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17 Gennaio Gen 2017 0650 17 gennaio 2017

Emad, giornalista, da Aleppo a Innsbruck con la rivoluzione nel cuore

Emad Husso Aleppo Journalist
Emad Husso, giornalista siriano

Da più di un anno in Austria, Emad Husso è un giornalista nato e cresciuto ad Aleppo. Dal 16 febbraio, Innsbruck ospiterà con una mostra fotografica itinerante i suoi scatti di quella che è diventata la città mediaticamente simbolo della rivoluzione e della resistenza siriana. E non solo...

Una porta socchiusa alle spalle, lontana ma non troppo. Il cuore e la testa sgombri, liberi quel tanto che basta a varcare la soglia dell’immagine di sé cui ci si abitua, ed era andato via. Via dai sogni, via dal male, via dal bene, dalla morte, dall'illusione, dalle bombe, dalle armi, dalle strade, dalla speranza, dagli amici di sempre, tanti e amati come fratelli. Via dal cuore pulsante della rivoluzione siriana: Aleppo. Più di un anno fa Emad aveva scelto ed era partito verso l’ignoto. Giornalista, la vita gli aveva imposto di mettere in salvo il proprio futuro e quello dei suoi cari. Occorre scegliere, mi aveva detto una sera in chat.

Trent'anni, Emad è un fotografo nato e cresciuto in una città simbolo della tensione verso la libertà. Un "ribelle", come chiunque abbia dimostrato dissenso nei confronti del regime dittatoriale di Assad, come chiunque abbia supportato la rivoluzione in Siria. Me lo spiegava dal suo rifugio nel cuore delle Alpi, a Innsbruck. Era settembre, forse ottobre.

Aleppo, foto di Emad Husso

Ci eravamo appena incrociati su facebook. Shamel, fotoreporter di Aleppo, era morto da poco. Emad aveva lavorato con lui per un’associazione umanitaria, i Life Maker. Parti di un affiatato team, aiutavano le famiglie dei civili traumatizzati dalla “guerra” a trovare un equilibrio tra le bombe e la paura. Cercavo una storia speciale da raccontare, gli avevo chiesto di aiutarmi. Non ho poi trovato la storia, ma un amico. Il tempo passava e questo file, che era una semplice intervista, attendeva invano un the end. Intanto la città “ribelle” cadeva, affamata, giorno dopo giorno, bomba dopo bomba, violenza dopo violenza, terrore dopo terrore, sangue dopo sangue. Noi eravamo qui, ciascuno davanti allo schermo del proprio smartphone e del proprio laptop, a guardare. Io in Italia, lui in Austria. Ogni tanto gli scrivevo:

-Come va?

-La vita va avanti ma la mia città muore. Sto male. I miei amici sono lì, comprendi?

-Le mie memorie, i miei ricordi, i miei sogni. Non posso dormire. Non dormo più. Non dormo da due settimane.

Prendevo sonno a fatica anch’io. Era di fine novembre, inizio di dicembre. E io ho conosciuto i ragazzi di Aleppo, alcuni dei suoi amici, solo attraverso post e commenti sui social, foto, video, chat.

Mi sono messa nei suoi panni ma non credo di essere riuscita a sentire quello che sentiva. Lontano dalle persone con cui aveva condiviso tanto, che rischiavano la morte, che soffrivano di stenti, di freddo, di paura, resistendo, mentre lui era in salvo, al caldo. Lontano dalla rivoluzione per cui aveva speso anni della propria vita, sognando una vita dignitosa, quella che poi, disilluso e messo alle strette, aveva abbandonato. Non era facile per lui: la nostalgia, il rimpianto, forse anche la rabbia e l'amore devono averlo torturato.

Un tempo mi aveva spiegato: "all'inizio era una rivoluzione pacifica, ma Assad poi ha colpito, ha sparato sui manifestanti. Molti soldati e ufficiali di regime hanno disertato e sono scappati perché non volevano uccidere i siriani. Così hanno formato quello che viene definito il Free Syrian Army, un esercito per proteggere i civili".

E ancora: "Le Nazioni Unite? Non hanno fatto niente per aiutare i siriani a conquistare la libertà. Assad? Ha ucciso migliaia di siriani, è persona autoritaria e discutibile. Migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa sua. In Siria, poi, ci sono dei gruppi di estremisti che stanno ammazzando i civili esattamente come Assad. Sia il regime che questi gruppi stanno distruggendo la rivoluzione. L'ISIS? Ci sono evidenze delle relazioni che ha con Assad.

Nonostante tutto ciò, la decisione di abbandonare la sua terra gli era pesata come un macigno, ma aveva dovuto prenderla. Come tanti suoi coetanei, Emad è già padre e marito. Parte della sua famiglia è in Turchia, forse un giorno riuscirà a riabbracciarla. Intanto, occhi grandi e neri come la grande e nera tenda calata sul passato, sull’infanzia, va avanti, con l’entusiasmo e l’ottimismo di cui solo le persone speciali sono capaci.

Emad, conduttore a Voice of Peace, programma radiofonico

Mentre parliamo, mi chiedo come faccia a non morire di nostalgia o a non farsi vittima del mondo, a non essere arrabiato, a non sentirsi tradito, a dimenticare, a dimenticarsi.

Holly e Benji, in Siria: Capitan Majed, era il suo cartone animato preferito. Avrebbe voluto fare il calciatore, poi la vita lo aveva scoperto scrittore, la rivoluzione giornalista e fotografo. Le sue foto sono in bianco e nero. “Per me sono più “realiste” di quelle a colori”, mi spiega. Le guardo e vedo attimi di vita sospesi, senza attesa e senza futuro, come la vita di tanti rifugiati. Narrano un passato congelato per non far male, per non scaldare, per non far danno. Mentre studia tedesco, Emad sta preparandosi a una mostra itinerante nella capitale austriaca che sarà inaugurata il 16 febbraio. Non solo Aleppo, anche il confine turco siriano, varcato per andar via. Tutto, rigorosamanete in bianco e nero. Ne ho letto sulla sua bacheca. Emad ha studiato letteratura, i suoi post su facebook sanno di poesia. Passa il tempo e non riesco più a farne a meno. Collabora anche con Good Morning Syria, progetto editoriale italo-siriano. Fosse rimasto nel suo Paese, il regime avrebbe potuto arrestarlo, come capitato ad altri, per il non aver inginocchiato intelligenza e talento a sua santità Bashar Al Assad. Forse avrebbe perso un braccio, o una gamba.

Per fortuna è qui, in Europa. Per fortuna non ha abbandonato la sua passione per l’informazione. Bella voce, inglese perfetto, ha condotto The voice of peace" un programma radiofonico che parla di rifugiati, di pace, di speranza. Vive con i fondatori della radio, Geli and Markus, che sono diventati in fretta amici speciali per lui. Quando aveva lasciato Aleppo non immaginava che sarebbe arrivato in Europa. Ora è ad Innsbruck da più di un anno.

È tarda notte, mentre io riscrivo la sua intervista lo immagino in una camera, da solo, ad ascoltare musica mentre legge gli aggiornamenti dei suoi amici sui social e si prepara a dormire come può. Magari fuma la sua shisha. Una volta gli ho chiesto di condividere con me delle canzoni. Mi ha fatto ascoltare una cantante turca, tutta colori e gioia . Pregiudizio, il mio, smontato tra le note. Immaginavo qualcosa di più mediorientale, di più religioso. Eppure non gli ho mai chiesto se fosse musulmano. Forse non mi interessava la sua risposta.

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