Marco Rota
Le colonne d'Ercole
8 Febbraio Feb 2017 1040 08 febbraio 2017

L'Europa vista da Israele

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La «Silicon Wadi», seconda solo alla Silicon Valley in California, è il triangolo israeliano dell'alta tecnologia e rappresenta la massima concentrazione pro-capite al mondo di imprese hi-tech, più di cinquemila aziende di questo specifico settore in rapporto a otto milioni di abitanti.

Israele è tra i maggiori poli mondiali dell’innovazione e della ricerca: quasi tutte le aziende americane dell’hi-tech hanno insediato qui un centro di sviluppo e di analisi, mentre cresce costantemente il numero di quelle israeliane quotate al Nasdaq.

Uno dei protagonisti di questo apparato strategico è un imprenditore italiano neppure quarantenne, si chiama Jonathan Pacifici e la sua storia ci riporta al 9 ottobre 1982, all'attentato alla Sinagoga di Roma dove perse la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè, un bimbo di soli due anni, e dove rimasero ferite 37 persone. Una di queste era Jonathan, che all'epoca aveva quattro anni.

Pacifici vive a Gerusalemme, dove si è trasferito dall'età di 19 anni, è fondatore e presidente del World Jewish Economic Forum, ispiratore e managing partner di JP & Partners, nonché esponente a Gerusalemme del fondo Wadi Ventures, in cui sono presenti molti investitori italiani vicini a delicate start-up dell’hi-tech israeliano.

Con lui, fine conoscitore di affari internazionali e temi afferenti alla sicurezza, parlo dei suoi progetti e della sua visione generale, di Israele, Italia, Europa, Medio Oriente e Stati Uniti.

Alcune delle risposte sono quelle che seguono, e non sono ovvie.

Presidente Pacifici, quali riflessioni anche di natura storica e politica l'hanno spinta a fondare un forum economico ebraico? Si può dire che vogliate connettere in maniera sistemica Israele al mercato mondiale dell'hi-tech anche grazie a questo hub?

“Da tempo si sentiva l’esigenza di un forum che facesse da “super-connettore” tra Israele, il mondo delle comunità ebraiche (e l’associazionismo ebraico in generale) ed il mondo dell'impresa. Uno spazio aperto a tutti ma che sottolinei le peculiarità culturali dell'imprenditoria ebraica e israeliana che proprio grazie al crescente mercato dell’hi-tech suscita grande interesse”.

Come funziona lo scouting delle start-up?

“Lo scouting di un Venture Capital è basato sulla gestione di un “funnel” che deve scremare le opporunità che meritano di passare alla fase successiva dello screening. Dipende ovviamente da CV degli imprenditori, dalla solidità della loro iniziativa, dalla tecnologia, dalla competition, dalla proprietà intellettuale e molto altro. Noi riceviamo migliaia di proposte, solo pochissime vengono analizzate con un vero due diligence e tra queste ancor meno sono quelle in cui investiamo. Il lavoro dello scouting è anche frutto di tante relazioni che incrementano le possibilità di arrivare ai deals più interessanti”.

Quale tipo di ritorno si aspettano gli investitori?

“E’ un settore nel quale in genere si parla di multipli sul capitale investito. Il rischio è intrinsecamente molto alto ma al contempo le opportunità sono straordinarie. La chiave è la diversificazione del portafoglio di investimenti. Ci sono poi investitori strategici che cercano oltre al ritorno puramente finanziario, un ingresso privilegiato in tecnologie che possono impattare in maniera importante il loro core business”.

Parliamo di Stati Uniti. Come le sembrano i primi passi della nuova amministrazione? La società americana non è mai sembrata così profondamente divisa dopo un'elezione presidenziale.

“E’ innegabile che l'elezione di Trump rappresenti un forte elemento di discontinuità. Non sono però sicuro che la polarizzazione della società sia una novità. Gli Stati Uniti hanno una grande tradizione di alternanza, blindata da una Costituzione straordinaria che garantisce governabilità e una vera separazione dei poteri. E’ presto per giudicare i primi passi della nuova amministrazione anche se qui, in Israele, c'è grande speranza per un cambiamento dopo otto anni di rapporti molto tesi con l’amministrazione Obama”.

Trump ha dichiarato in campagna elettorale di voler riconoscere Gerusalemme quale possibile capitale indivisa di Israele, "unica ed indivisibile" come sancito dalla stessa Knesset nel 1980.

“In realtà gli Stati Uniti con il Jerusalem Embassy Act varato dal Congresso nel 1995 hanno già disposto per legge lo spostamento dell’ambasciata. Resta prerogativa del Presidente sospenderne l'implementazione (ogni sei mesi) per questioni di Sicurezza Nazionale. Paradossalmente Trump per spostare l’ambasciata non deve fare assolutamente nulla. Dal punto di vista israeliano è un passaggio importantissimo che pone fine ad una discriminazione incomprensibile. Forse le folli risoluzioni dell'UNESCO, poi disconosciute dallo stesso Segretario Generale dell'ONU, hanno reso più urgente la necessità di un pieno riconoscimento del legame unico tra il popolo ebraico e Gerusalemme”.

Mi interessa conoscere la sua opinione in merito all'Europa attuale. Si terranno elezioni a breve in Francia, in Germania e non solo. Com'è il Vecchio Continente visto da Gerusalemme?

“C'è grande scetticismo in Israele per un'Europa percepita come lenta, stanca, ma soprattutto molto ipocrita nei confronti dello Stato ebraico. Sui grandi temi come l'immigrazione e la lotta al terrorismo gli israeliani sono semplicemente increduli di fronte a un percorso percepito come suicida. Questo a lato del sentimento di simpatia nei confronti di un continente apprezzato per la cultura, la storia, la tradizione e meta di turismo ed affari. Nessuno però dimentica che è anche il continente che ha partorito lo sterminio sistematico del popolo ebraico. E’ un rapporto complesso...”.

In Italia Matteo Renzi sarà ancora un protagonista di primo piano della vita politica?

“In Italia è sempre difficile fare previsioni. Al di là di un giudizio politico di merito che non mi compete credo che Renzi abbia avuto il merito di aver provato a modificare un assetto istituzionale che condanna l'Italia all'ingovernabilità. Gli Italiani hanno legittimamente bocciato la sua riforma ma ciò non toglie l'assoluta necessità di arrivare ad una legge elettorale e ad una riforma delle istituzioni che consentano il buon governo del paese, chiunque sia il vincitore. Credo sia una questione di metodo, più che di persone”.

Lei è un investitore lungimirante nel settore della sicurezza avanzata e in specie della cybersecurity. La sensazione è che in Italia più che altrove molte infrastrutture critiche rivelino livelli di difesa piuttosto scarsi, ma gli investimenti necessari per metterci al passo con i paesi avanzati siano insufficienti. Possibile che si avverta così poco questo ritardo politico e insieme tecnologico?

“In ogni business school si insegna che la sola ricetta certa per lo sviluppo dell’economia è un forte investimento nelle infrastrutture. La rivoluzione digitale fa sì che le infrastrutture oggi non siano solo strade, porti ed aereoporti ma anche la rete. Investire nella messa in sicurezza delle infrastrutture strategiche ma anche di tutte quelle realtà cibernetiche che fanno funzionare il paese è la ricetta migliore per assicurare una crescita sostenibile del paese e un pieno sfruttamento delle opportunità che la tecnologia ci offre”.

L'attacco di Daesh al mondo libero, gli europei che arrancano tra il diritto di difendere le libertà individuali e la necessità di prevenire e contrastare il terrorismo islamico anche con legislazioni di emergenza. Problemi e paure con cui i cittadini israeliani convivono da sempre. Quanto abbiamo da imparare noi europei dal modello israeliano?

“Moltissimo. Israele è l’unica democrazia che si confronta da anni con i dilemmi che l’Europa scopre soltanto oggi. I diritti dell’individuo rapportati al possibile danno alla collettività, la prevaricazione dei diritti di un sospetto per salvaguardare centinaia di bambini, ebbene le corti di giustizia israeliane, la stampa, il governo, l’opinione pubblica si cimentano da anni con questi temi, non sempre con risposte univoche. Studiare la realtà israeliana può far risparmiare all’occidente tempo prezioso ed errori fatali”.

Sono molti i dossier aperti: Siria, Turchia, Iran, Egitto, solo per citarne alcuni relativi al Medio Oriente. Iran, Russia e Hezbollah peraltro hanno obiettivi comuni in ordine alla questione siriana. Israele quanto teme questa convergenza?

“La politica israeliana parte dalla consapevolezza che Israele è il solo vero artefice della propria sorte. Le migliori menti di questo paese lavorano giorno e notte contro il terrorismo, che alla fine viene sconfitto dalla tenacia degli uomini e dalla potenza della tecnologia. Basti pensare all’Iron Dome che ha ridisegnato i rapporti con la striscia di Gaza. Con la Russia la partita è molto più complessa, però la percezione è quella di un certa sintonia tra Mosca e Gerusalemme”.

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