Francesco Postorino
Il Moderno
7 Marzo Mar 2017 1737 07 marzo 2017

L'8 marzo della retorica

L’8 marzo della retorica

La modernità ricopre un arco di tempo molto ampio. Si è soliti individuarla tra la stagione del Medioevo e la dimensione contemporanea. Ma non è mia intenzione comporre saggi noiosi o raccontare il risaputo. Dirò di più. Per una volta, vorrei fregare la fredda storiografia e cercherò di offrire un pizzico di universalità alla categoria del moderno. Lo farò riscoprendo, nelle prossime puntate, pensatori, correnti, versi e storie che secondo me rientrerebbero in questa cornice, confrontandoli puntualmente con le oscurità dell’oggi.

Quando penso a un ipotetico significato della parola «modernità», mi viene subito in mente Kant e la sua celebre definizione dell’illuminismo: uscire dallo «stato di minorità», vincere l’«incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro» vuole dire raggiungere quel grado di autonomia che rende gli uomini liberi, moderni e illuministi. Liberi da superstizioni, dalla stupidità delle folle di ogni generazione e dall’irrazionale indisciplinato.

La modernità, però, è anche altro. È fervida passione per ogni sfumatura, voglia sincera di cambiamento, opportunità di rivivere con i segni della maturità l’ebbrezza del fanciullo, laica convinzione che la realtà ingiusta e infelice può essere corretta dall’ideale, desiderio di tuffarsi nella dimensione altrui, conoscenza dei propri limiti, ricerca di una semplicità che sconfina nella profondità, lo sguardo ingenuo di chi vive sospeso tra la terra e il cielo, tra il sensibile e il sovrasensibile, tra la necessità e la speranza, tra il dolore sociale e il sogno egualitario. Il moderno non si arrende alle ovvietà, la sua sobrietà non gli preclude di coltivare il possibile e persino l’impossibile. Ama la sua compagna o il suo compagno, rivolgendole/gli una promessa iscritta nell’eterno, non bada al contorno, sfugge al rumore del vicino che giudica, non tradisce.

La postmodernità è invece più difficile da definire. La stiamo peraltro vivendo. Personalmente l’avverto come il grido impazzito di chi ha perduto il brivido del sapere e di ogni narrazione. Incurante del prossimo, l’individuo postmoderno galleggia in una sfera che non comunica, si ritrova immerso in un luogo abitato dal Nulla, si nutre di disincanto, ferisce la persuasione che caratterizza il moderno e si culla nella retorica. Una retorica che inquina ogni spazio: la musica, ad esempio, diviene postmoderna in quanto non trasmette più l’essenza, e si muove al confine tra youtube e youporn, l’arte in generale ha smarrito la sua espressione ed è avvinghiata nelle logiche dell’opportunismo, insegue il premio cerimoniale consegnato nei salotti delle ipocrisie. La morale si inginocchia davanti alla volontà di potenza, a una cifra di mercato. Il genitore odierno, divertito, spara faccine su whatsapp al figlio pre-adolescente, solo che fa fatica a comunicargli i principi inamovibili che distinguono gli uomini dagli animali, oppure Socrate dai sofisti. L’insegnante postmoderno legge in classe una poesia morta in partenza, non guarda negli occhi i suoi alunni (inutili comparse), la sua non è una missione, un servizio, ma un lavoro di ufficio più in sintonia con le catene di montaggio che con il nobile insegnamento promosso dal moderno don Milani. L’avvocato nichilista sfodera un logos appariscente, vuole difendere il mafioso, il delinquente con i soldi, cerca le clausole minuziose che possano disorientare il giudice, ha studiato in facoltà che oramai non educano al fondamento del diritto, ma al successo individuale, al prestigio, alla bugia. E adesso percorre gli scalini di un Tribunale che non ospita i senza voce, gli innocenti. Siamo molto lontani da quell’Atticus Finch che in To Kill a Mockingbird difendeva un nero colpevolizzato da una giuria razzista, o dal procuratore Robert H. Jackson, il quale con verità kantiana recitava la sua arringa nel tribunale di Norimberga. I diritti civili sofferti da Rosa Parks e da quanti anelano alla giustizia scivolano in formule costruite a tavolino da sedicenti progressisti. L’amore postmoderno, che coltiva l’analfabetismo dei sentimenti, intristisce le passioni e diviene una chiacchiera esposta nel palcoscenico del non-senso. La marcia per la pace Perugia-Assisi, istituita nel 1961 da Aldo Capitini, si è trasformata nel tempo in una marcia della finzione, anche perché del messaggio lanciato dal profeta italiano della nonviolenza non importa più a nessuno. Ma è una ricorrenza, un’abitudine, e come tale viene custodita gelosamente dal pigro tradizionalista. Il ’68 regalava ai posteri una buona occasione per vivificare la società pluralista, multicolore, pacifica in chiave anti-borghese, e nondimeno i giovani eredi libertari pensano soltanto a fumarsi una bella canna, promuovendo una sceneggiata in piena solitudine.

Domani (8 marzo 2017) sarà così, quando cioè il femminismo postmoderno festeggerà il consumismo, riceverà la consueta mimosa, si ubriacherà e insulterà senza saperlo Mary Wollstonecraft, Rosa Luxemburg, Anna Kuliscioff e Carla Lonzi. La donna moderna cerca o cercava di equipararsi storicamente all’uomo perché sa che nell’universo dei giusti non è ammissibile forma alcuna di discriminazione. Invoca con eleganza e intelligenza illuminista una parità di rispetto tradita dal comportamento dell’uomo bianco, proprietario e muscoloso, nel senso indicato dall’eminente precursore del femminismo John Stuart Mill. La donna postmoderna, al contrario, confonde l’azione libertaria con il bieco libertinismo e la volgarità, crede che esibire le tette in un calendario, andare a letto con il potente, dire parolacce in tv o per strada, bestemmiare, offrire con volto gelido l’elemosina a un bambino seduto davanti la chiesa nell’orario di punta, esplicitare in gruppo la propria commozione per la biografia di un migrante strappato alla vita, o appunto ritrovarsi in un locale l’8 marzo e scambiarsi sorrisi sia fonte di autentica emancipazione. No. La libertà della donna deve acquistare un altro sapore, il sapore della modernità. Alla prossima.

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