Loris Guzzetti
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9 Gennaio Gen 2017 0909 09 gennaio 2017

Trump, vittima che vince comunque

Getty Images 630622488

La campagna demolitrice messa in atto, fin dal giorno successivo alle elezioni, nei confronti di Donald Trump pare avere ormai raggiunto livelli davvero imbarazzanti e ridicoli. In vista del prossimo 20 gennaio, data ufficiale per l’insediamento del nuovo Presidente Usa alla White House, si fa strada una corsa più che mai affannata per suggellare il giorno con una cerimonia assai festosa, di buon inizio e benvenuto. Come del resto si è sempre fatto.


Tradizione secolare vuole, infatti, che il giuramento di un nuovo Presidente dinanzi alla nazione americana sia poi accompagnato dall’esibizione di grandi artisti, i quali contribuiscono ad accogliere il neo eletto con un clima più tranquillo e spensierato, allentando la presa dei rigidi riti formali imposti dal cerimoniale.


Si pensi, a titolo di esempio trascorso, al concerto di Bob Dylan in onore di Bill Clinton nel 1993 o, in tempi più recenti, a quello di Beyoncé, Alicia Keys, Mariah Carey e molti altri in occasione della cerimonia di giuramento dell’ormai ex inquilino della Casa Bianza, Barack Obama.
Eppure, una sequela di cantanti, musicisti e Vip hanno in questi ultimi mesi via, via manifestato la propria contrarietà all’evento in favore dell’insediamento di The Donald, rifiutandosi di partecipare perché dicono di non essere in linea, sostanzialmente, con la figura politica del magnate appena eletto alla presidenza.
Fra questi anche nomi di pregio della stessa musica italiana.


Notizie di qualche giorno fa, inoltre, farebbero riferimento ad un volta faccia pure da parte del mondo della moda, seppur con qualche eccezione. Alcuni grandi stilisti hanno cioè iniziato a boicottare il Tycoon d’America e la sua cerchia famigliare (in particolare la moglie Melania), per ciò che riguarderebbe la composizione del loro guardaroba.


Al di là della simpatia e del consenso politico, che rimane ragionevolmente soggettivo, questi sciocchi episodi sembrano far emergere un modo di pensare alquanto irrispettoso verso l’esito elettorale e, più nel complesso, verso le logiche previste dalla Democrazia.
Donald Trump, piaccia o meno, ha vinto in maniera indiscutibile le elezione dello scorso Novembre, conquistando quasi tutti i cosiddetti “swing state”, gli Stati chiave con maggiori grandi elettori. Il popolo, insomma, si è ampiamente e definitivamente già espresso a favore del magnate della Trump Tower di New York. E la democrazia vorrebbe che la volontà popolare fosse sempre sovrana, indiscutibile.


Perché dunque procedere con questo boicottaggio che manca di rispetto alle logiche democratiche e al consenso popolare? Appare assai contraddittorio, oltre che sciocco continuare a mettere in discussione una vittoria effettiva, conquistata in maniera ineccepibile. D’altro canto, non è possibile certo pensare che la democrazia faccia comodo solo quando a vincere è il candidato sostenuto personalmente.


In ogni caso, va sottolineata l’importanza di mostrare rispetto all’istituto della Presidenza e delle istituzioni a lui correlate, indipendentemente da colui che momentaneamente ne ricopre gli incarichi. Trump è il Presidente e, come molti altri prima di lui, ha il sacrosanto diritto di avere la sua cerimonia di giuramento in pompa magna.
Ad essere in gioco non sono solo il prestigio personale di un uomo più o meno gradito, bensì, e soprattutto, quello della funzione che lui ha, d’ora in avanti, il dovere di svolgere, perché in questo senso ha deciso la maggioranza del popolo americano.

Ma forse questa lezione, i grandi della musica e della moda, e tanti altri, non l’hanno ancora imparata.

Loris Guzzetti

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