalla laurea. Ma i ragazzi hanno ormai imparato la lezione e le statistiche ci parlano di un calo costante di immatricolati a questi corsi di laurea.

E il diploma non è ancora in grado di anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani: oltre 1 diplomato su 2, tra quelli che lavorano, non ha un impiego stabile. La laurea, dunque, è un bonus; non c’è dubbio.

Messa così, la questione potrebbe sembrare di facile interpretazione: l’università ha un senso se fatta con criterio; in quel caso resta la strada maestra. Ma c’è il sospetto che questi numeri abbiano risentito delle iniziative che il governo ha messo in atto, soprattutto nell’ultimo biennio. Il ‘jobs act’ e formule come ‘garanzia giovani’ hanno sicuramente favorito nuove opportunità di lavoro, però non sempre tali da permettere una progettazione a lungo termine.

E infatti, dal documento dell’Istat, emerge proprio questo elemento di preoccupazione: quasi la metà dei laureati-lavoratori (il 41,9%) è precario. Un calderone all’interno del quale c’è un po’ di tutto: contratti a tempo determinato, a progetto, prestazione d’opera, voucher, apprendistato e tirocinio.

E allora, a chi dobbiamo credere? Ai numeri o allo stile di vita, piuttosto modesto, che molti giovani con ottimi curriculum sono costretti a tenere, pur avendo (almeno formalmente) un lavoro? Non è facile orientarsi. Ancora oggi si afferma tutto e il contrario di tutto: la crisi è alle spalle, ma l’economia non cresce; l’università è agonizzante, ma i datori di lavoro cercano persone iper-specializzate. Una verità assoluta non c’è. L’impressione è che, in un momento così incerto, ognuno faccia storia a sé. Possiamo solo sperare che tra quattro anni tutto sia più chiaro; che il quadro sia realmente migliore, senza se e senza ma.

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