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16 Marzo Mar 2017 1604 16 marzo 2017

Continui a perdere? Forse il gioco è truccato!

Passerella Grande
Foto tratta dal Corriere della Sera.

“L'alter ego della mediocrità: la meritocrazia” Leggo questo sul profilo Facebook di Salvatore Iaconesi, e iniziamo un confronto che, pur partendo da visioni opposte della realtà, arriva a molti interessanti punti di contatto. Salvatore sostiene che gli strumenti iper-burocratizzati che vengono utilizzati oggi per decidere del destino di un ricercatore siano funzionali alla conservazione delle gerarchie e all’eliminazione di ciò che non si può misurare, producendo come risultato un appiattimento della qualità. L’oggettivo riduce il conflitto e la varietà, così necessari nel mondo della conoscenza.

Inizialmente gli rispondo da liberale pro-meritocrazia: l’Accademia fa schifo da un pezzo, da quando è diventata un circolo di amici che si spalleggiano, spesso per ragioni egoiste, talvolta ideologiche, escludendo i nuovi; pertanto gli eccepisco che a volte le misurazioni servono a evitare magheggi, se uno ha pubblicato 15 articoli su riviste internazionali e il protetto del professore solo uno, è più difficile infilare il protetto nel concorso.

Chi ha ragione dei due? Le argomentazioni discusse sono molto più ampie di quanto ho qui sintetizzato, ma mi pare ci sia abbastanza per una considerazione spigolosa. Nel caso della ricerca, chi ha costruito le regole non si è accorto della sproporzione di richieste fatte a chi si affaccia oggi, rispetto a chi vi è entrato quarant’anni fa. Un’ampia fetta dei docenti universitari non ha passato l’Abilitazione scientifica nazionale, né ha abbastanza pubblicazioni in CV da riempire un foglio Word. Mentre noi facevamo esami di inglese, i nostri professori se ne uscivano con pronunce bizzarre, mentre noi ci abituavamo all’idea di vivere una vita da precari, tanti docenti che incontravamo erano stati stabilizzati ope legis; giova ricordare, infine, che tanti ordinari hanno fatto carriera solo per anzianità.

Perché questa ingiustizia? Perché sono contemporaneamente aumentati i ricercatori che hanno le capacità per ambire a un posto nell’Accademia e sono diminuite le risorse. Avete già sentito questa dinamica? Sicuramente sì, se siete architetti, avvocati, psicologi, fotografi, videomaker, giornalisti. L’alfabetizzazione di massa, oggi bistrattata, ha aumentato sensibilmente i laureati in architettura o i giornalisti e, al contempo, la demografia si è bloccata, rendendo meno impellente il bisogno di abitazioni, e la tecnologia ha reso i giornali cartacei meno appetibili. Chi è arrivato prima si è salvato: perché ha avuto il tempo di costruirsi una clientela e un portfolio, perché è stato tutelato da contratti strappati in altri tempi. Non sono certo il primo a commentare su un mondo diviso in due, su un mercato del lavoro in cui l’anzianità è il principale fattore predittivo del reddito.

Però, diciamocelo, spesso queste critiche puntano a ripristinare diritti e tutele pensati per un’altra economia, allargandoli a tutti. Non ambisco a nulla di tutto ciò: la lezione del legno storto è stata piuttosto chiara, i diritti tendono a trasformarsi in privilegi, quando non in vere e proprie forme di illegalità. Il mio obiettivo, al contempo, non è decantare i meriti di una società dinamica e flessibile: perché le difficoltà della mia generazione sono sotto gli occhi di tutti. Allora dove sta l’inghippo e come se ne esce?

Mi domando, è possibile che procedure che sulla carta rispondono ai principi di efficienza, oggettività, imparzialità, si possano applicare solo se sono presenti determinate condizioni? Vivere in un mercato del lavoro a differenti livelli di tutela quali effetti produce su chi è meno tutelato? Scusate, forse non sono abbastanza chiaro. Provate allora a pensare di concorrere in 3000 per 2000 posti di lavoro, o per 20. Nel primo caso, la selezione produce una limitata pressione psicologica sui partecipanti e li induce a concorrere in condizioni ottimali (i magnifici anni Sessanta...); nel secondo caso, siamo davanti a una ruota della fortuna: per ragioni statistiche è possibile che ci siano più candidati idonei dei posti disponibili, e i criteri diventano arbitrari, più difficili da giustificare e da accettare per chi viene escluso. Nel nostro mercato del lavoro i criteri arbitrari si chiamano: “amicizia diretta”, “pelle chiara”, “cromosoma Y (così non si rimane incinti)”, “master post laurea”, “esperienza all’estero”. Sono arbitrari perché tra due candidati allo stesso lavoro potrebbe non esserci alcuna differenza a livello di competenze utili al lavoro; conoscere bene l’inglese in una società di servizi italiana può non servire a nulla.

Considerazione etica? La percezione di ingiustizia dipende dal subire decisioni arbitrarie riguardo alla propria esistenza. Non trovare lavoro perché “troppo qualificato per la posizione”, “troppo giovane”, “troppo poco flessibile”, viene vissuto come un’ingiustizia. E ancora vi domandate da dove proviene la rabbia che gonfia le file pentastellate ed è pronta a votare per il reddito di cittadinanza - sorta di metadone per curare gli eroinomani.

Se davvero ci teniamo a costruire un mercato efficiente, dobbiamo considerare tutte le variabili, anche psicologiche, che influenzano i suoi attori. Perché nei casi estremi (mondo della ricerca, professionisti iscritti agli albi) lo stress mina la capacità di competere, porta a esternalità negative, come parcelle troppo basse, che si scaricano come si può, causando un danno a tutti (auto-sfruttamento, elusione, lavoro di cattiva qualità). Sto esagerando? Probabilmente non avete mai letto lettere copia-incolla di avvocati (o abogados) infarcite di catastrofi grammaticali, o non avete amici architetti che fanno le nottate per consegnare i lavori.

Per noi giovani liberali si pone allora una scelta dolorosa: vogliamo difendere i principi o i nostri coetanei? Sappiamo che le quote rose sono antimeritocratiche ma, al contempo, sappiamo che creare delle opportunità occupazionali nuove per le donne porterà ad aumentare l’offerta di capitale umano di qualità in tempi ragionevoli - riequilibrando le storture.

Servono quindi delle "quote giovani"? Non le escluderei. Forse un po’ di attenzione in più è necessaria: bandi pubblici per architetti, grafici, esperti di comunicazione under 40, incentivi solidi per l’imprenditoria (non inutili incubatori sulla carta), progetti di social housing per under 40, facilitazioni per costruire un sistema privato di assistenza per i giovani - dando loro la possibilità di non pagare i contributi pensionistici.

Non saremo liberali fino in fondo, ma rimettiamo in moto una società che sta morendo, condizione sine qua non per tornare a parlare di libertà, quella vera, sostanziale, non unicamente formale. Sinceramente, anche dopo aver letto la lettera di un trentenne suicida, non me la sento di sedermi dalla parte dei carnefici e di giustificare la loro passione per il libero mercato - che a loro non si è mai applicato. Sembra un caso, ma son tutti meritocratici quando partono da posizioni privilegiate…

Andrea Danielli

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