Dario Accolla
Strani giorni
24 Febbraio Feb 2017 1057 24 febbraio 2017

Polemiche sul San Camillo: ma se abolissimo l'obiezione di coscienza una volta per tutte?

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Tra diritto all'aborto e obiezione di coscienza

Il dibattito sull'obiezione di coscienza scuote ancora il nostro paese, dopo il bando di concorso della Regione Lazio per l'assunzione di due medici per garantire l'interruzione di gravidanza al San Camillo di Roma. Sia i (soliti) vescovi, sia la ministra Lorenzin hanno storto il naso, parlando addirittura di "discriminazione" per gli obiettori. Il presidente Zingaretti, da parte sua, si difende ricordando che non si vuole andare contro i principi di nessuno, ma si garantisce a chi vuole ricorrere alla legge 194 il diritto, altrettanto riconosciuto, di porre fine a una gravidanza in modo dignitoso e sicuro.

In un contesto come quello italiano, i dati in nostro possesso denunciano una realtà ben diversa da quella urlata da alti prelati e ministre che hanno dato già prova di manifesta incapacità politica (ricordiamo tutti con affetto il Fertility day): i medici che, di fatto, impediscono alle donne che vogliono abortire di poter ricorrere alle strutture pubbliche sfiorano la quasi totalità in regioni come il Molise (93,3%), il Trentino Alto Adige (92,9%) e la Basilicata (90,2%). In altre come Lombardia, Puglia e Sicilia si va dal 63,6% all'87,6%. In Lazio, nello specifico, abbiamo quattro ginecologi obiettori su cinque. In dati reali, parliamo di migliaia e migliaia di operatori e operatrici che si dichiarano indisponibili a far funzionare una legge dello Stato. Di fronte a questa realtà, ben venga la scelta della Regione di garantire quelle donne che hanno diritto a cure mediche e al ricorso a personale specializzato in tutta sicurezza. In un quadro siffatto, quindi, certe proteste – e le polemiche conseguenti – si riducono a ululati alla luna.

Un altro aspetto della questione – forse non molto chiaro ai più, Lorenzin in primis – è il ritorno all'aborto clandestino. Nel 2013, come riporta un'inchiesta di Repubblica, ci sono state ben «ventimila le interruzioni di gravidanza illegali calcolate dal ministero della Sanità, ma secondo alcune stime sono almeno il doppio». Il tutto tra «ambulatori fuorilegge e farmaci di contrabbando». Come mai tale recrudescenza? «La norma funzionava» si legge ancora nell'articolo «ma è diventata una corsa a ostacoli». L'obiezione, che doveva garantire il medico e il suo sistema di valori, si è trasformata in vero e proprio divieto per le donne. E così, il rimedio è diventato maggiore del "danno": per evitare che le donne si rivolgessero agli ospedali, si è fatto in modo che andassero a farlo altrove. A rischio della propria salute. La recente legge che punisce chi ricorre all'aborto clandestino, con multe da 5.000 a 10.000 euro, colpirà le fasce più deboli e i soggetti più marginalizzati (prostitute, donne migranti, donne meno abbienti). Tutto sembra suggerire, insomma, che un approccio alla questione di tipo punitivo.

Come ho già scritto altrove, mi chiedo se non ci troviamo di fronte a un nuovo scenario in cui il ricorso all’obiezione di coscienza non debba essere definitivamente impedito a chi si accinge a esercitare la professione medica nelle strutture pubbliche, e non solo in ambito ginecologico. Posizione molto radicale, me ne rendo conto. La questione, tuttavia, poteva aver senso negli anni '70 quando chi esercitava la professione si trovò a dover fare i conti con la nuova normativa. A quarant'anni di distanza i nuovi medici dovrebbero aver fatto pace con questa evenienza. E non solo. A ben vedere, un tempo – quando esisteva il servizio di leva obbligatorio – l’obiezione di coscienza era sì garantita, ma escludeva dalla carriera nei corpi armati chiunque si fosse dichiarato obiettore, anche per un semplice lavoro di ufficio. Perché questo criterio non può essere esteso anche agli ospedali?

Non dimentichiamo, inoltre, che le prossime sfide in ambito medico riguarderanno diversi temi: dal trattamento di fine vita alle tecniche riproduttive su cui si deve riaprire il dibattito nel nostro paese, per superare l’odiosa legge 40. Come si comporteranno, di fronte a questi temi, ginecologi, rianimatori, anestesisti ed altre figure essenziali?

Concludo ricordardo che dovrebbe essere prioritario il benessere ultimo del paziente, oltre che la sua volontà. Il dibattito sull'obiezione e i protagonisti politici che lo esasperano – a cominciare da chi pretende che il divieto di ricorrere alla 194 si imponga sulle scelte di chiunque – sembrano andare in direzione di interessi di parte e di prese di posizione ideologiche, di tipo confessionale. Ricordiamo che le nostre idee e le nostre scelte non possono produrre conseguenze lesive della volontà degli altri, sul proprio corpo e sul proprio sistema di credenze. L'obiezione di coscienza sull'interruzione di gravidanza ha prodotto invece tutto questo: reiterati abusi sulla dignità delle donne. È questo che vogliamo, un domani, sul tipo di cure che intendiamo avere e su come preferiamo porre fine alle nostre sofferenze? Forse dovremmo partire da questo interrogativo che ci riguarda in prima persona.

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