Raja Elfani
Gloβ
30 Ottobre Ott 2016 1346 30 ottobre 2016

Love, la mostra di Eccher abroga la ricerca artistica sull’amore

Bramante Love

Prende le distanze dalla ricerca sull’amore già dal titolo la piccola mostra “Love, l’arte contemporanea incontra l’amore” curata da Danilo Eccher al Chiostro del Bramante a Roma. Monotematica, sullo standard della mostra "Art & Food" di Celant per l’Expo di Milano nel 2015, la mostra di Eccher poteva intitolarsi Art & Love, ma le opere prestate sono appena rappresentative della produzione artistica contemporanea sull’amore.

Fra i diciotto artisti riuniti da Eccher, tre soltanto sono storici e vengono dalla Pop Art americana: Robert Indiana, Andy Warhol e Tom Wesselmann, un trio a cui manca Jim Dine con i suoi cuori iconici e che Eccher non menziona nemmeno nel catalogo. Come può essergli sfuggito l’unico Pop artist che all’amore ha dedicato, non casualmente, bensì consapevolmente gran parte della sua ricerca?

Nella prima sala del museo si inizia con le sculture originali di Indiana, i famosi stampi monumentali Love e Amor con la caratteristica o storta, di cui sono esposte delle riproduzioni in scala più grande all’aperto nel suggestivo chiostro del museo. Nella seconda sala, segue Wesselmann e i suoi espliciti collage metallici ripresi da manifesti pubblicitari (bocche e nudi femminili). Ritroviamo invece Warhol molto più in là nel percorso, con la serigrafia di un negativo di Marilyn Monroe accostata alle proiezioni di un film viscontiano della Franco-Austriaca Ursula Mayer.

Hanno l’onore di sfuggire agli accostamenti di Eccher: le sculture di Robert Indiana, le zucche a pois optical della Giapponese Yayoi Kusama, e le dichiarazioni manoscritte a neon della bad girl inglese Tracey Emin tra parentesi recentemente sposata con una roccia. Seppur non rilevato da Eccher, il matrimonio fortemente mediatizzato della Emin con una roccia attesta di una certa continuità e di un’autentica focalizzazione sull’amore a cui manca però la forza scientifica della ricerca e un obiettivo.

Tutto immerso nel sentimentalismo hollywoodiano degli anni ‘50 invece è God un video del 2007 dell’Islandese Kjartansson (un tempo anche cantante), un finto set dall’avvolgente sipario rosa con orchestra, tutto ricreato e registrato in uno studio in Russia. Un lavoro fondato su coinvolgimento emotivo e finzione simile a quello dell’Australiana Tracey Moffatt nel suo videomontaggio di scene d’amore hollywoodiane.

La sala centrale è riservata – superato il corridoio con i neon di Tracey Emin – alla crème della scena artistica British qui rappresentata da Marc Quinn e la coppia Gilbert & George. A dividerli, in mezzo alla sala, si erge Kiss la scultura in rigoroso stile classico in marmo di una coppia con malformazioni che si bacia firmata Quinn. Il grande Love Painting di Quinn offerto agli scarabocchi del pubblico è messo tra due dei suoi Flowers Paintings oli copiati da digitale, freddezza travestita in fiori agli antipodi dell’erotismo di Georgia O’Keefe.

Digitali anche i grandi mandala fatti a partire dagli autoritratti specchiati di Gilbert & George, coppia nella vita e per l’arte, orgogliosamente patriottici e autoreferenziali, da sempre concentrati sulla simmetria visiva e spirituale della loro dualità.

E con il grande cuore rosso della Vasconcelos, ex-voto rotante tutto impregnato di tradizione portoghese, lasciamo la parte più valida della mostra per finire con gli artisti italiani più languidamente commerciali e citazionisti: Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli con i loro tableaux vivants tratti dalla statuaria classica e antica, già sapientemente collaudati da Pasolini nei suoi film.

Un altro Italiano è in mostra, Francesco Clemente, con illustrazioni dell’amore coniugale cariche dei passatismi della Transavanguardia. E infine, impantanati anche loro nei rigurgiti di passato e tradizioni, gli inquietanti stop motion della coppia svedese Nathalie Djuberg e Hans Berg.

Il percorso è inoltre condito di vari punti selfie in cui le coppie sono invitate a baciarsi e condividere le foto sui social, a cui fa eco nel catalogo della mostra il saggio entusiasta sull’estetica degli emoji dell'antropologo Mattia Fumanti che riflette sulla trasformazione dell’idea di amore oggi. Ma di fronte al crescente consumismo, Eccher non ha colto che già dagli anni ‘60 qualche artista ha presentito la necessità di separare l’amore dalle emozioni e dalle sue banalizzazioni, una forza di attrazione che tutti sperimentano o interpretano ma che pochi, pochissimi studiano.

Farsi quindi artefice come Eccher di un neo-Romanticismo oggi non solo è fuorviante ma è persino terribilmente svantaggioso per una politica europea alla ricerca disperata di un modo per rifondersi su una cultura comune. Perché la vera ricerca artistica sull’amore ha la forza politica e culturale della ricerca nucleare quando ancora era in nuce e autonoma.

Raja El Fani

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