Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
9 Marzo Mar 2017 2205 09 marzo 2017

Cosa ti fa paura, amico?

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Quando il mondo stava per crollare, o quello che era il mio mondo fatto di cifre e sigle verdi e rosse, che lampeggiavano su schermi neri, non avevo paura. Quando i numeri cambiavano, quando dovevamo affrontare ogni giorno come se fosse l’ultimo di un’era, non avevo paura. Perché’, in qualche maniera, strana, subdola, sentivo di essere in controllo di una parte della mia vita. Del mio desiderio di permanere, esserci, di costruire, nonostante tutto. Con una consapevolezza che si poteva e doveva fare tanto. Le nottate a scrivere, a elucubrare, a comprendere quello che accadeva sotto gli occhi. Il rumore delle scarpe in cuoio all’alba nella City. La folla mescolata di barboni, banchieri e studenti tiratardi nei quattro posti aperti per un caffè o un piatto di bacon e fagioli. La finanza, una frontiera fra vari mondi, sempre. Eppure, non avevamo paura, dentro il locale con le vetrate appannate dal caldo dentro e dall’umido fuori. Non avevamo paura. Eravamo ancora Noi.

Poi, con il tempo, siamo diventati un Io, un Ego. Un’immagine da rappresentare, prima di tutto a se stessi. E quell’immagine nello specchio ha cominciato a farci paura. Subdolamente. Prima di tutto perché’, quando eravamo in controllo del nostro potenziale futuro, della variazione calcolata con il metodo Montecarlo del nostro essere domani, come individui, persone, società, ci immaginavamo posti migliori di questo in cui siamo schiacciati oggi. Illusi prima, ignorati ora dall’avvento della Egocrazia.

Quella presenza forte a noi stessi tramutata in immagine ha cominciato il processo di decomposizione dell’anima. Del singolo, della società. I selfie fatti di corsa, le foto sfocate e distribuite, le sensazioni diffuse, condivise e poi analizzate in gruppo. E il senso che, da qualche parte, nulla fosse piu’ plausibile perché’ tutto era possibile, ma ora non lo è più.

Io ho avuto paura, alcune volte, negli ultimi mesi, perché’ quell’immagine della società, trasfigurata dall’avvento del singolo egomane, non è più essa stessa una società, ma una finzione. Viviamo in un selfie perenne, in una reazione ultima, quasi uno sberleffo telematico alla lenta scomparsa dell’umano, prima dai processi produttivi secondari e poi da quelli primari.

E questo avviene con l’affermazione ultima, paradossale, di personaggi politici autocratici, autoreferenziali, senza anima chiaramente interpretabile, e con dicotomie e discrasie in ogni cosa che fanno. Perché’ serve al momento, perché’ serve alla maledetta narrativa, allo storytelling. Come se tutto fosse un fotoromanzo, un reality show. Quando avevo poca paura, avevo anche sperato in una rivoluzione fraterna, benigna, un’affermazione di quello che di buono la modernità ci ha regalato a piene mani: rispetto degli altri, qualunque cosa facciano nella loro camera da letto, qualunque sia la loro origine, amore per quello che diventa sostenibile nel lungo periodo, consapevolezza di un cambiamento che deve accadere per salvare il futuro ai nostri figli, senza salvare la fatica e, spesso, il dolore a noi.

Non avevo paura, perche’ avevo fibre muscolari e energia mentale, per discettare, scrivere, fare, prendere posizione. Quando era possibile prenderla una posizione e sentirsi PROGRESSISTI. L’annichilazione dell’interesse personale per quello collettivo. La fine dell’affarismo a cui ci avevano abituato le generazioni passate, noi passati dall’Interrail all’Eurostar attraverso Mani Pulite, la guerra in Yugoslavia e il crollo del muro di Berlino. Ma noi, in quei frangenti, MAI abbiamo avuto paura. Perche’ il futuro era ancora nostro, del nostro DNA.

Non ho avuto paura, a prendere posizioni per una rivoluzione calma e serena che doveva cambiare il paese, forse l’Europa e parti della regione Balcanica. E, si, mi ha cambiato. Perche’ ora, è ufficiale, ho paura.

Perché’ oggi quello che rimane di quella sfida mia, personale, è un simulacro. Ed accanto ad esso corone di fiori rossi e sanguigni di consapevolezze varie.

Prima di tutto, stiamo attraversando una ‘singularity’ vera e propria. Il DNA della società sta cambiando, inesorabilmente.

Trump, Brexit, altri tanti eventi politici, la risposta anche al referendum italiano, mi raccontano di una epocale presa di posizione, di una reazione della classe media alla fine del lavoro e del capitale umano come lo abbiamo sempre pensato. Tanti altri hanno cominciato ad aver paura prima di me, ed hanno cominciato a farsi paura da soli.

Demateralizzazione, deumanizzazione dei processi produttivi e dell'industria dei servizi porteranno a sempre meno capacità della crescita economica di assorbire lavoro. Le persone avranno sì tempo libero ma anche meno da lavorare. Ma rimane la capacità di elucubrare un mondo alieno, dove alcuni conteranno sempre meno e dove altri contano sempre di più perché’ ancora sanno bilanciarsi fra il mondo antico, di poteri piccoli e bottegai, e quello nuovo, poco fulgido ma metallico, di futuri possibili a pochi.

Quella paura del futuro allora diventa paura e odio per gli altri: gli Europei nel Regno Unito e i Messicani negli Stati Uniti e quelli che non la pensano come te in Italia. Il nemico diventa ogni istituzione che sembra possa attentare a politiche protezioniste e nazionaliste che si presume generino lavori nuovi, infrastrutture e una predisposizione per forme di corruzione leggera, prima di tutto passando dall'assoluta incensurabilità di chi comanda.

Si censura il resto, quello che di buono ha fatto l'Europa, quello che di vitale rappresentano gli stranieri, gli immigrati, spesso, troppo spesso rifugiati di quelle guerre dell'olio, dell'acqua, delle risorse, delle linee del traffico illegale del mondo (droghe, schiavi, terre, animali e legname raro), nelle economie 'sviluppate'. Si chiudono gli occhi verso paesi totalitari e risoluti nell'uccidere opposizioni ed oppositori, per creare spaventafolle, come i paesi del bando di Trump.

Ed io, allora, ho sempre più paura. Perché’ quell’assottigliarsi della razionalità, sostituito con quello che fa comodo al momento, mi sgomenta, mi rende immobile e di nuovo solo e isolato come ero nel 2010. Quando facevo il mio lavoro, osservavo ogni giorno mille mondi disfarsi e altri mille mondi formarsi sotto ai miei occhi. Sui famosi schermi della City.

E quella paura è quella stessa inquietudine che percepisco in tanti amici, nell’amica che fa politica che scorre i messaggi whatsapp mentre parliamo, come se cercasse un’ancora. Nella prosopopea del cambiamento. E nel fondamentale errore che abbiamo fatto: non aver capito che la rivoluzione di quelli della mia generazione non doveva diventare generazionale (che tanto tutti stanno ormai convergendo verso un’età psicologica di 24 anni), ma di fare una rivoluzione partendo dal DNA sociale, partendo dalle esigenze primarie di libertà, rispetto, civiltà. Per costruirci attorno cattedrali mirabili di complessità sociale. Abbiamo preferito la scorciatoia. Avete. Mi correggo.

Quindi, ora, sono qui, impaurito, su questa isola circondata da tempeste, aspettando che arrivino altri naufraghi. Perché’ è importante ripartire, da quel senso di fine del mondo umano, da quella paura ferale per la tecnologia che diventa una scusa per odiare gli altri.

E la sfida enorme di questi anni è riumanizzare prima di tutto lo sguardo del mondo, scoprire la compassione e l'empatia come strumenti di lotta politica. Comprendere l'altro, ascoltarlo ed essere chiari su queste contraddizioni enormi.

Quando ero bambino e poi adolescente non avevo paura, perché’ c’era l’Europa, perché’ esisteva questa complessità culturale in cui ero cresciuto ammirato. E, oggi, mi fa paura anche quello. Mi fa paura che l’Europa diventi un’ennesima scusa, un’altra clava per bastonarci a vicenda.

Al momento, l'Unione Europea, forse, non è perfetta, ma è stata costruita sessanta anni fa su questi meccanismi di comprensione, di aberrazione della violenza e della sopraffazione dell'altro. L'Europa turbava il resto del mondo perché costruita su meccanismi imperfettamente democratici ma, cribbio, democratici. Mancano passi importanti, manca, essenzialmente, un orgoglio di appartenere, di essere cittadini europei. E, paradosso, questo passaggio sará compiuto solo quando saremo contribuenti e beneficiari non di governi nazionali ma di un governo federale europeo. Quando investiremo in titoli di stato europei e obbligazioni europee ci permetteranno di finanziare piani infrastrutturali o di solidarietà sociale.

Alla fine, tutte le grandi rivolte e le grandi rivoluzioni sono sempre nate attorno alla fiscalità. Dal sesterzio di Cesare al Tea Party di Boston. Oggi abbiamo l'opportunità di ripensare all'Europa per i prossimi cinquanta anni. Non si potrà fare senza dare ascolto alla paura di chi abbiamo attorno e pensa di poter dare una 'lezione' con il voto e fargli capire che siamo tutti esposti allo stesso grande cambiamento.

La più grande mutazione dovrà essere quella del rapporto della finanza con il mondo: da strumento di accumulazione a meccanismo di equalizzazione, da metodo di trasferimento del rischio alla sua mutualizzazione: rischiare meno, rischiare tutti, lavorare meno, lavorare tutti. Volersi bene di piú tutti.

Quando gli alieni arriveranno sul pianeta, vorrei che trovassero un posto non perfetto, non funzionale ma sereno, dove possano decidere che, si, ce la possiamo fare da soli.

Perché, se la vita può fiorire in tutto l'universo, la grande domanda da farsi è se lo possa fare come lo abbiamo visto accadere fra queste mura di Oceani e di montagne. Dove persone senza paura si sono piano piano affermate sugli elementi. E quel pensiero mi fa meno paura. Perché’, forse, su questa isola non sono da solo. E, se ti incontrassi, amico, od amica, la prima cosa che ti chiederei sarebbe: cosa ti fa paura, oggi? Tu, io e la nostra incurabile innocenza.

SOUNDTRACK: At the Drive In – Incurable Innocent

https://www.youtube.com/watch?v=uS_IramA9m4

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