Marco Viviani
Tecnopinioni
27 Ottobre Ott 2016 1509 27 ottobre 2016

Gli hashtag dell'orrore

Hashtag Orrore

Dalle parti di Twitter si è aperto un nuovo fronte dell'orrore: la combinazione a scopo propagandistico dell'hashtag su un evento tragico collettivo con quello di una campagna politica. Lo si è visto con il discutibile tweet del senatore Andrea Cioffi che alle dieci di ieri sera, mentre migliaia di persone si disperavano sotto la pioggia che si mischiava alle lacrime di chi non aveva più una casa, ha pensato bene di sfruttare il trend di #terremoto per dire che lui votava No al referendum. Il motivo? Un'azzardata metafora tra le scosse del sisma e la tenuta di palazzo Madama, obiettivo, si sa, delle mire dell'odiata riforma del governo Renzi che, come la natura matrigna, intende portarci via il Senato abbattendolo con crudeltà. Il tweet è stato poi cancellato. Come fosse un'azione di qualche senso ai tempi del web. Sarà stato certamente un tic (e tilt) mentale, per carità. Ma è ciò che lo scatena a interessarmi.

Tecnicamente, questa combinazione di hashtag è già stata usata molto tempo fa da alcuni ipereccitati manager del marketing in occasione di disastri naturali come il terremoto di Haiti e lo tsunami di Fukushima, ma come spesso accade la logica dell'apparire a ogni costo, di conquistarsi spazio online scende per li rami e casca in breve tempo dal commerciale al politico. Il motivo? Che la propaganda è a suo modo marketing. E che i social network ci spingono all'autorappresentazione come mai nulla in passato. Nell'ansia ormai psicopatica di farsi notare, moltissima gente ha perso il senso dell'eleganza del passare inosservati quando non si ha niente di intelligente da dire. Ma che dico intelligente? Anche solo vagamente importante. Anche solo umano.

Senza fare di tutta l'erba un fascio, in politica i personaggi assurdi - i cosiddetti impresentabili - sono sempre stati largamente quanto trasversalmente tra i piedi. Alzi la mano però chi ha il coraggio di negare che nel movimento cinque stelle ci sia una densità peculiare di personaggi che soltanto vent'anni fa non avrebbero mai avuto chance di finire in Parlamento. E questi personaggi hanno uno stile diverso. Per spiegare la natura di questo mutamento ci vorrebbero migliaia di pagine, non certo un post. Si può brutalmente sintetizzare concentrandosi sull'epifenomeno: viviamo davvero un periodo buio, frustrato e cattivo, alimentato da mass media impauriti, innervositi e indeboliti, pompato nella pubblica opinione da net-Savonarola fasulli e ipocriti, che insinuano continuamente logiche banali, paradossalmente stando sempre a ricordare i tempi di una società migliore. Migliore quando non c'erano loro.

Quando la politica non era costantemente sotto il referendum da bar di chi a parole si lamenta di quel che è diventata, e in realtà ne fa parte, avevamo grossi problemi di trasparenza, ma il livello intellettuale era superiore. Oggi dobbiamo assistere costantemente a questi pensieri malformati e all'esercizio retorico di chi pure li difende, per la solita vecchia questione della bandiera, della sindrome da palio, che contribuisce a rafforzare una spaventosa strumentalizzazione delle parole chiave della democrazia. Trasparenza, partecipazione, informazione, sono jolly virtuali da non mettere mai realmente sul tavolo, bensì da pretendere dagli altri quando sai che ti diranno di no, da ipotizzare quando sei candidato per non dire né sì né no, e al quale dire di no quando i sondaggi dicono diverso da quello che preferisci.

Stando così le cose, di che stupirsi se non ci si ferma più neppure di fronte al dolore reale delle persone? Cosa conta il dolore rispetto all'obiettivo di dire la buzzword più efficace, più indicizzabile, nel flusso giusto al momento giusto? Cosa conta la realtà rispetto alla performance? Non abbiamo più a che fare con un lavoro intellettuale, ma con un lavoro di spettacolo. L'illusionista, il mimo, l'attore da speack corner. Scegliete voi. Basta che non li definite più politici.

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