Edoardo Varini
Due o tre cose che so del mondo
15 Marzo Mar 2017 1153 15 marzo 2017

Sul lavoro vinca la CGIL, ma muoia l'idea che il sindacato è di sinistra: è giunto il tempo della riconciliazione nazionale

Daniel Blake

Il governo Gentiloni sta accelerando sul decreto legge che cancellerebbe del tutto i voucher, per evitare che il 28 maggio si vada a votare per i due referendum sul lavoro promossi dalla Cgil e di cui il governo, evidentemente, ha una paura fottuta.

Io invece ho paura di un governo che teme che i suoi governati si vadano a pronunciare su due temi di così straordinaria rilevanza: i voucher, cui abbiamo accennato, e gli appalti.

I voucher furono introdotti nel 2003 dal secondo governo Berlusconi e se ne fece un uso minimale fino al 2008, quando alcune leggi ne favorirono l'impiego. Ma il colpo di genio di estenderli – stiamo parlando di uno strumento di pagamento pensato per lavoro occasionale e accessorio – ad ogni settore o condizione fu di Elsa Fornero da San Carlo Canavese. Ne seguì un prevedibilissimo abuso che fece passare dai 500.000 voucher del 2008 ai 121 milioni del 2016.

Il primo referendum promosso dalla Cgil ne propone l'abolizione, rispondendo "Sì" a questo quesito:

«Volete voi l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”?».

Una cosa sacrosanta, se si ha cara la dignità dei lavoratori. E non concordo minimamente con il professor Ichino, che tenta di minimizzare rilevando che «In Italia il lavoro retribuito con i voucher rappresenta una frazione molto sotto l'1%». Un abuso prevede una sopraffazione e non mi importa che le vittime della sopraffazione siano percentualmente poche. La sopraffazione va eliminata, punto e basta.

Non riporto il secondo quesito proposto dalla CGIL perché è troppo lungo: «Volete voi l’abrogazione dell’art. 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276,...» ma in sostanza rispondendo "sì" si introduce la seguente modifica.

La legge attuale stabilisce che, in caso di irregolarità nei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un subappalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto soltanto se non è riuscito a ottenere quanto dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, cioè il suo datore di lavoro. Se il referendum dovesse passare, il dipendente potrà decidere di chiedere il denaro dovuto direttamente al committente dell’appalto, solitamente assai più capitalizzato dell'assegnatario dell'appalto.

Una norma finalmente in favore dei lavoratori e del lavoro.

Allora la domanda è: perché un governo sedicente di sinistra ha paura di tutelare la dignità del lavoratore? Perché sarebbe la prova che il sindacato riveste ancora una funzione importane in questo Paese. Ed anche se darà fastidio a molti, vorrei ricordare che è esistito anche un sindacalismo fascista.

Riporto le parole di Edmondo Rossoni, segretario generale della fascistissima Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali:

«Il sindacalismo deve essere nazionale ma non può essere nazionale per metà: esso deve comprendere capitale e lavoro (...) e sostituire al vecchio termine proletariato, quello di lavoratore ed all'altro, di padrone, la parola dirigente, che è più alta, più intellettuale, più grande.»

Parole che potrebbe aver detto oggi la segretaria della CGIL, promotrice dei refrendum, Susanna Camusso.

È giunto il tempo che l'Italia si riconcili. Ideologicamente. Sembra incredibile ma è una cosa che non ha ancora tentato nessuno. Perché è difficile. Devi pensare, elaborare filosofia e politica e sapere raccontare questa elaborazione, ben sapendo che verrai comunque odiato da tutti. Ma non dal popolo, che ripeto, è il solo soggetto cui io mi rivolgo.

A presto.

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