Francesco Postorino
Il Moderno
13 Marzo Mar 2017 1758 13 marzo 2017

Post-umani in arrivo?

Mi era sfuggito il bel dialogo tra Andrea Coccia e il sociologo Carlo Bordoni in tema di moderno e postmoderno (4 marzo 2017-Linkiesta). Voi capite che un blog filosofico intitolato «Il moderno» non può non tenerne conto. Bordoni, amico e collega di Bauman, dichiara conclusa la lunga parentesi della modernità e ci consiglia di attendere che l’interregno faccia il suo corso, per poi sperimentare una reazione costruttiva se l’esito non piace, o addirittura incentivarlo qualora dovessimo incrociare una nuova luce. Quindi, dice Bordoni, i segnali del cambiamento non sono nitidi. Bisogna aspettare.

In prima battuta mi verrebbe da dire: tutti in fila davanti alle tv commerciali, e con i popcorn in mano, per assistere alla morte dell’uomo e all’avvento del post-umano. Però la faccenda è seria, e merita un commento più rigoroso. Anzitutto, non credo che la modernità sia finita. O meglio, un’epoca giunge al termine. Ma lo spirito della modernità è senza tempo, ignora confini ristretti e non ha sfiorato solo le menti dei philosophes, non riposa esclusivamente nelle nobili dichiarazioni dei diritti dell’uomo di fine settecento.

La modernità è un momento storico-temporale, una narrazione sistematica che ha sconfitto la notte dell’ancien régime, un’azione passionale colorata di razionalismo, un desiderio di correggere la storia tenendo fede alle parole della giustizia, della fratellanza, del diritto innato. Certo, anch’essa ha avuto le sue involuzioni: la droga positivista di Comte, i colonialismi del «buon occidente», le teorie razziste di Joseph de Gobineau, due guerre mondiali, il nazismo filosofico di Alfred Rosenberg e Ernst Krieck. Ma solo uno sprovveduto può individuare un sottile legame tra l’orrore di Auschwitz e le lezioni di Voltaire – ideatore di un Traité sur la tolérance che fa battere i cuori ai Jean Calas sparsi nel pianeta – o di Kant, il cui imperativo categorico s’identifica con il noumeno e non con l’incubo giacobino o con una qualsivoglia pianificazione centralizzata.

Lo spirito della modernità è un’arma universale che ci consente di fronteggiare la confusa affermazione del superuomo. Socrate era un moderno, Gesù era un moderno, Nelson Mandela era un moderno, chi interloquisce con la sua coscienza nel continuo confronto con gli altri è un moderno, chi non trasforma i valori in occasionali punti di vista è un moderno, chi ruba il significato delle enunciazioni illuministe di un tempo (i principi dell’89) e lo applica nel suo vissuto è un moderno.

Occorre difendersi fin d’ora dall’«ospite inquietante» che bussa alla nostra porta, non si può attendere. La metafisica della tecnica, l’esaltazione del funzionalismo, il virtuale indisciplinato, i pensieri spezzati che governano la nostra esistenza, e ancora la spazzatura assurta a modello della nuova generazione, la presenza di uomini di studio al servizio di gabbie e talk show, l’incultura del lavoro, la volgarità istituzionale, le connessioni impazzite, tutto questo non regala nessuna chance alla verità, alla bellezza, alla libertà interiore, all’arricchimento qualitativo dell’essere. Siamo parlati da una tecnica che non si riesce a gestire. La democrazia dei social non ha nulla a che vedere con quell’agorà istituita nell’antica Grecia, la versione teorico-politica formulata da Jean Jacques Rousseau non è compatibile con le sceneggiate grilline.

Urge un radicale cambiamento. Ora, non più tardi. Ripristinare lo sguardo acceso della modernità non significa giocare a fare gli inetti conservatori e non capire il mondo che stiamo vivendo. Tutt’altro. Vuole dire indossare gli occhiali della raison e reintrodurre con nuovi stimoli la domanda di senso che un uomo libero non può eludere. Significa resistere alle «cinquanta sfumature» di un post-umano in arrivo. Alla prossima.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook