Francesco Postorino
Il Moderno
8 Aprile Apr 2017 1333 08 aprile 2017

Dove sono gli artisti? Una pagina sconosciuta di Carlo Antoni

Artista

Lo faccio o non lo faccio? È giusto che parli anch’io del mio volume uscito diversi mesi fa e corredato da una importante prefazione di Serge Audier (Carlo Antoni. Un filosofo liberista, Rubbettino, 2016, pp. 160), oppure per bon ton mi limito a registrare e ascoltare le tante recensioni e note che continuo con sorpresa a ricevere? Alla fine ho scelto una via di mezzo.

L’obiettivo di questa rubrica è rivisitare il percorso intellettuale di autori colpevolmente ignorati, nel continuo confronto con il buio del postmoderno. Perciò come potrei eludere il messaggio umanista del filosofo del Novecento Carlo Antoni? Solo che non mi va di parlare del suo pensiero neoidealista a tutto tondo, dei suoi rapporti affascinanti con l’«immortale maestro» Benedetto Croce, quelli vissuti con il giornalista liberale Mario Pannunzio o con alcuni protagonisti della Mont Pèlerin Society. Preferirei toccare un tema che forse può arrivarvi subito. Parlerò dell’arte.

La sua idea dell’Estetica, che si muove nel solco del crocianesimo, è talmente profonda e sottile che non se la fila nessuno. Figuriamoci se nell’epoca del nulla, della noia e del non senso realizzato, può tornare in pista l’ebbrezza dell’istante, il candore di un artista, l’ingenua esibizione del bello. È questa l’arte di Antoni: un soffio di luce che gioca tra la realtà e l’immaginazione, è l’alba dell’incanto, quella rêverie indicata con eloquenza da Gaston Bachelard, l’espressione che parla al cuore dell’uomo. Noi non la vediamo. Non è una penna, un foglio, un pianoforte o una tela che la istituiscono. L’arte nasce e si esaurisce «adesso». Perché Leopardi trova dentro di sé l’Infinito, Lucia racconta a se stessa il suo addio ai monti, Morricone, Bob Dylan e Jack London trovano nel loro intrinseco Deborah’s theme, The times they are a changin e Zanna Bianca. Poi, per fortuna, i nostri protagonisti hanno esteriorizzato le loro opere. Guai se ciò non accadesse, pensate che schifo vivere senza sfiorare la nuova bellezza estetica. Ma ciò che accade dopo non è arte, è soltanto l’azione dell’empirico, una selezione economica che potrebbe anche non concretizzarsi e che comunque non condiziona l’essenza di un’arte già conseguita.

Quella di Antoni non è romantica, perché non si tratta di una semplice emozione, di un sentire, di un’irruzione. L’arte diviene tale quando il suo attore riesce a inventare la sua parola, quando prova a disciplinare il sentimento grazie a un verso, quando il «bambino» sfugge al risaputo e naviga negli oceani che non chiedono, cerca l’altrove, la sua favola, il canto degli uccellini e così realizza la sua inconfondibile musica. Un’opera che non può essere sporcata dal superfluo. Non esistono confronti nell’arte. E i cosiddetti «riconoscimenti» non sono per nulla riconosciuti. Non è ammesso cioè il premio, quello che ad esempio viene consegnato con nonchalance nei salotti dell’ipocrisia. La tua canzone, la tua poesia, il tuo quadro, il tuo film, la tua colonna sonora, la tua scultura, il tuo romanzo, l’intero universo dell’arte è un capolavoro che sovrasta i giudizi di una spenta bourgeoisie o le classifiche arbitrarie del professor Pritchard in Dead Poets Society.

Chi è oggi l’artista? Chi cerca di coltivare il suo «fanciullino» senza tener conto del successo, del denaro, del potere, della consuetudine? Chi galleggia con meraviglia nell’«essere» e prova a custodire la bellezza e il dono irripetibile del gratuito? Chi disorienta il chiasso del quotidiano e invoca la calma del sublime? Chi intende tuffarsi nelle periferie simboliche e reali, scappando il più possibile da una globalizzazione di mercato maledettamente interiorizzata? Chi è ancora disposto ad assecondare gli imperativi dell’artista-bambino, e a fare il «pazzo» nelle terre governate dalla monotonia? Un’espressione dipinta in un’ora qualunque ci ricorda che siamo vivi. Poi decidiamo se è il caso di dirlo agli altri.

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