Marco Viviani
Tecnopinioni
10 Novembre Nov 2016 1825 10 novembre 2016

Trump ha vinto per colpa dei social? Il dito e la Luna ...

Trump Account

Scusi, presidente Trump, potrebbe per favore puntare un missile nucleare contro chi sostiene che è colpa dei social? Ho scritto un solo tweet sul 45° presidente americano e l’ho scritto a lui, oggi, perché se leggo ancora un altro articolo dove si sdottora sulle colpe delle bufale e in generale dei social media, della post-fattualità e altre menate cervellotiche rischio di farmi venire l’esaurimento nervoso.

Trump ha vinto perché Facebook e Twitter non hanno fermato la montagna di frottole e i troll che le hanno propagandate? Pensate davvero questo? Calma e gesso. Partiamo dai dati, quei pochi di cui possiamo essere sicuri senza conoscere la composizione del voto. Donald Trump ha vinto perché ha perso meno voti di Hillary Clinton: lui ne ha persi 1,2 milioni, la Clinton 6. Dunque è più sconfitta nel campo democratico che vittoria in quello repubblicano. Deriva dall'astensione/delusione dei giovani, che disertando un po’, ma non tanto quanto si è detto, hanno permesso al Midwest di fare la differenza. E cosa significa Midwest? Maschio, bianco, over 50, di media-bassa istruzione. Vi sembra l’utente tipico di Twitter?

Signori miei, di grazia, sapreste spiegarmi come tenete assieme la tesi che Facebook e Twitter hanno colpe per la vittoria di Donald Trump quando i giovani che hanno votato – lasciando perdere quelli che non ci sono andati: per Trump non avrebbero votato in ogni caso – hanno votato in larga parte per Hillary, mentre il parametro più divisivo di queste elezioni americane del 2016 è stato il grado di istruzione incrociato con l’origine geografica? In soldoni: chi sta nel web tutto il tempo ha votato in massa Hillary, chi è un analfabeta informatico e si nutre di televisione spazzatura ha votato Trump. Come si può dunque affermare che i social hanno portato Trump alla Casa Bianca? Si aggiunga inoltre che i sondaggi non sono stati in grado di prevedere l'esito, neppure la portentosa macchina da guerra di Big Data analysis messa in piedi da Obama. E da cosa sono prodotti i Big Data? Cosa analizzano, in particolare? Esatto, le conversazioni online. Se ci fosse un rapporto diretto tra l'attività social e il voto per Trump la sua elezione forse non si sarebbe potuta evitare, ma certamente prevedere. Invece è stata una sorpresa per tutti.

Fermo una possibile, giusta obiezione: queste elezioni hanno mostrato tutto il disinteresse dei media tradizionali per la provincia continentale (non che sia questa grossa novità negli Usa, paese dove i grandi quotidiani vendono in sole 4 o 5 città, le stesse e uniche dove si crea il lavoro). Il New York Times scriveva bellissimi editoriali sul fenomeno Trump, ma non si degnava di spedire nessun inviato a capire qualcosa di quei territori, lasciati a margine della ripresa economica perché, diciamola tutta, l’attuale ripresa e soprattutto la prospettiva, le parole d’ordine dell’economia americana sono quelle della silicon valley, dove il titolo di studio minimo è la laurea. Così, l’operaio dell’america profonda che non si riconosce più in nulla, non nel partito, non nella fabbrica, non nei media e nelle istituzioni educative, è lasciato solo col suo smartphone a cercare spiegazioni facili e poco riscontrate che lo confortino nella sua opinione: che è colpa di un complotto. Non avendo strumenti culturali è soggetto più lui di altri alla misinformation.

Dunque sì, è vero, c’è uno scollamento ormai storico, colossale, probabilmente irreversibile tra l’opinione pubblica e i media. Si sono infilati interi universi sociali paralleli (lo spiega bene il Nieman Lab), e c’è stato il problema di quelle che il mio amico Gianluca di Tommaso definisce “maglie difettose dei social" nella disinformazione. Alcuni esempi sono clamorosi. L’inchiesta di BuzzFeed sulle pagine fake create in Macedonia è da incubo distopico: miriadi di click su contenuti farlocchi, propagati viralmente in Rete, guadagnati solo con falsità, meme, bufale evidenti, per un pubblico senza la minima consapevolezza del giro di denaro che vi sta dietro, attirati soltanto dal gusto di condividere un contenuto che conferma una convinzione mai sottoposta ad autocritica. Il doping dei bot politici è un settore che prima o poi andrà affrontato quando si parla di trasparenza. Al momento i social non sanno bloccare questo flusso, che conta sul loro stesso modello di business. La controinformazione è impossibile, matematicamente è già stato dimostrato: il fact checking è inutile. Le convinzioni di partenza delle persone sono impermeabili ai ragionamenti.

Tuttavia, è sempre la solita questione del dito e della Luna: sicuri che dobbiamo fermarci lì, che è la spiegazione? Oppure stiamo guardando corto? Se una certa propaganda da schifo attecchisce, non dovremmo chiederci perché, invece di scrivere tonnellate di articoli pomposi sul come? Il mestiere più facile del mondo è l’esperto del senno di poi, più complesso invece tirare fuori dal cilindro la cara vecchia politica, la politica economica, la sociologia. Saranno anche offline, ma spiegano benissimo quello che è accaduto, senza scomodare Facebook. Che fa un po’ ridere. Trump ha certamente approfittato dello spaesamento di una fetta importante di elettorato frustrato da prospettive economiche ed etiche che non capisce o non approva: dalle auto che si guidano da sole ai matrimoni omosessuali, dalla gig economy alla cannabis legale, dalla politica inclusiva degli immigrati alla pluralità di lingue nell'amministrazione locale, per intenderci. È abbastanza chiaro. Però ... io sono ottimista.

Sono ottimista perché credo che Trump sia probabilmente l’ultimo o penultimo politico che guadagna consensi sfruttando paura e disorientamento delle persone rispetto alle promesse di un lavoro. Non siamo lontani da un’era nella quale per guadagnare consenso il politico non dovrà promettere posti di lavoro, ma di liberarcene. Da duecento anni l’uomo è in catene e si è talmente abituato che le ha chiamate diritti. Questa è la vera rivoluzione culturale in atto e anche se ci vorrà tempo e ci saranno tempeste alla fine il progresso e l’intelligenza umana avranno ragione della nostra emotività. Non definitivamente, questo non è possibile perché l’essere umano è cresciuto in modo spropositato nella corteccia cerebrale ma ha lo stesso cervelletto di centomila anni fa. Per ogni tempo c’è la fase dello spaesamento e in seguito quella della costruzione. Trump è lo spaesamento, ma da qualche parte camminano già sulle loro piccole gambe le persone che lo seppelliranno dove merita: tra i nostri errori più imbarazzanti.

Potete scommettere che la Rete non finirà insieme a lui.

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