Elisabetta Favale
E(li's)books
20 Aprile Apr 2017 0736 20 aprile 2017

Il Dolore Perfetto di Ugo Riccarelli Mondadori

Il Dolore Perfetto Ugo Riccarelli Libri

Mea culpa, ho letto Il dolore perfetto solo nel 2016, forse uno dei libri più belli letti lo scorso anno.

La trama in breve, giusto per farvi comprendere la storia a grandi linee:

Un uomo dalle idee anarchiche, che chiamano tutti sempre Il Maestro, si trasferisce dal suo paese nei dintorni di Sapri, a Colle Alto, un piccolo paese in un punto non meglio identificato della campagna toscana, dove gli è stato assegnato un posto da insegnante. A Colle Alto conosce la Vedova Bartoli, dalla quale avrà quattro figli (Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero), le cui vicende saranno parte fondamentale della storia. Parallelamente, si racconta la storia dei Bertorelli, una ricca famiglia di commercianti di maiali, a partire dal momento in cui Ulisse Bertorelli sposa la bella Rosa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Sole e Annina. Le storie delle due famiglie si uniscono quando Annina decide, contro la volontà dei parenti, di sposare Cafiero, il figlio minore del Maestro. Entrano a cambiare e spesso a sconvolgere la vita dei protagonisti, la prima modernizzazione di fine Ottocento e diverse guerre; si racconta la sconfitta di Adua, la Prima guerra mondiale e l'avvento del Fascismo, fino alla Seconda guerra mondiale, l'invasione tedesca e la Resistenza.

Vinse sia il Premio Strega che il Campiello nel 2004 Ugo Riccarelli e penso siano stati premi più che meritati per un romanzo che non ha, a mio avviso, nulla da invidiare a capolavori come Cent’anni di solitudine a cui spesso è stato paragonato per il “realismo magico” di cui sembra intriso e dico sembra perché invece secondo me Riccarelli è andato ben oltre, lo ha superato, restituendoci l’ immagine di un mondo molto più concreto fatto di ideali ma anche di “materia”.

Leggendo ripercorriamo una lunga pagina della nostra storia, da Pisacane al secondo dopoguerra, per comprendere il concetto di “dolore perfetto” dobbiamo entrare nella vita dei protagonisti che sono tutti destinati a perdere, in un modo o nell’altro.

Fu quando “L’Annina capì (…) la distanza tra la madre e l’Ulisse” che “… sentì forte batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto”. Fu quando Rosa “Guardò il marito e non provò amore, però non provò neppure rabbia o risentimento” che “Provò dolore, un dolore fulminante e perfetto che scivolò lentamente nella pena”. Fu quando il Maestro in esilio attendeva di incontrare, dopo anni, la sua vedova Bartoli che si andava “… impadronendo di lui, qualcosa che era apprensione, delusione, angoscia, senso di colpa. Un dolore assoluto e perfetto”.

Destinati a crogiolarsi nel dolore, i protagonisti ma anche noi lettori che finiamo per accorgerci quanto a volte sia indispensabile vivere fino in fondo certe pene per avere l’esatta visione delle cose, dolore quindi come strumento di conoscenza.

Il dolore diventa il momento culminante della vita dei vari personaggi, è uno stratagemma che l’autore ha utilizzato per segnare le loro “strade”, i loro destini, i cambiamenti spesso traumatici o repentini, il dolore è il “carburante” stesso della vita, della macchina del “moto perpetuo” che per tutta la storia viene costruita diventando simbolo stesso del ciclo naturale di nascita e morte.

Pur essendo una storia di vinti si assiste in tutto il romanzo alle lotte strenue dei protagonisti per cercare di opporsi a quel destino che sembra non voler concedere scampo, l’autore è riuscito a costruire personaggi che sono incarnazione di ideali, i nomi stessi ne delineano il carattere. I buoni hanno nomi come Maestro, Sole, Ideale, Libertà, Mikhail, Cafiero i cattivi invece che animano un mondo più materiale, si chiamano Achille, Telemaco, Ettorre, Oreste, Enea (ironico Riccarelli?).

Altra cosa che colpisce subito è il linguaggio, Riccarelli usa spesso il participio aggettivato molto “pirandelliano”, ci descrive un Ulisse “sconciato dalla vita”, un Telemaco “vecchio e sconciato” dopo la gloria e il potere (se non sbaglio era Pirandello che scriveva “sconciato” ma anche “attossicato”).

Sa di magia quel profumo di viole che accompagna alcune nascite, scuote quell’amore a volte dolce a volte violento che ha il sapore di sangue e il sangue spesso, in questa storia, manda avanti le cose.

Bellissima la figura di Annina, la vera eroina, figlia di Ulisse e di Rosa, che sposa Cafiero, l’ultimo figlio del Maestro e della vedova Bertoli., elemento di unione tra le due famiglie: “pareva viaggiasse leggera tra questi due mondi distinti senza contrapporsi, senza afferrare la frattura che si apriva dentro una tranquillità che solo lei viveva”.

Siamo in Toscana, a Colle Alto, c’è però anche Sapri, la Svizzera, la Francia, un lontano Oriente lontano e indefinito dove Sole il figlio di Rosa e Ulisse andrà, c’è Milano e c’è Adua.

Un racconto potente dove vita, morte, matrimoni, stagioni si susseguono, rotolano “cambiano le stagioni e tutto torna e forse pensare di sfuggire a questo rotolare è cosa ingenua, debole luce che contro il tempo non vale.”

Copio un breve brano che ho trovato particolarmente suggestivo per potervi dare la misura della bellezza di questo romanzo che vi invito davvero a leggere.

“Dopo l’abbraccio che aveva segnato il loro amore, di notte, di fronte al cancello di casa, la febbre spagnola e la morte li avevano costretti a restare lontano per il tempo necessario a seppellire i corpi dei loro cari e a cercare di riprendere confidenza con la vita.
Se Cafiero fu aiutato, in questo, dalla strada che Libertà gli aveva aperto verso Ideale, l’Annina si trovò all’improvviso a rendersi conto dell’impossibilità di affrontare il peso delle storie che ormai popolavano il Prataio abbracciata soltanto al calore di una caldaia di ghisa. Corse così alla stalla, montò a cavallo e se n’andò in mezzo al buio a cercare un altro abbraccio, un altro calore.
Dal canto suo, quella notte anche Cafiero non dormì. Tornato dal lavoro, s’era coricato stanco nel corpo, ma senza riuscire a prendere sonno nella mente. Le persone e le situazioni fatte rivivere dalle parole di Libertà erano ancora nella sua stanza e continuavano a parlargli, a sedersi accanto al letto, a ridere, a discorrere appoggiate alla finestra che guardava verso la pianura.
Troppo vicine. Troppo presenti, così come vicina e presente era la morte che aveva abitato quella stessa casa. Forte, lacerante, così grave da poterne sentire ancora il peso sulle spalle, come una mano che lo trattenesse a terra, lo ancorasse al passato senza lasciarlo correre liberamente in avanti, là dove vedeva l’affetto nuovo per Ideale e sentiva il corpo minuto dell’Annina stretto tra le sue braccia.
Fu mentre si abbandonava a questa malinconia che sul selciato di fronte alla casa udì il passo di un cavallo. La notte era fonda, e nel silenzio assoluto i colpi degli zoccoli si mischiarono ai suoi pensieri e gli parvero gli spari che avevano ucciso il Maestro sulla sabbia di Milano.
Così si alzò, andò all’armadio, prese la vecchia doppietta di Fosco Bartoli e si precipitò alla porta pronto ad affrontare i soldati del Re. Quando aprì, si trovò invece di fronte l’Annina, ferma sul cavallo che montava a pelo, così com’era abituata a fare fin da bambina.
Nella luce fioca la vide dritta davanti a sé, con i capelli ancora scarmigliati per la corsa, e gli sembrò un monumento, una statua di Michelangelo, l’opera di uno scultore folle e sublime.
E l’Annina un monumento lo sembrava davvero: era immobile, rapita dall’amore. Lo guardava dritto negli occhi mentre cercava di capire quali parole dovesse usare per raccontargli tutta la sua disperazione e tutto il suo desiderio. Le vennero in mente le storie di Sole, e poi la passione del Mero per la caldaia. Avrebbe voluto parlargli dello sguardo di sua madre fisso sul colle dei cipressi e dei berci disperati dell’Ulisse di fronte al suo balcone. Avrebbe voluto dirgli dei mercati, delle ore passate a guardare i maiali, delle strette di mano tra gli uomini e di come si tratta una scrofa di duecento chili. Pensò di raccontargli della tomba della Mena, delle preghiere e delle filastrocche che questa le aveva insegnato. Del perché si deve parlare alle lumache prima di San Martino e di come dalle ragnatele si possa capire se pioverà o se invece è tempo di raccolto. Ebbe la tentazione di spiegargli il profumo dell’alba o descrivergli il modo in cui rimbalza sui muri del Prataio il rumore del treno quando passa sulla ferrovia. Avrebbe desiderato gridargli di come aveva visto tremare di febbre il piccolo Anchise e della morte che le faceva paura, e della nebbia che non le piaceva, e del tempo che non capiva, e di suo fratello che le mancava e tanto altro per cui ora non trovava le parole, ma lo vide di fronte a sé, fermo, col fucile in mano, perso anche lui in un tempo che se non fosse riuscita a fermare in quel preciso istante non avrebbe mai avuto fine, e allora capì di aver bisogno di almeno tutta la vita per spiegargli anche soltanto una delle infinite cose che aveva da dirgli.
Così, tirò un lungo respiro e gli disse semplicemente:
«Voglio che ci sposiamo, Nocciolino.»
Cafiero le sorrise. Un’ondata di calore lo accarezzò, e lui si lasciò scaldare ogni centimetro di pelle, lasciò che quel benefico respiro si intrufolasse a sciogliere la malinconia che l’aveva assalito durante la notte, fece in modo che lo riempisse, lo possedesse completamente e senza fretta.
«Quando?» le disse, poi.
L’Annina rispose:
«Appena posi la doppietta».”

Il dolore perfetto – Ugo Riccarelli – Mondadori

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