Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
3 Marzo Mar 2017 1214 03 marzo 2017

Cronaca di una notte insonne: Marine Le Pen, il velo e lo spirito dell’Occidente

Marine Le Pen Front National
Marine Le Pen, Front National.

Grazie a Domenico Giannino (vedi note a fine articolo) per questo pezzo su notti insonni e Marine Le Pen.

Molte cose che questo popolo approva, sono per un altro un’onta ed una vergogna: questo io ho trovato. Molte cose che qui erano chiamate cattive, le ho trovate là ammantate di porpora.

F.W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Notte inoltrata di un Febbraio londinese: YouTube suona Muddy Waters; Tyson mi guarda dal suo poster con gli occhi da assassino dopo aver mandato a nanna Trevor Berbick; Palanca si appresta a segnare da calcio d’angolo sotto la Capraro, mentre l’omino con le buste della spesa sta bloccando una colonna di carri armati cinesi. Dall’altra parte della stanza Giovanni Falcone fuma una sigaretta con Paolo Borsellino, eroi di un Paese che certamente non li meritava; Indro Montanelli sta scrivendo un pezzo alla sua macchina da scrivere e intanto Totò detta una lettera a Peppino De Filippo sotto lo sguardo beffardo di George Best.

Lo sguardo è perso nel vuoto e la mente va veloce, all’improvviso si accende la lampadina: ripenso al bus notturno che mi ha riportato sotto il Boleyn Ground, tempio pagano di un calcio che non c’è più. Il mio vicino di sedile mi osserva imbacuccato nel mio paltò e, con un incomprensibile accento dell’East End, mi dice: “it’s not so cold tonight, innit?”. Il mio gentile “you’re right mate” nasconde un ben più calabro “a p*****a e ziata”: non è lui però l’oggetto delle mio flusso di coscienza notturno.

C’è una ragazza musulmana seduta poco più avanti di cui mi hanno colpito gli occhi chiari, il sorriso gentile ed il velo che le copriva i capelli ed il collo. Ripenso a quel velo ed al niet di Marine Le Pen al Mufti del Libano, spot elettorale di una leader politica comunicativamente molto scaltra. Per evitare che il mio ‘anti-radicalchic-ismo’ prenda il sopravvento ed inquini il mio giudizio, devo ‘ripulire’ la notizia togliendo Marine Le Pen ed il Mufti: rimane solo il velo. A ciò aggiungo lo spirito occidentale suggeritomi dalla location londinese ed inizio a scrivere.

Il vantaggio di vivere a Londra – oltre naturalmente a poter far finta di essere creativo – è quello passare la vita in un ambiente estremamente multiculturale, osservando quotidianamente il mescolarsi/scontrarsi di diverse tradizioni. Vi sono interi quartieri che potrebbero essere staccati e, togliendo i poliziotti di sua maestà ed un po’ di sottoproletariato bianco, attaccati ad una qualunque capitale mediorientale o nordafricana: non so se è un bene o un male, ma è così. Stesso discorso vale per Edgware Road, dove la i ragazzi bene del Golfo, esteriormente molto occidentalizzati, spendono e spandono senza pudore.

Il mio inguaribile spirito ottimista osserva tutto ciò con interesse, nella ferma convinzione che l’evoluzione e la bellezza nascano dall’incontro rispettoso di culture e storie diverse che, ben aggrappate ai loro rispetti principi fondativi, trovano punti d’incontro e canali di comunicazione. Sono però forse proprio quei principi fondativi dello spirito occidentale – che vanno dall’antichità classica alla concezione universale dei diritti umani, passando per la Rivoluzione Francese e per l’innegabile apporto della Cristianità, da un lato, e del romanticismo germanico, dall’altro – di cui si perde consapevolezza? Non li stiamo forse sacrificando sull’altare del relativismo culturale imperante?

Evitando di fare sconfinare il pensiero in vaghi ricordi filosofici dei tempi in cui mi nutrivo di Nietzsche, mi concentro sul tema indossare/non indossare il velo e di come questo possa andare contro ad alcuni dei principi fondativi di cui la civiltà occidentale si fa vanto, prima fra tutti la libertà d’espressione.

Il dibattito è certamente troppo complesso per essere sintetizzato in poche battute, non mi posso però esimere dal cercare di esprimere, seppur succintamente, il mio pensiero.

Il manto dei diritti umani e dell’esportazione della democrazia ha permesso a noi occidentali di mascherare le peggiori porcherie, rendendo anche comprensibile l’odio di parte del mondo musulmano nei nostri confronti: se fossi, ad esempio, un iracheno e avessi visto il mio paese invaso per due volte in vent’anni, non mi risulterebbe difficile coltivare un odio profondo per gli Stati Uniti ed i loro alleati. Lo stesso discorso potrebbe farsi per altri paesi della regione, che hanno conosciuto la civiltà occidentale sotto forma di bombardamenti aerei e classi dirigenti violente e ricchissime imposte dal conquistatore a stelle e strisce. A completare il quadro si aggiunga la retorica anticrociata coltivata da predicatori d’odio, purtroppo abbastanza diffusi nell’alveo dell’Islam.

Il malo uso che è stato fatto dei diritti umani non può mascherare però gli innumerevoli pregi della dottrina politico-giuridica più bella che l’uomo sia mia riuscito a concepire. Esistono un corpus di diritti inviolabili appartenenti a qualunque essere umano – al di là del fatto che siano riconosciuti o meno dai diversi sistemi giuridici – che devono servire da riferimento e limite alle diversità religiose e culturali. Tutto ciò che a tali diritti si oppone è barbarie.

Per tornare al caso Le Pen, è indubbio che una donna musulmana possa scegliere liberamente e con convinzione di indossare degli indumenti espressione della propria religiosità. Non so, molto sinceramente, quanto sia libera di fare il contrario. Da ciò discende il corollario che una donna non musulmana possa scegliere parimenti di indossare quello che le sembra più idoneo ed opportuno al caso. Non è dunque l’indossare dei simboli religiosi ad essermi indigesto, quanto piuttosto la sua imposizione che sacrifica la suprema libertà della donna ad abbigliarsi secondo le proprie convinzioni. Di conseguenza condivido lo ‘spot elettorale’ della politica francese allo stesso modo in cui condivisi la scelta di Michelle Obama, e delle altre donne della delegazione americana, di non coprirsi il capo durante la visita del presidente americano a Riad nel 2015. A poco valgono le critiche banali “a casa loro, regole loro” in quanto nessuno, fortunatamente, si dovrebbe sognare di impedire, a casa nostra come a casa loro, la libera espressione della personalità di un individuo o la sua libertà di abbigliarsi come più gli aggrada.

Le ‘regole di casa’ conoscono, o almeno dovrebbe conoscere, il limite invalicabile dei diritti umani fondamentali che saranno pure di matrice esclusivamente occidentale e giusnaturalista, ma rappresentano un baluardo di civiltà a cui l’umanità non può permettersi di rinunciare.

Sono quasi le cinque, Best mi osserva sconsolato e sembra dirmi: “sarebbe stato meglio qualche gin lemon in più”. Come dargli torto!

*Domenico Giannino, spirito europeo nato in Calabria. Laureato in Giurisprudenza all'Universidad de Jaén (Spagna) ed in Scienze Politiche all'Università della Calabria, dove ha recentemente conseguito il dottorato di ricerca in diritto pubblico comparato. Lavora come Academic Tutor al Kaplan International College di Londra. Le sue opinioni non riflettono necessariamente quelle del gruppo Kaplan.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook