Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
4 Novembre Nov 2016 1502 04 novembre 2016

La Repubblica delle Riforme: la “Renzi-Boschi” e lo ‘scambismo’ costituzionale

Renzi Zag
Renzi con Zagrebelsky

Grazie a Domenico Giannino (biografia a fine articolo), che scrive su Renzi e riforma costituzionale!

Lo scambismo, secondo la definizione del vocabolario Treccani, e’ quella “pratica (…) consistente nello scambiarsi il partner al fine di provare nuove esperienze sessuali”. Se trasliamo tale concetto dall’ambito sessuale a quello ‘suppostamente’ più nobile della politica e della scienza costituzionale, potremmo interpretare lo ‘scambismo costituzionale’ come quel costume – non nuovo nella storia politica italiana – consistente nel cambiare parti della nostra carta fondamentale al fine di ottenere nuove esperienze/vantaggi politico-costituzionali.

Senza giungere agli eccessi della legge del cappio locrese per cui chiunque avesse voluto proporre una modifica delle antiche norme e consuetudini avrebbe dovuto farlo con un cappio intorno al collo – che si sarebbe inesorabilmente stretto nel caso di un insuccesso della proposta – sembra naturale dovere usare la massima attenzione, sia per quanto riguarda la forma che la sostanza, nel momento in cui si decide di mettere mano alla norma fondamentale dell’ordinamento giuridico. Questo non vuol dire certo che le Costituzioni siano dei testi sacri immodificabili – la storia del secolo scorso ci dimostra, ci piaccia o no, la correttezza dell’affermazione hobbesiana “auctoritas non veritas facit legem” - in quanto in un mondo di poteri che travalicano, per dimensione e rilevanza, il livello statale, tale formalismo politico-costituzionale risulterebbe essere stantio, anacronistico e, per molti versi, controproducente.

Il recente dibattito politico – esacerbato dall’estrema personalizzazione che la maggioranza governativa, ed in particolare il Presidente del Consiglio, ha voluto imprimere a questa riforma – e’ esemplificativo del modus communicandi renziano, tutto intriso di retorica e abbastanza scarso in contenuti. Sarebbe un’ingenuità credere che le battaglie politiche abbiano, o abbiano mai avuto, nulla a che fare con i contenuti; gia’ Freud – ben prima dell’avvento dei 140 caratteri di Twitter – ci avvisava di come “le masse non hanno mai conosciuto la sete della verità. Hanno bisogno di illusioni cui non possono rinunciare”. Renzi da abile comunicatore e politico di razza conosce bene questa regola e fin quando a contrastarlo trovera’ il professore Zagrebelsky – palesemente più a suo agio con i contenuti che davanti ad una telecamera – o personaggi congedati dalla storia come Massimo D’Alema, avrà gioco facile ad affabulare le masse con le sue ‘illusioni scambiste’. Il vantaggio politico di tale operazione e’ palese: in caso di vittoria il premier si accrediterà l’aurea di padre costituente da sfruttare alle prossime politiche con l’ulteriore vantaggio di mettere a tacere la fastidiosa minoranza del suo partito; in caso di sconfitta, dopo aver fatto marcia indietro sulle dimissioni in tale evenienza, l’immagine del giovane leader bloccato nel suo slancio riformatore dai “vecchi gufi” potrebbe avere un certo electoral appeal.

E’ indubbio che “per migliorare bisogna cambiare”, ma, con riferimento alla “Renzi-Boschi”, e’ altrettanto vera la prima parte della famosa citazione di Churchill per cui “non sempre cambiare equivale a migliorare”.

Gli elementi di criticità della riforma sono molteplici sia dal punto di vista formale che da quello sostanziale.

Con riferimento al primo aspetto – tralasciando il fatto che la riforma sia di iniziativa governativa e non parlamentare, come imporrebbe, seppur implicitamente, il principio di rigidità e superiorità della Costituzione – solleva parecchi dubbi il fatto che la riforma sia stata approvata da un Parlamento eletto tramite l’incostituzionale Porcellum, su iniziativa di un governo nato da una congiura di partito.

Inoltre, come da più parti sostenuto, la disomogeneità del quesito referendario – che seguendo l’intitolazione della legge si sofferma, scaltramente, su elementi quali la “riduzione del numero dei parlamentari” ed il “contenimento dei costi delle istituzioni” – è sicuramente coercitivo della libertà di voto.

Prima di analizzare brevemente i contenuti della riforma, mi preme rigettare in toto quella prospettiva ‘complottista’ – a cui sono parecchio affezionate ampie parti della classe dirigente italiana – relativa alla supposta deriva autoritaria del nostro sistema costituzionale: Renzi non è un sultano, come non lo era Berlusconi. È però altrettanto indubbio che il combinato disposto – che gran brutta parola – dell’Italicum e della Costituzione riformata porterebbe ad un non trascurabile rafforzamento del potere esecutivo nella direzione di quello che è stato definito un vero e proprio premierato: da una parte il sistema elettorale con i capilista bloccati ed un sostanzioso premio di maggioranza attribuito non alla coalizione ma alla lista vincente; dall’altra la riforma con l’instaurazione del rapporto di fiducia con una sola delle due camere, con la possibilità per il governo di chiedere alla camera di esaminare con priorità i disegni di legge necessari all’attuazione del programma di governo, con l’aumento del numero dei sottoscrittori necessari sia per le leggi di iniziativa popolare che per i referendum abrogativi, con lo statuto delle opposizioni lasciato alla mercè della maggioranza parlamentare e, infine, con il palese neocentralismo riguardo ai poteri delle autonomie territoriali. Se è innegabile che non vi sia nessuna previsione specifica riguardante il rafforzamento dei poteri del capo del governo, non si può non notare – come brillantemente sottolineato dal professor Luigi Ferrajoli – che la maggiore minoranza avrà la possibilità di eleggere e controllare tutte le istituzioni di garanzia, venendo così sacrificato, sull’altare della governabilità, il sistema di checks and balances, necessario al corretto funzionamento di qualsiasi sistema costituzionale.

Continuando l’analisi sui contenuti, i continui richiami allo snellimento del processo legislativo attraverso il superamento del bicameralismo paritario sembrano essere un mero espediente propagandistico, ed altrettanto si può dire con riferimento ai risparmi legati alla riduzione del numero dei senatori ed all’abolizione del CNEL. Tralasciando per mia ‘ignoranza contabile’ il discorso legato ai tagli dei costi della politica – anche se secondo alcuni commentatori il risparmio legato all’abolizione del Senato dovrebbe ammontare a meno del 10% degli attuali costi – il riferimento al superamento del bicameralismo paritario non è privo di elementi problematici e di una certa ‘confusionarietà’ di base: gli otto procedimenti legislativi dalla Renzi-Boschi, che dovrebbero sostituire i tre attuali; l’eterogeneità della composizione del nuovo Senato e la sua ‘supposta’ territorialità; l’incertezza non solo relativa alle modalità di elezione dei nuovi senatori ma, ancora più importante, alla ripartizione delle funzione legislativa tra i due rami del Parlamento.

La Boschi-Renzi – forse sarebbe meglio dire la Renzi e basta vista la recente ‘scomparsa’ dal dibattito sulla riforma della ministra Boschi – mira alla trasformazione del sistema costituzionale italiano in una sorta di ‘presidenzialismo imperfetto a velleità federale’, mancando non solo dei contrappesi al potere del Presidente tipici dei sistemi presidenziali, ma peccando anche di una pesante mortificazione dell’autonomia regionale a cui fa da palliativo la presunta territorialità del nuovo Senato. È d’altro canto palese – tralasciando la vecchia e stantia retorica della Costituzione più bella del mondo – che il nostro sistema costituzionale abbia bisogno di un ammodernamento volto in primo luogo a garantire la governabilità, snellire il processo legislativo e correggere le palesi disfunzioni del nostro regionalismo, ma ciò non vuol dire che questo vada fatto ad ogni costo con un tentativo riformatorio che nasconde moltissime ombre e pochissime luci.

*Domenico Giannino, spirito europeo nato in Calabria. Laureato in Giurisprudenza all'Universidad de Jaén (Spagna) ed in Scienze Politiche all'Università della Calabria, dove ha recentemente conseguito il dottorato di ricerca in diritto pubblico comparato. Lavora come Academic Tutor al Kaplan International College di Londra.

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