Vittorino Ferla
La Luna storta
16 Marzo Mar 2017 1556 16 marzo 2017

Il Noi o l’Io? Ecco di che cosa si parla nel PD

Orlandorenzi

“Il noi senza l’io non va da nessuna parte”. Si è svolto qualche giorno fa il Lingotto e, tra le varie frasi a effetto prodotte da Matteo Renzi, abbiamo registrato anche questa. Lo spunto è noto. Secondo una parte del partito, l’ex premier ed ex segretario del Pd ha governato e governa in modo autoritario, non ascolta nessuno, si circonda soltanto dei suoi yes man.

Dopo il Lingotto

Viceversa, secondo i critici, il partito democratico avrebbe bisogno di una leadership condivisa, di una struttura di governo collegiale e di un confronto tra le varie anime del partito per ‘evitare di andare a sbattere’. Fin qui sembrerebbero osservazioni di buon senso, perfino un pizzico paternalistiche. Solo che su queste osservazioni si fondano, nientepopodimeno, una ‘secessione’ – quella di Bersani, Speranza, D’Alema e Rossi – e due mozioni alternative al Congresso – quelle di Andrea Orlando ed Michele Emiliano. Si capisce bene che tra l’azione – l’arroganza del bimbaccio fiorentino – e la reazione esista una sproporzione evidente.

Esiste un sotteso da scoprire e illuminare con gli strumenti dell’analisi politica, capace di dirci qualcosa di più su questa fase conflittuale del centrosinistra italiano? Evidentemente sì.

In realtà, i campi della presunta dicotomia tra il ‘Noi’ e l’’Io’ sono almeno tre: la concezione del partito, il rapporto tra il partito e il governo del paese, il contenuto delle politiche pubbliche.

A che serve il partito?

La questione del partito è un nervo scoperto per buona parte della dirigenza tradizionale.

Fin dalla vittoria del 2013 Matteo Renzi è stato vissuto come un usurpatore. Lontano per tradizione, cultura e atteggiamenti dalla media del ceto politico postcomunista. Piuttosto che spegnersi, il trauma iniziale si è approfondito nel corso di questi anni. La gestione del partito da parte del giovane leader è certamente criticabile in diversi momenti: chi non fa errori, d’altronde?

Ma c’è qualcosa di più in questa polemica. C’è l’idea di una struttura comunitaria e organicistica, fatta di funzionari uguali e coesi, onesti e ubbidienti, rispettosi delle gerarchie di partito, in attesa del loro turno di comando. C’è l’idea di una leadership che è frutto della consociazione delle correnti, della composizione dei diversi clan nei loro territori, delle riunioni tra maggiorenti. La vita della segreteria politica ricorda la celebrazione di una messa: c’è, sì, un celebrante principale, ma gli altri sacerdoti tutti intorno a lui stanno con le mani alzate in preghiera e ognuno interpreta un pezzo del rito. In questo modello di gestione novecentesco e proporzionalistico, non c’è mai una linea definita: la linea è transeunte, si modifica di volta in volta sulla base degli interessi dei gruppi da ricomporre, dei quotidiani cambi di scenario e delle finalità provvisorie. Insomma, nessuna finalità programmatica chiara, nessuna strategia e, men che meno, teleologia: solo ed esclusivamente tattica periodica di riposizionamento.

In questa concezione, il partito diventa sistema: rappresenta il bene sommo, il campo di gioco elettivo, la nave propria che solca il mare e, nei casi di ripiego, l’ultimo fortilizio per resistere all’assedio. Rispetto al valore che risiede in questa organizzazione originaria, il governo del paese è fatto del tutto secondario, bene accessorio, succedaneo e rinunciabile. Ovviamente, in un sistema novecentesco, ancora percorso da un’impronta organicistica e di massa – ispirato dalle due culture diversamente religiose tutto ciò poteva anche avere un senso. Ma in una democrazia moderna, occidentale, liberaldemocratica il senso di queste cose si è disperso. Mentre sopravvive l’ancoraggio dei chierici ai vecchi riti, esplode il leader capace di esprimere lo spirito del tempo: che è fatto di verticalità mediatica e di orizzontalità civile, di scontri muscolari con i mastini dei partiti concorrenti, di decisioni schiette e forti, di programmi adeguati alle sfide imposte dal contesto globale.

Leadership e premiership

Ecco il passaggio successivo. Dalla guida del partito alla guida del governo. Il Partito Democratico nasce su un assunto fondamentale: la coincidenza tra il leader e il premier. Coerente con lo sviluppo delle democrazie occidentali nelle quali il capo del partito – ovvero colui il quale ha vinto la competizione interna alla propria formazione politica – si candida alla guida del paese.

Infatti, nei paesi avanzati, conquistare la leadership del partito non vuol dire amministrare il proprio condominio componendo i dissidi dei coinquilini. Significa candidarsi sulla base di una prospettiva politica – fatta di idee, proposte, programmi, misure concrete – alla guida del governo. Ebbene, questo approccio che nel resto d’Europa è abbastanza ovvio, in Italia trova ancora delle resistenze. Non c’entra nulla il sistema elettorale. Certo, la coincidenza tra segretario del partito che conquista la maggioranza e leader della compagine esecutiva funziona molto più facilmente nei sistemi maggioritari: basti pensare alla Francia o al Regno Unito. Ma la cosa non cambia dove i sistemi sono di tipo proporzionale come in Spagna o in Germania. Il voto si prende per governare non per amministrare il partito.

In primo luogo, c’è un tema di effettività del diritto di voto dei cittadini. Chi vota per il leader deve sapere che sarà poi lui l’incaricato, sulla base della sua piattaforma programmatica, e non un candidato altro, selezionato sulla base di conciliaboli tra maggiorenti. In questo modo, inoltre, la premiership sarà frutto di una investitura popolare che legittima e responsabilizza. I capi di governo così selezionati saranno forti e stabili – in quanto capi del partito che li deve sostenere in Parlamento e, in generale, nel dibattito pubblico – e saranno responsabili – perché l’investitura è stata chiara e c’è una figura ben individuata chiamata a rispondere a chi lo ha scelto. Si capisce bene che un premier che non è capo del suo partito, ma espressione di oligarchie politiche concorrenti, non soltanto sarà quotidianamente in balia di ogni folata di corrente, ma non sarà mai responsabile del proprio operato, essendo questo disperso tra gli oscuri manovratori che tirano le fila dietro le quinte.

Questa banale ovvietà fa ancora fatica ad attecchire nella mentalità della sinistra tradizionale come di alcuni democristiani postumi. Stupisce, infatti, che l’idea di separare i ruoli di segretario e candidato premier sia il cuore della proposta non soltanto dei secessionisti che se ne sono andati ma anche dei candidati segretari che sono restati… L’incubo dell’uomo solo al comando è niente altro che un tabù che ancora pesa su questa cultura premoderna. La democrazia senza una leadership capace di realizzare i propri indirizzi programmatici non ha alcuna chance di rispondere alle attese dei cittadini né di confrontarsi con gli attori istituzionali ed economici che si fronteggiano nel panorama internazionale. Insomma, come qualcuno ha detto, il Noi senza l’Io non va da nessuna parte…

Il modello delle politiche pubbliche

Ultimo ma non ultimo, il tema delle politiche pubbliche. Esiste un legame tra la concezione del partito, il rapporto tra guida del partito e del paese e il modello delle politiche pubbliche? Certo che sì.

La sinistra tradizionale – cattolica e postcomunista – ha superato le colonne d’Ercole del Novecento portandosi dietro alcuni miti risalenti: che il mondo sia perennemente minacciato dal mercato e che la sinistra rappresenti il principio di conversione e di resistenza; che l’individualismo moderno sia il punto di partenza di ogni male; che lo Stato (e dunque il ‘pubblico’) coincida con il ‘comune’, mentre il ‘privato’ sia per definizione una deriva; che l’uguaglianza tra le persone sia l’unico obiettivo sommo e che, per raggiungerlo, servano i soliti strumenti: la mano burocratica statale e la leva fiscale per redistribuzione di risorse pubbliche. Non soltanto la globalizzazione non ha insegnato nulla, ma addirittura viene percepita come un problema molto più che come un’opportunità.

In realtà, come hanno giustamente sottolineato alcuni, questo approccio che poteva avere un senso nel trentennio d’oro della rinascita europea dopo la Seconda Guerra mondiale, se riproposto oggi diventa una delle facce del sovranismo nazionalista, una espressione criptica e leftist di populismo che ripropone il rilancio di tradizionali misure di welfare ormai fuori tempo massimo. Insomma, soluzioni impossibili, alle quali la realtà potrà sostituire soltanto il rafforzamento delle rendite di posizione già esistenti e qualche misura elargitoria nei confronti degli interessi già consolidati nella trama sociale già dalla seconda metà del Novecento.

Se si pensa di perseguire obiettivi di solidarietà e di giustizia sociale con gli strumenti universalistici e le prebende degli Stati nazionali del tempo che fu siamo fuori dalla storia, ma coerenti con un modello di leadership consociativa e irresponsabile come quella che abbiamo appena delineato. Viceversa, le politiche pubbliche contemporanee possono svilupparsi in modo sensato solo se accettano la sfida della società individualista e della responsabilità personale, da una parte investendo sullo spirito di iniziativa dei singoli e dei gruppi, dall’altro accompagnando e aiutando ciascuno con misure plastiche e selettive, capaci di liberare energie piuttosto che costruire dipendenze dallo Stato. Ancora una volta il tema è altro: è l’emancipazione, prima di tutto personale, di ciascuno e di tutti a partire dalle proprie condizioni e aspettative di vita. L’unica via possibile per il cambiamento e per le riforme: liberaldemocratica, solidale, europea e occidentale.

Ancora una volta il Noi senza l’Io non va da nessuna parte. Vale anche per una sinistra che cerchi di fare il suo mestiere.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook