Daniele Grassucci
Dopo Skuola
24 Marzo Mar 2017 1736 24 marzo 2017

Generazione UE: non toccateci l'Europa

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Giù le mani dall’Europa unita. Lo chiedono a gran voce i ragazzi, perlomeno quelli italiani. Il 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma ha riacceso – come ormai avviene ogni volta che un evento ricorda solo lontanamente il concetto d’integrazione europea – il dibattito sull’Unione Europea stessa. Ormai gli schieramenti sono ben chiari: da un lato gli euroscettici, delusi dal funzionamento delle istituzioni di Bruxelles, che nella loro visione disattenderebbe lo spirito di Ventotene, quello su cui si è fondata l’Europa ‘aperta’; dall’altro gli europeisti convinti, che appoggiano l’idea che ci sia una cabina di regia centrale da cui partano le linee guida che gli Stati membri devono osservare per rendere armoniche le politiche dell’Unione. Il motivo preferito dello scontro è quasi sempre lo stesso: l’Euro, la moneta della discordia, contro cui a volte si scaglia anche chi è favorevole all’unità politica, chiedendo di uscire dall’Eurozona per far rifiatare le politiche economiche di Paesi troppo spesso succubi delle grandi Nazioni.

Schermaglie che, probabilmente, vengono alimentate dal fatto di avere un parametro di paragone; un prima e un dopo. Perché se si sposta il punto d’osservazione e ci si concentra su chi è nato con l’Europa unita le cose cambiano. I ragazzi potrebbero essere il grimaldello con cui i sostenitori dell’assoluta imprescindibilità di un’unione politica e monetaria potrebbero riuscire a scardinare le convinzioni degli oppositori. Anche a Skuola.net la ricorrenza del 25 marzo ci ha spinto a interrogarci per capire a che punto è il percorso di costruzione della cittadinanza europea. E, come al solito, lo abbiamo fatto guardando meno al passato e più al futuro, chiedendo ai più giovani che opinione si sono fatti sull’argomento. Con risultati abbastanza sorprendenti.

Le nuove generazioni non si lasciano influenzare più di tanto dai media. Sui giornali, sui siti dei quotidiani online, in televisione a fare clamore è soprattutto il fronte del no. Ma i ragazzi si oppongono con forza a questo scenario: la metà di quelli interpellati dal nostro sondaggio ci ha detto di sentirsi profondamente europeo, un altro quarto di essere abbastanza convinto della bontà del processo d’integrazione, il 14% è ancora poco attaccato all’Unione Europea ma solo il 10% boccia quello che è stato fatto negli ultimi 60 anni di storia. I pochi scettici, tra l’altro, a sostegno della loro idea portano proprio gli stessi motivi che infiammano la piazza: l’impossibilità di sviluppare politiche autonome, la povertà dilagante delle famiglie (per cui l’Europa è tra i maggiori indiziati secondo il credo popolare), la soggezione imposta da Paesi economicamente più forti (Germania in primis). Ma sono veramente una sparuta minoranza, soprattutto se confrontata con le proporzioni nelle altre fasce della popolazione.

Così non stupisce che la stragrande maggioranza non voglia sentire parlare di disgregazione, uscita, ritorno alla lira. Per loro equivarrebbe all’isolamento; difficile da far digerire a chi è cresciuto – a scuola, in vacanza, all’università - in mezzo ad altri ragazzi di ogni parte d’Europa. Per questo il 69% è favorevole all’Euro. Per questo il 70% dice ‘no’ all’ipotesi di ‘Italexit’. In fondo è un po’ quello che è accaduto nel Regno Unito dove è vero che la vittoria del sì al referendum sulla Brexit sta portando all’addio all’Unione Europea ma è anche vero che, analizzando i voti, i più giovani erano quelli che spingevano per restare nella UE. Segno che in corso c’è una frattura generazionale tra chi l’Europa unita l’ha vista nascere (e che ora non la vuole più) e chi l’ha trovata (diventandone principale sponsor).

Se proprio volessimo trovare degli spunti di criticità, questi andrebbero cercati nei ‘nuovi italiani’: ragazzi che vivono nel nostro Paese ma le cui radici affondano altrove; alcuni sono nati in Italia ma da genitori stranieri, altri sono addirittura nati all’estero per poi trovarsi a vivere qui. Ecco, loro hanno una percezione leggermente diversa dell’Europa: chi proviene da altri contesti fa fatica a sentirsi parte di una unione, forse perché l’Europa non fa ancora abbastanza per farli sentire parte di una comunità culturalmente distante da loro. Nella migliore della ipotesi preferiscono dirsi più europei che italiani. L’esatto contrario della maggior parte dei ragazzi italiani da più generazioni – il 77% - che mantengono ben salda una buona dose di patriottismo - che nessun processo d’integrazione potrà scalfire - ma che si sentono comunque parte di una comunità dai confini allargati.

I ragazzi non si perdono dietro a congetture, analisi politiche, lotte ideologiche e diatribe dialettiche da cortile. Molti di loro sono più concreti di quello che solitamente si pensi. Così hanno intravisto nell’Unione Europea l’occasione per arricchire il proprio bagaglio d’esperienza, per prendere al volo delle opportunità che i loro genitori non hanno avuto, cercando di cogliere soprattutto gli aspetti positivi della UE. Viaggiare e studiare: sono queste le parole d’ordine che rendono così ‘simpatica’ l’Europa alle nuove generazioni. Poter visitare un Paese senza dover esibire il passaporto, ad esempio, è la cosa che porta il 44% degli intervistati a spingere per l’integrazione; il 23%, invece, apprezza soprattutto il fatto di poter studiare nelle grandi università d’Europa senza grandi problemi. Solo il 23% si è invece legato a questioni più politiche: il 13% alle regole comuni, il 10% alla moneta unica. Certamente una visione superficiale della realtà, che non prende in considerazione elementi comunque fondamentali. Una lettura da cui sprizza però ottimismo, quello che in definitiva è il motore che muove le cose. Non solo l’Europa unita.

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