Carlo Daveri
PMI & Made in Italy
12 Novembre Nov 2016 1136 12 novembre 2016

I rischi del populismo di Trump, la comparazione con l’Europa e la stabilità che serve

Pic Pezzo

“Make America Great Again”. Con questo slogan sensazionalistico, Donald Trump ha dominato le elezioni americane, diventando il 45mo Presidente degli Stati Uniti d’America.

In un Paese in cui l’enfasi è sostanza, il tycoon americano ha fatto breccia sul populismo e sulla grande retorica a stelle e strisce per aggiudicarsi 290 grandi elettori ed ergersi a nuovo paladino del sogno americano.

Ma per capire gli effetti bisogna monitorare le cause.

Trump ha conquistato gli Stati chiave con una campagna aggressiva e, in tutta onestà, priva di qualsiasi morale. Razzista, sessista e misogino, non sono delle accuse catapultate dai media nei suoi confronti, ma semplicemente il risultato di alcune sue frasi e peggio ancora concetti che ha esplicitato durante la campagna.

Siamo ormai di fronte a un populismo crescente e gli effetti in Europa e fuori dall’Europa, come in questo caso, sono chiari.

I partiti euroscettici e populisti sono stati senza dubbio fortemente incoraggiati dall’elezione di Trump e potrebbero assumere posizioni ancora più estreme e aggressive, accrescendo l’intensità della loro retorica sovranista e identitaria e polarizzando, quindi, ancora di più, il già diviso sistema politico europeo. Una deriva fortemente euroscettica che potrebbe essere davvero l’inizio della fine per l’Unione Europea o almeno di questa Unione Europea.

Gli effetti sulle PMI sono da verificare, ma di certo un sistema frammentario e instabile non porta benefici a queste.

Il 2017, ad esempio, sarà un anno cruciale per l’Europa: : almeno tre dei maggiori Paesi dell’eurozona andranno al voto. A marzo, l’Olanda va alle elezioni politiche, in cui è attesa una forte performance del partito di estrema destra PVV e del suo leader Geert Wilder.

A maggio e giugno, la Francia voterà per la presidenza e l’Assemblea nazionale: anche qui il Front National di Marine le Pen è stimato primo alle presidenziali, almeno al primo turno della tornata elettorale. A ottobre, la Germania rinnoverà il parlamento, e il partito xenofobo Alternative für Deutschland (AfD) dovrebbe registrare una buona performance. Infine, l’Italia stessa, potrebbe votare proprio nel 2017, nel caso in cui il “no” trionfi al referendum di dicembre e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere. Con quattro dei cinque maggiori Paesi dell’eurozona probabilmente alle urne nel 2017 e forti partiti euroscettici in ognuno di essi, il rischio di un’ondata euroscettica e xenofoba è tutt’altro che remoto.

L’impatto dell’elezione di Trump, tuttavia, non è ancora chiaro.

Nel caso in cui i limiti della sua leadership emergessero presto, la popolazione europea potrebbe reagire contro il montante populismo, un po’ come accaduto nell’opinione pubblica nei mesi dopo il voto britannico per lasciare l’Unione, per intenderci.

Certo è che se Trump mantenesse le promesse elettorali, alcune totalmente fuori dagli schemi, sarebbe un boomerang per il mondo intero.

Gli aspetti potenzialmente più interessanti da analizzare sono quelli ascrivibili alle normative che regolano l’attività del settore privato negli Stati Uniti, da quello bancario a quello industriale, da quello sanitario a quello energetico. A guidare l’azione di Trump in questo campo è il dogma della non ingerenza del governo negli affari come presupposto per la crescita dell’economia.

In ambito finanziario, il primo bersaglio di Trump potrebbe essere la debole riforma di Wall Street approvata dal Congresso all’indomani della crisi del 2008 (“Dodd-Frank”). Se l’intera legge finirà per sopravvivere, se non altro perché l’industria finanziaria vi si è in gran parte adattata, potrebbero venire cancellate alcune norme che limitano i profitti, così come i rischi, delle banche, tra cui la cosiddetta “Volcker Rule”, che proibisce alcune attività speculative degli istituti con capitali propri e non a beneficio dei clienti.

Per quanto riguarda l’industria energetica, Trump ha minacciato a più riprese di dare seguito alle sue prese di posizione in senso negazionista sul cambiamento climatico e le fonti rinnovabili. Un nuovo impulso all’industria del carbone è da tempo nelle previsioni del tycoon americano, assieme a una marcia indietro sui provvedimenti presi da Obama per ridurre le emissioni inquinanti, come previsto dall’Accordo di Parigi.

In conclusione, la vittoria di Trump negli USA è paradigmatica per capire, una volta per tutte, che è sempre più necessario ragionare su come connettersi con gli elettori, su come far partecipare di più le persone. La vittoria di Trump è un inno al “politically incorrect” ed è una forte campana per cercare di non deragliare sul fronte della deriva autoritaria.

In Italia, il Governo Renzi, seppur con lecite difficoltà, sta tentando di attuare un quadro riformatorio finalizzato a una crescita sostenibile negli anni a venire.

E’ bene ricordare, ancora una volta, che le imprese e i mercati hanno bisogno di stabilità, ma anche gli stessi cittadini e con la stabilità si possono intercettare opportunità miglioriG

Perché, nel concreto, è importante avere un sistema di governo più efficiente e stabile? Perché il declino dell’Italia è dovuto anche ad un sistema costituzionale bizantino dove la decisione è considerata una minaccia e non una necessità. La politica finalizzata esclusivamente alla ricerca del consenso ha finito per creare una mentalità diffusa avversa all’innovazione. Naturalmente, una democrazia politica non è un’impresa economica. Chi decide politicamente deve preoccuparsi del consenso degli elettori, mentre chi decide economicamente deve preoccuparsi delle preferenze dei consumatori. Siccome la politica crea e istituzionalizza i modelli comportamentali di riferimento, l’approvazione della riforma costituzionale, ad esempio, aiuterebbe a creare un Paese che non teme l’efficienza, ma anzi la considera una decisione del benessere collettivo.

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