Giulia Valsecchi
Cineteatrora
24 Gennaio Gen 2017 1611 24 gennaio 2017

Fare finta di essere

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Si incomincia con un’inesattezza e si finisce col dire che in Iran lo Stato non esiste. Il Paese che qualcuno, con nostalgia orientalista o distacco di sapore prerivoluzionario, preferisce ancora chiamare Persia è veicolato spesso da una coltre di confusione, pregiudizi e comode generalizzazioni che finiscono per intaccare anche la critica di un film. Il cliente di Asghar Farhadi è un titolo che l’italiano e il francese rovesciano dall’originale persiano (Forušande, فروشنده‎), che significa Il venditore (The salesman), stravolgendo in prima battuta il gioco delle parti. Non è un dettaglio insignificante sia per la trama del film, sia per la sottotrama che attraversa le contaminazioni tra teatro, dunque finzione, e realtà pur riscritta nel tessuto di una storia.

La vicenda non ha un’introduzione, ma irrompe con una circostanza drammatica che vede due giovani coniugi, Emad (Shahab Hosseini) e Raana (Taraneh Alidoosti), lasciare il proprio appartamento a Teheran perché l’intero palazzo sta crollando. Attorno, nella notte, delle ruspe indifferenti alle grida di chi cerca di mettere in salvo se stesso e i propri beni continuano a scavare nel terreno. L’indole di Emad è di un volenteroso che mette a repentaglio la propria incolumità per portare fuori dal condominio traballante un giovane disabile che vive con la madre anziana. Di quelle stanze vuote come scenografie disabitate Farhadi propone il raffronto, o meglio, la sovrapposizione con la scena del teatro in cui Emad e Raana recitano nei ruoli di Willy e Linda Loman, protagonisti di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.

Come quei personaggi di un’America piegata dalla crisi e dalla rincorsa di un successo rovinoso, così Emad e Raana, rispettivamente un insegnante e una bibliotecaria, mettono a nudo la necessità di vendere a se stessi e al pubblico presente in sala una condizione temporanea di adattamento che non è mai tale. Raana subisce infatti un’aggressione nella nuova casa offerta loro come soluzione provvisoria da Babak, il regista dello spettacolo (Babak Karimi), e abitata in precedenza da una donna che i vicini ritengono si prostituisse. Di lei restano un guardaroba frivolo, una bicicletta per bambino e dei mobili che non verrà a ritirare.

La sua assenza e i modi imbarazzati per definire la donna, senza mai ricorrere al termine più appropriato, sono il mistero silente che muove il racconto, una sospensione noir che più volte Farhadi ha inseguito in passato, basti pensare all’intenso ed enigmatico About Elly, ma anche al più noto nonché premio Oscar Una separazione sul tema della colpa. Di vendita si tratta ora in termini realistici e simbolici, drammatici e interiori, come è della tradizione persiana imbevuta di simboli che qui si trovano a esibire fuori e dentro la scena la fatica di contrattare il quotidiano. E, di certo, non si nega la scure di una commissione che incombe sulla libertà espressiva, né il senso di minaccia avvertito da una donna iraniana nel taxi collettivo in cui accusa Emad di molestarla.

Quest’ultimo, tuttavia, pur essendo innocente, non replica ma spiegherà più tardi a un allievo del proprio corso di letteratura d’essere certo che quella donna fosse stata importunata e da allora temesse chiunque. Sono i malesseri di una società che Emad e Raana si trovano a fronteggiare sempre più da vicino, a una temperatura di paura e rancore crescenti, perfettamente in linea sia con la caduta e la fine di Willy Loman, sia con quel che a scuola Emad spiega come abbrutimento dell’umano nel corso del tempo.

La violenza dello sconosciuto che si scaglia su Raana mentre è sotto la doccia innesca il conflitto cruciale del marito alla ricerca del colpevole, e rompe la quarta parete in scena mentre sempre Emad accusa l’amico e regista Babak di essere un depravato responsabile di aver proposto una casa abitata da qualcuno che vende il proprio corpo e resta senza volto. La finzione si dipana allora come stato di cose per sopravvivere, battuta alterata e metafora che allude ai ruoli alterni del venditore e del cliente riassunti in colui che, una volta scoperto, ammette di aver provato ad approfittare di Raana nuda e inerme in un appartamento posticcio quanto un palcoscenico. Tuttavia, non è lo Stato a scomparire come è stato scritto a proposito di questa pellicola, né emerge il ritratto di un Iran prostrato dalle proprie asfissie, ma come sempre accade nel linguaggio di Farhadi prevale l’assunzione di responsabilità dello sguardo sull’umano e il doppio che lo informa.

Emad si accanisce sul colpevole venditore ambulante di abiti con uno scavo e una punizione degni di un calcolo che nulla ha da invidiare a quel regime di cui ci si indigna a distanza, così come a un attore consumato: il peso del disonore che cadrebbe sulla famiglia, essa stessa vertice simbolico della società iraniana, se venisse a conoscenza dei vizi di un padre macchiatosi prima della colpa d’essere il cliente di una prostituta e poi un aggressore, convive con le pulsioni di cui anche l’individuo più colto e vigile al prossimo macina in sé l’orrore vendicativo.

L’ossessione di Willy Loman, che a furia di “fare finta di essere” si annulla in un requiem di fallimento e morte, è un suicidio che Farhadi tramuta nel crollo camuffato dal ritorno in scena di Emad e Raana, senza mostrare quale sarà la fine, ma insinuando nello spettatore il dubbio su chi sia, in fondo, la bestia.

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