Giuseppe Trapani
Promemoria
10 Aprile Apr 2017 1243 10 aprile 2017

Quirico: un tuffo battesimale nel pozzo degli eventi

Quirico3

Col passare del tempo mi convinco sempre di più che nello scrivere "con autorevolezza" si ha bisogno certamente di parole ma solamente di parole nude e autentiche, non manomesse, non distorte o incartate. Abbiamo bisogno di leggere parole spogliate di ogni sovrastruttura, solevate dal peso della finta porpora della retorica, parole genuine, fragranti come una fetta di pane caldo buona senza aggiunte e gustosa senza companatico. Parole crude che hanno gli stessi sentimenti dell'amico cantato da J. L. Borges il quale si offre con umiltà e sincerità e dice di sè all'altro «...non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita. Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori. Posso, però, ascoltarli e dividerli con te. Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro; però, quando serve sarò vicino a te. Non posso cancellare la tua sofferenza; posso, però, piangere con te. Non sono gran cosa, però sono tutto quello che posso essere».

Ecco, nel nuovo libro di Domenico Quirico per i tipi di Vita&Pensiero “il tuffo nel pozzo” l’autore ci regala il taccuino più intimo nel quale leggiamo riflessioni sussurrate probabilmente scritte “di sera” quando si abbassano le difese e si resta più vulnerabili. La sera - nella tradizione orante degli antichi - è il tempo della ricettività e del farsi concavi dinanzi alle fatiche del giorno e alle energie spese per lavorare. Inviato di guerra fra i pochi e bravi che abbiamo in Italia, Quirico si interroga sul mestiere di dare notizie in questo tempo così veloce e spesso superficiale. Una professione che non solo cambia pelle, ma sta perdendo il suo senso e forse anche la sua etica. Sin dalle prime pagine si afferma tutta la gravitas del giornalismo: scrivere è “scendere nelle profondità insondabili dell’essere , il proprio e quello degli altri”.

Come a dire che vi è un a-priori del giornalista, un imperativo etico che precede e segue il fare informazione e che risponde a questa domanda: che rapporto abbiamo con i soggetti della nostra cronaca e delle nostre storie? Chi sono i personaggi a cui ogni giorno diamo vita? Sta qui - secondo Quirico - il primato del Chi molto più importante del “a chi” scriviamo cioè i lettori. In altri termini vi è un ordine di priorità che corregge l’attuale prospettiva del dibattito sul fake-not fake del giornalismo, sul vero o falso dell'informazione.

L’autore arriva così al cuore del suo saggio augurandosi - per esperienza vissuta - che il giornalismo torni ad essere un tuffo battesimale nel pozzo dei fatti. Quello del giornalista perciò deve essere un vero e proprio battesimo negli eventi della storia (in greco βαφτίζω significa immersione totale) ,senza scorciatoie da tastiera e da archivio tramite cloud o fotocopie di materiale già precotto. La metafora del tuffarsi ci porta dritti dritti all’esperienza conosciuta da tanta gente di mare come me. Chi di noi, dinanzi al mare, non abbia toccato con un piedino la prima volta e poi magari sarà scappato di fronte all’immensità del grande blu? Ma poi venne il giorno del tuffo, del sentirsi avvolti dal gigante e nel dimenarci siamo riusciti a trovare un proprio modo di muoverci fino a nuotare. Ecco l’approccio del giornalista che parte per il mondo a scrivere: nel fare la valigia non bisogna sapere nulla del luogo per il reportage poiché - scrive Domenico Quirico - il turista si informa mentre l’inviato vede cioè saranno i suoi occhi e i suoi appunti a mettere a fuoco gli eventi da narrare come - appunto - sarà l’esercizio del nuotare a farci stare a proprio agio nel mare.

In altri termini un altro modo di raccontare il presente è possibile, soprattutto il presente delle guerre, delle vittime, l’orrore, l’abbandono, scoprendovi squarci di umanità e anche di amore. Si tratta, dice Quirico, di ‘tuffarsi nel pozzo’, di annullare le distanze, di raccogliere su di sé l’odore terribile e vero della vita che, portato in superficie, diventerà racconto e storia, testimonianza che rimane e fa riflettere, muovere e commuovere.

Forse hai fatto bene il tuo lavoro, forse. Ma l'unica cosa di cui essere fiero è di non sentirti fermato al bordo del pozzo...

Domenico Quirico, il tuffo nel pozzo (2017)

Domenico Quirico - in questo saggio carico di com-passione - pone a se stesso e a tutti i lettori se sia possibile un “buon” giornalismo. E in quel “buono” vi è il discrimine qualitativo di un mestiere elevato a missione, una vocazione necessaria per dare ordine al caos del sentito dire e diffuso via click senza una verifica delle fonti per i fatti che accadono nel mondo. E seguendo questa appassionata ricerca del buono il lettore discerne e seleziona la notizia falsa e comprenderà inevitabilmente che esiste anche un atteggiamento contrario e quindi un cattivo giornalismo (quello del copia-incolla? che scrive di periferia rimanendo in centro? Forse ancora a causa dell’editorialismo spinto e mediocre dei nostri media?); e in base a questa critica l'autore distende la sua analisi con coraggio e paressia, cioè quella franchezza asciutta e quello spirito di polemica che non gli sono mai mancati. E leggendolo mi viene da pensare che si è persino trattenuto in alcuni passaggi aiutato - insisto nella mia immaginazione - dalla serenità di chi ha scritto questo libro durante i tramonti quando ci viene regalato un non richiesto ma opportuno supplemento di quiete e genialità.

Domenico Quirico “il tuffo nel pozzo” - Vita&Pensiero 2017

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