Piero Cecchinato
Specchi e allodole
5 Aprile Apr 2017 1013 05 aprile 2017

Le 10 domande sul protezionismo a cui i sovranisti non rispondono

Trump Salvini Facebook

Se c’è un merito che va assegnato a Trump, è quello di smascherare le contraddizioni su cui poggiano certe tesi sovraniste, tesi che fanno dell’autarchia, del bastare a se stessi e del protezionismo le principali bandiere.

Sia chiaro: la popolarità di simili tesi non deve stupire. Proteggere le imprese ed i lavoratori dalla competizione internazionale suona decisamente bene. Del resto, chi, sano di mente, potrebbe davvero accettare di veder le imprese italiane chiudere ed i lavoratori perdere il posto?

Il punto è che i sovranisti non dicono tutta la verità.

Il protezionismo, infatti, si porta dietro una marea di controindicazioni a danno dei consumatori e dello stesso mercato interno che si vorrebbe tutelare.

Sono dieci le domande a cui i sovranisti non potranno mai rispondere in maniera soddisfacente. Dieci problemi che i neo-statalisti non affrontano.

1. Ritorsione

Imporre dazi sulle importazioni straniere espone l’Italia a ritorsioni che potrebbero compromettere, a loro volta, le esportazioni del Made in Italy? Perché l’impresa per cui lavoro dovrebbe mettere a rischio i mercati esteri, a cominciare dal mercato unico europeo, la più grande area economica e commerciale del mondo?

2. Delocalizzazione

In caso di dazi ritorsivi sulle esportazioni italiane, l’impresa per cui lavoro potrà essere indotta a delocalizzare la produzione all’estero per aggirare i maggiori costi tariffari? Non è che così perdo il posto anch’io?

3. Avversione

In caso di dazi italiani, possiamo davvero pensare che le aziende straniere trasferirebbero qui la produzione pur di aggirare i maggiori costi tariffari? L’Italia non è troppo inospitale per gli investimenti? Le imprese straniere non perderebbero in burocrazia, bassa produttività del lavoro, tasse e tempi lunghi della giustizia quanto risparmiato sui dazi?

4. Prezzi

Se l’Italia applica dazi, il prezzo dei beni che acquisto ogni giorno potrà salire? Sarò costretto a comprare olio d’oliva italiano anche se non posso permettermelo? Il protezionismo non rischia di colpire in modo più duro proprio le fasce più deboli della popolazione, aumentando il costo dei beni sugli scaffali del supermercato? E le imprese protette non troverebbero, nell’aumento tariffario dei prezzi dei concorrenti a più basso costo, un incentivo a mantenere alti anche i loro? Non si rischia, insomma, una tendenza generalizzata al rialzo dei prezzi? Le scelte del consumatore non vengono pesantemente ridotte?

5. Corruzione

Il protezionismo non incentiva politiche corruttive e clientelari, innescando una gara di lobbying da parte dei settori che aspirano ad essere protetti? Chi sceglie i settori da proteggere? Vince chi offre tangenti più alte alla politica? Non è che il protezionismo favorisca molto di più le élite vicine alla politica che le classi meno abbienti?

6. Debito

I paesi ad alto indebitamento estero come l’Italia non necessitano di grandi esportazioni per sostenere il c.d. servizio del debito? Se l’Italia subisce dazi da ritorsione ciò non nuocerà anche ai conti pubblici?

7. Sacrificio

Come si giustifica il sacrificio delle imprese non tutelate dai dazi che si troveranno in svantaggio rispetto ai settori protetti?

8. Assistenzialismo

Il protezionismo non rischia di danneggiare le stesse imprese protette, sottraendole al gioco della concorrenza, che è il più grande incentivo alla ricerca di nuovi prodotti e di maggiore efficienza?

9. Contraffazione

Il protezionismo e in genere l’abbandono di politiche di cooperazione basate su accordi internazionali di mutuo riconoscimento, non rendono più difficile la tutela dei propri prodotti all’estero contro imitazioni e contraffazioni?

10. Instabilità

Il protezionismo non lascia nella povertà i paesi in via di sviluppo generando così instabilità mondiale e crisi come quelle migratorie?

Non aspettatevi grandi risposte, perché non arriveranno.

Piero Cecchinato

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