Giulia Valsecchi
Cineteatrora
21 Dicembre Dic 2016 1209 21 dicembre 2016

In un mondo più gentile

49Ac2dc2 D669 4Aee 94Be 588504F44cff

C’è un tempo in cui solo le confessioni ricongiungono il passato al presente, frenano la corrente delle occupazioni e orientano le parole sulla verità mai pronunciata. È un tempo che scorda l’oscillazione delle apparenze, la maschera che mostra e nasconde. Una confessione può allora trasformare un dialogo in un monologo che non richiede risposta, perché la voce salva in sé nostalgie, immagini e, soprattutto, memorie.

Così, quando Peppino raggiunge la tomba della madre su una specie di isola bianca di neve, inizia a raccontarle quel che è stato della sua vita dal principio, come in un romanzo di formazione sopraffatto dal soliloquio. La foto della donna è coperta di ghiaccio e il figlio si appresta a lucidarla posando accanto al sepolcro una rosa rossa. Di questo appuntamento che, se non fosse per la lingua, l’idioma calabrese, e per le pose mai casuali, assomiglierebbe a ogni altra raffigurazione dolente del dialogo tra un figlio e una madre scomparsa, Saverio La Ruina intaglia un frammento che trattiene il dolore di certe ricorrenze e usanze, come delle levità più pensose. Nello sguardo all’indietro di Peppino c’è tutta l’enfasi degli anni giovanili, dei brividi sulla spiaggia quando, ancora bambino, viene sfiorato da un coetaneo.

Da allora si è insinuato un dubbio, un terrore misto alle infatuazioni e alle offese urlate da tutto il paese contro il primo abitante che non fa misteri delle proprie scelte sessuali. Il suo è un caso che verrà a ripetersi tristemente e in maniera amplificata dal Sud al Nord dell’Italia. Il racconto di Peppino passa infatti attraverso la paura dell’etichetta di “diverso” che gli anni e i luoghi visitati non hanno emendato, ma solo costretto a rassegnazione.

Il rispetto degli orari di pranzi e cene con chi resta della famiglia continua a coprire ciò che non è mai venuto a galla esplicitamente, se non quando è stato costretto a riconoscere la propria verità davanti a un amico che, come lui, è di quei “masculi” cui piacciono altri “masculi”. Sono argomenti che disturbano e annoiano, motivi di discriminazioni che non fanno notizia se non nell’abuso e nella morte indotta.

La confessione di un figlio alla madre mostra la resa consapevole a una vita di silenzi e fughe dalle persecuzioni verbali e fisiche. Una vita che Peppino ha trascorso a imparare il mestiere di barista e ad affidarsi, sempre in clandestinità, all’unico compagno che gli abbia dichiarato amore, diverso sì da chi pratica amplessi meccanici. L’isola di neve da cui fa capolino la tomba su cui si riversano parole, canzoni e volti di un tempo è un traguardo sciagurato e protetto di ricordi che si ripiegano su stessi mentre riferiscono di Alfredo, il compagno amato e ucciso dalla violenza dei cosiddetti “normali”. Eppure, non mancano stacchi leggeri in cui Peppino si figura nei panni di San Pietro e domanda alla madre se abbia già incontrato Gesù e Maria.

Sono domande che alleviano il peso degli incubi notturni, mentre la luce cala su quello che è un viaggio interiore svelato da La Ruina con la misura lirica e atroce che gli appartiene esemplarmente. Il dialetto calabrese è la prima confidenza che mette a nudo le brutture del linguaggio canonizzato, quello che quasi mai è gentile, che non sa come definire chi è “masculu e fìammina” allo stesso tempo, che rompe le teste con sbarre di ferro o mortifica l’unione tra due uomini, sempre e soltanto due “ricchioni” agli occhi dei più.

La libertà che si prende Peppino di stare nudo davanti al mare su una spiaggia deserta è la stessa che dal passato sopravviene alle parole affidate al ritratto materno. Ne La camera chiara Barthes descrive non a caso la fotografia come Quadro Vivente, teatro primitivo che inscena la storia: narrarsi si fa allora sempre più necessario, è un grido sfacciato e una carezza che gli occhi assenti dalla realtà fanno rivelazione segreta. Così, le raccomandazioni della madre che sapeva senza dire né chiedere sono un calco in cui Peppino si rannicchia abbandonandosi e lasciando che il tempo, come nella confessione, sia sospeso in attesa di un mondo più gentile.

Masculu e Fìammina

di e con Saverio La Ruina

musiche originali Gianfranco De Franco

collaborazione alla regia Cecilia Foti

scene Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo

disegno luci Dario De Luca e Mario Giordano

audio e luci Mario Giordano

organizzazione Settimio Pisano

produzione Scena Verticale

http://www.scenaverticale.it/it/

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook