Stefano Rolando
Buona e mala politica
23 Aprile Apr 2017 0822 23 aprile 2017

Lettera aperta al Comune di Milano attorno all’intitolazione di piazzale Cadorna

Piazzale Cadorna A Milano 18Afdc74ed9d1265a61c2a631b86609e

La più grave disfatta della storia dell’Esercito Italiano avvenne tra il 24 ottobre e il 12 novembre del 1917. Quest’anno ricorre il centenario. Come tutti sanno avvenne a Caporetto, nome che da quel tempo diventa sinonimo di “sconfitta disastrosa”. Oggi comune sloveno (Kobarid) di poco più di 4000 abitanti e sede del Museo di quella disfatta.

Ne parliamo in vista del 25 aprile e non il 12 novembre per una ragione che sarà chiara tra poche righe.

A Caporetto il capo delle forze armate italiane è il generale Luigi Cadorna e sotto di lui i generali Luigi Capello e Pietro Badoglio (che venne pure specificatamente accreditato di uno dei maggiori errori tattici di quella battaglia, lo stesso Badoglio che caduto Mussolini diventerà il primo capo del governo post-mussoliniano).

Sono schierati ai loro comandi 257 mila soldati, forti di 1342 cannoni. Di fronte la coalizione austro-ungherese e tedesca, i cui rispettivi eserciti sono ai comandi il primo di Svetozar Borojevic von Bojna e poi di Ferdinand Kosak e il secondo, quello tedesco, da Otto von Below e poi Konrad Kraft von Dellmensinger.

Aspetti di insipienza e di crudeltà del vertice militare italiano – che gli storici diffusamente accusano di non competenza nella gestione della difesa e del ripiegamento, ovvero di un uso dell’artiglieria solo concepita come arma d’attacco e non di difesa – fece di Cadorna il capo di una sconfitta che per altro cercò di addossare alla paura dei soldati. La Strafexpedition (ovvero la “spedizione punitiva”) contro gli italiani concepita da una concentrazione di 353 mila soldati armati con 2518 cannoni terminò con 13 mila morti italiani, 30 mila feriti gravi e 265 mila prigionieri. La vittoria dell’alleanza austro-tedesca costò comunque a quegli eserciti 50 mila tra morti e feriti.

Roma aveva già deciso la sostituzione di Cadorna con Diaz, a causa delle vicende precedenti questa dodicesima battaglia dell’Isonzo, così che la Conferenza Alleata di Parigi già aveva premuto sul governo italiano, prima guidato da Paolo Boselli e dal 25 ottobre da Vittorio Emanuele Orlando, per una diversa impostazione strategica. Si era immaginato di spostare Cadorna a presidio della stessa Conferenza e di avvicendarlo al fronte. Ma l’autorità di Cadorna rese incerta e ritardata la decisione così da non toccare l’impianto della battaglia cruciale. Dopo la quale, naturalmente, la sostituzione avvenne e fu Armando Diaz a guidare la riscossa del Piave e di Vittorio Veneto.

Non c’è libro di storia che non parli di quegli errori e non c’è libro di storia che non apra ormai il doloroso capitolo delle modalità che Cadorna interpretava per convincere i soldati a esporsi alla morte nella drammatica guerra di trincea che il cinema italiano con La Grande guerra di Monicelli (1959) ha reso storia comune. Vi sono anche letture meno impietose di questa figura di militare, di grande discendenza di militari e certo anche di granitica volontà nell’esercizio del comando. Tanto che la sua voce in Wikipedia ha alcuni tratti ridimensionati: “Luigi Cadorna rimane una figura discussa e controversa della prima guerra mondiale e della storia d'Italia; anche se egli non fu il macellaio descritto dai suoi critici, indubbiamente le sue strategie eccessivamente rigide e la spietata disciplina imposta alle sue truppe causarono pesanti perdite e favorirono il drammatico crollo di Caporetto”.

Cadorna comunque divenne senatore, pur senza aderire formalmente al fascismo, fu nominato da Mussolini nel 1924 Maresciallo d’Italia e completamente riabilitato dal fascismo, rispetto alle critiche sorte dopo la disfatta di Caporetto, all’origine della intitolazione a lui di molte strade in Italia. Morirà il 21 dicembre del 1928 a Bordighera.

Suo figlio, Raffaele Cadorna, intraprenderà anch'egli la carriera militare e parteciperà in modo illustre alla seconda guerra mondiale comandando, dopo la resa incondizionata delle truppe italiane agli alleati del settembre 1943, le forze partigiane del nord Italia raccolte nel Corpo volontari della libertà. Nel dopoguerra fu senatore della DC.

Il senso di questo racconto – qui per sommi capi e senza entrare nelle pieghe di una storia più complessa e controversa – è proprio fatto in occasione del 25 aprile per aggiornare una proposta avanzata tempo fa dai radicali milanesi, proprio dall’attuale assessore Lorenzo Lipparini. E per porre la questione al Sindaco e al Consiglio comunale dell’assoluta maturazione storica di una rettifica toponomastica giustificata e importante per la città di Milano, medaglia d’oro della Resistenza. Quella di considerare, per dare nome a una delle più importanti piazze della città, ogni giorno capace di movimentare un numero immenso di city-users che raggiungono e lasciano la città alla cui vita lavorativa contribuiscono, legittima la sostituzione del nome di Luigi Cadorna con il nome di Raffaele Cadorna (a cui Roma ha dedicato una piccola via centrale, ma non Milano). Una rettifica di due culture militari, di due interpretazioni della storia d’Italia, di due pagine del rapporto tra istituzioni e popolo.

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