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21 Marzo Mar 2017 1344 21 marzo 2017

E facciamola una flat tax per tutti

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Andrea Venturini & Alessio Mazzucco

Nel nostro primo articolo (QUI SE NON HAI LETTO –> LINK) notavamo, con sconcerto, una certa irrazionalità della spesa pubblica per un Paese che dovrebbe crescere e pensare al futuro. Ma se l’output è sconcertante, l’input è allucinante.

Abbiamo detto che, ogni anno, lo Stato italiano spende circa 800 miliardi di euro, il 50% circa dell’intero PIL del Paese. È tanto, non stiamo a ripeterlo. Troppo. Ora, di questi 800 miliardi, poco più di 400 sono risorse fiscali (tasse), e l’altra metà viene finanziata da dividendi delle partecipate, vendita di beni e servizi, nuovo debito. Già la parola nuovo debito ci fa incazzare, ma ne parleremo in un altro articolo.

I 400 miliardi di risorse fiscali sono tanti. Derivano da persone fisiche e giuridiche (aziende) che lasciano ogni anno un rene metaforico all’Erario. Ma è così brutto pagare le tasse? Certo che NO! Le tasse pagano sicurezza e difesa, trasporti e scuole, aiutano le fasce più deboli della popolazione a sopravvivere e (teoricamente) redistribuiscono la ricchezza (anche di questo avremo modo di parlare in futuro).

Ora, dato che non siamo più infanti né minorenni – OVVERO: dato che possiamo votare i nostri rappresentanti politici e, potenzialmente, trovarci un lavoro da cui viene estratta una rendita fiscale – diciamoci ad alta voce: il sistema fiscale va cambiato. CAMBIATO. Non abbattuto. Cambiato. Confidiamoci questo segreto: tutti noi vorremmo più servizi e meno tasse, ma, pssst, condividiamo anche la grande, assoluta, verità che non si può avere botte piena e moglie ubriaca. Quindi, passando per la sagra dei luoghi comuni della coperta troppo corta, pensiamo a un contratto sociale che a noi potrebbe piacere di qui ai prossimi quarant’anni (quando staremo ancora lavorando perché le nostre pensioni saranno bruciate da qualche innovativa protezione per i pensionati di oggi).

Per esigenze di sintesi, oggi limitiamo l’oggetto del nostro intervento all’imposta che maggiormete contribuisce al gettito fiscale dello stato (e che maggiormente è sentita come opprimente dai contribuenti) ossia la famigerata “imposta sul reddito delle persone fisiche” o più brevemente “IRPEF”. Ebbene, quest’imposta, prima delle altre (vista l’ampiezza della sua applicazione e la rilevanza assoluta in termini di gettito), merita di essere CAMBIATA.

Per come è strutturata oggi, l’IRPEF si caratterizza per essere un’imposta progressiva, con aliquote crescenti al crescere del reddito (tutti conoscono i famosi “scaglioni” di reddito). Fin qui nulla (o quasi) di male. Ma come si sa, il diavolo sta nei cosiddetti “dettagli” (che in questo caso tali non sono). L’IRPEF infatti si caratterizza per una progressività esasperata e sicuramente discutibile. Partendo da un’aliquota del 23% per il primo scaglione di reddito (il che non è poi così folle), questa imposta percorre la sua ripida “scalata” (27%, 38%, 41%...) fino a raggiungere l’aliquota marginale più alta (43%) già al superamento della soglia dei 75.000 euro lordi (questa si che è follia). Sorvoliamo volutamente su tutti gli altri balzelli ed addizionali che vanno ad accrescere ulteriormente il carico fiscale complessivo… E che non ci vengano a dire che 75.000 euro lordi all’anno sono uno stipendio elevato: tolti i versamenti contributivi ed al netto delle imposte, resta ben poco di cui essere contenti.

È evidente che un’imposta così strutturata incide fortemente sulla categoria di contribuenti che maggiormente ha subito gli effetti della recente crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo e l’Italia in particolare, ossia la cosiddetta “classe media”, spina dorsale del nostro paese. Massacrare in questo modo la categoria di contribuenti è un approccio completamente insensato, soprattutto alla luce del nostro sistema tributario preso nel suo complesso.

Qualcuno vuole spiegarci il perché l’imposta sul reddito delle persone fisiche è “condannata” a questa FOLLE progressività, quando una larghissima parte dei redditi diversi da quelli provenienti da lavoro dipendente e da lavoro autonomo sono sottoposti ad imposte con aliquote PROPORZIONALI? Già proprio così, una larghissima parte dei redditi già oggi non sono “tassati” in modo progressivo, come a tanti piace credere, ma proporzionale, nel silenzio assoluto di tutti, compresi i vari “socialisti 4.0” ed i paladini delle redistribuzione… Perché? Forse non sanno nemmeno dove trovare le norme che disciplinano il nostro ordinamento tributario? E se le trovano e le leggono non le comprendono? Altamente probabile. Ma anche di questo interessante argomento avremo modo di parlare in futuro.

Snocciolate in modo sintetico le critiche che indirizziamo alla attuale strutturazione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, occorre arrivare ad un punto. Come si potrebbe “ristrutturare” questa (sacrosanta) imposta?

Gli autori di questo articolo sognano una “flat tax”, ovvero un’unica aliquota per tutti. È incostituzionale, diranno tanti. Non necessariamente. Non si vuole qui scendere nei tecnicismi, ma un minimo (e anche un po’ di più, in realtà) di scientificità ci vorrebbe, nelle critiche come nelle proposte. Quando il secondo comma dell’articolo 53 della Costituzione italiana sancisce che il nostro “sistema tributario è informato a criteri di progressività” dice una cosa diversa da “l’IRPEF deve essere strutturata con aliquote d’imposta crescenti al crescere del reddito”. Eppure è così che tanti interpretano (non si capisce se strumentalmente e in mala fede o per ignoranza) la disposizione.

Con un minimo di ragionamento (ma proprio poco eh) è abbastanza semplice intuire come i “criteri di progressività” cui fa riferimento il citato articolo 53 sono indirizzati al sistema tributario nel suo complesso e non ad una specifica imposta (l’IRPEF, nel nostro caso). È dunque evidente che anche qualora volessimo osare e introdurre la tanto vituperata “flat tax” sul reddito delle persone fisiche, ciò non si tradurrebbe automaticamente ed inevitabilmente nella violazione di un precetto costituzionale, nella misura in cui tale intervento fosse accompagnato anche da altre misure volte a conservare la progressività complessiva del nostro sistema tributario. (Facciamo inoltre notare come, alla luce delle varie imposte proporzionali di cui abbiamo accennato più sopra, la progressività complessiva del nostro ordinamento tributario sia oggi tuttaltro che pacifica ed anzi fortemente discutibile – avremo modo di parlarne).

Che fiscalità vuoi? Un’unica aliquota per tutti! Sia che si guadagni 30.000 sia che si guadagni 1.000.000! Con una differenza: incrementare di molto (moltissimo) le detrazioni per le fasce più deboli della popolazione – o le più bisognose. Insomma: paghiamo tutti lo stesso (in termini di aliquota) e che sia la Politica a decidere quali fasce aiutare. Famiglie con figli, giovani con mutuo, piccole partite IVA, studenti ricercatori (mal) pagati, eccetera.

Un sistema come quello proposto porterebbe una lunga serie di vantaggi ed aiuterebbe a sanare l’ingistizia sociale perpetrata dall’attuale IRPEF, che incide così fortemente sui redditi dei dipendenti e dei lavoratori autonomi con redditi medio-bassi. Ipotizzando un’aliquota “flat” del (ad esempio) 35%, una “no-tax area” ragionevole e detrazioni varie (figli minorenni, persone a carico, situazione ed anzianità lavorativa…), arriveremmo ad ottenere un sistema impositivo sicuramente più giusto ed equo.

“Si creerebbe un buco nel bilancio pubblico per minori entrate!”, diranno tanti. È vero, probabilmente un tale modello porterebbe ad una riduzione complessiva del gettito IRPEF. Come ripianarlo? Una proposta a caso, tra le tante possibili: rendiamo un pochino più progressiva l’imposizione su altri redditi, come quelli di capitale e, in generale, di natura finanziaria, che ad oggi sono largamente assoggettati ad aliquota proporzionale? Siamo pronti a discutere su questo punto.

A ciò si aggiunga che il sistema delle detrazioni, se strutturato in maniera intelligente, potrebbe favorire in parte all’emersione del famigerato “lavoro nero”, nella misura in cui i soggetti con reddito basso avessero interesse a chiedere di avere una fattura al fine di veder diminuire il proprio carico impositivo. Anche qui si aprirebbe un mondo.

È evidente, quella che proponiamo è una riforma pantagruelica, che richiederebbe anni di lavoro e il coinvolgimento dei migliori fiscalisti disponibili sulla piazza. Eppure riteniamo che una tale riforma sia quanto mai urgente e necessaria, per diminuire l’ingistizia sociale perpetrata del sistema IRPEF, dichiarazione dopo dichiarazione.

Alternativamente, possiamo continuare ad immolare sull’altare della progressività gli stipendi dei lavoratori dipendenti ed autonomi, senza curarci della proporzionalità che in maniera silente ha ormai pervaso larga parte del nostro ordinamento tributario.

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