Marco Viviani
Tecnopinioni
20 Ottobre Ott 2016 1152 20 ottobre 2016

Bebe Vio ha ragione per tutti: fatela finita

Bebe Obama

L’avrete notato, sta emergendo una nuova forma di articolo istantaneo: l’indignato sui commenti social cretini. Si catturano (in gergo neolinguistico “screenshottano”) i commenti più volgari e stupidi ad un post di una persona famosa, poi si incollano dentro un articolo. I più pensosi azzardano anche delle analisi morali: che brutti tempi, signora mia, dove andremo a finire, denunciamoli tutti.

Adesso ve la buco questa indignazione. Dopo un quarto di secolo ancora non conoscete la regola “don’t feed the troll”? Certo, si dirà, le povere anime frustrate che hanno sputato fiele sull’avventura di Bebe Vio alla Casa Bianca, non sono a tutti gli effetti dei troll: sono concittadini italiani che mostrano di non riuscire a capire minimamente che in quella 19enne volenterosamente spensierata, preoccupata di avere un bel vestito, di non fare gaffe e di rappresentare al meglio il suo paese e lo sport olimpico c’è il simbolo potente, meraviglioso, della Vita. Questa totale mancanza di empatia e questo narcisismo, questa frustrazione che si vede nel web sono già stati ottimamente spiegati dall’Istat e dall’Ocse negli anni passati.

Non confondiamo l’effetto con la causa: il Paese ha tanti e tali problemi di ascensore sociale che è del tutto naturale questa frustrazione per qualsivoglia manifestazione di ottimismo. E Bebe Vio, col suo “finitela” ha inviato un messaggio a tutti, hater e indignati. Tutti. Insomma, di cosa ci dovremmo indignare specificamente? Al solito si confonde il mezzo con il problema sociale, si immagina di far diventare un “problema” da risolvere dentro la rete quella è che la prepotente umanità di chi l’abita. Svuotare l’oceano con un ditale sarebbe meno stupido.

Su migliaia di commenti bellissimi, «un flusso incredibile di bellezza» (cito Arianna Ciccone, organizzatrice del Festival del Giornalismo), noi che facciamo? Un articolo sulla manciata di deficienti? Un commento “coraggioso” che dice “basta!”? Sono velleità che aiutano a campare, concetti che ci fissiamo, anche in buona fede, come piccoli protagonisti fuori tempo di una commedia pirandelliana. Questo modello di facile indignazione pop va superato, questo modo di raccontare il mondo è ancorato al vecchio e per cercare di essere contemporanei facciamo l’Errore Maestro: stiamo appresso agli hater.

Lo dico da collega di tutti coloro che invece hanno scritto articoli, anche molto condivisi, basati sul concetto opposto (non voltarsi dall’altra parte): attenzione, gli hater si esaltano della nostra indignazione, fanno rete, qualcuno li profila anche come follower e li usa come manganello contro gli avversari politici, economici, come spiega il professor Giovanni Ziccardi nel suo libro sull’hate speech (leggetelo, è ottimo). È venuto il momento di una intelligente cospirazione del silenzio, anche e soprattutto da parte dei media. Che non vuol dire aderire allo storytelling renziano o altre oscenità. No. Vuol dire applicare schemi interpretativi adeguati alla realtà e non di facile consumo. C'è una triade valida: controparola, conoscenza del diritto, conoscenza della tecnologia. Va fatta dell'ecologia.

La dico più semplice. Il mestiere del giornalista, per quanto “storico dell’istante” è un mestiere intellettuale che prevede la scelta, la selezione. Possiamo contare i fiori del giardino oppure le foglie che cadono. Quando le foglie che cadono incrementano maggiormente i click non si fa un giornalismo particolarmente intelligente, ma è giornalismo. Quando invece non ci si rende conto che raccontare quelle foglie serve a dei giardinieri senza scrupoli per far ammalare apposta i cespugli, allora si diventa complici. In questa fase storica, esiste tutta la tecnologia per fare di questa massa di cretinismo persino un movimento pseudo-politico, per gli algoritmi è un gioco da ragazzi. Se proprio si vuole denunciare qualcosa, si punti più in alto, al secondo livello di re-intermediazione. Prendersela con uno stupido alla volta è davvero una fatica inutile.

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