Alessandro Oliva
Viva la Fifa
24 Aprile Apr 2017 1013 24 aprile 2017

Manca davvero poco a Sarri per vincere lo scudetto

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ANDREAS SOLARO / AFP

Spesso e volentieri ci si sofferma a chiedersi perché una squadra abile nel palleggio e nel giocare “bene” – dove per bene si intende un buon numero di occasioni per partita, create con un gioco esteticamente efficace – non riesce però a vincere trofei importanti alla fine della stagione. Una domanda che si ripete spesso nel vedere l’operato di certi allenatori capaci di far giocare alle proprie squadre un gioco bello e propositivo ma incapace di tradursi in coppe e scudetti, vedi il caso Zeman su tutti. Ora, escludendo l’elemento costituito dalla presenza di squadre più forti, o più capaci di adattare il proprio gioco al fine ultimo della vittoria, esiste anche una motivazione interna, cioè dovuta alle squadre stesse e non alle altre.

Il caso del Napoli di Sarri, che gioca bene ma deve sottostare alla legge bianconera del più forte, è per certi versi emblematico. Certo, così come una rondine non fa primavera (infatti oggi piove), è anche vero che una partita non può inquadrare tutta una gestione. La gara di Reggio Emilia contro il Sassuolo può però fornirci utili indicazioni sugli aspetti positivi e quelli meno del modo di stare in campo degli azzurri.

Il Napoli di Sarri, lo diciamo subito, è una squadra che attacca in maniera splendida. Il primo comandamento del tecnico toscano è: palla a terra abbinata alla ricerca degli spazi. Il Napoli, che si schiera per linee compatte (vedi immagine sotto) per occupare sulla carta il campo in tutta la sua larghezza, gioca per cercare prima di tutto lo spazio.

Si potrebbe quasi dire che l’approccio di Sarri al calcio offensivo è di marca olandese: pallone e spazio cioè devono essere considerati allo stesso modo. Il Napoli è come se giocasse costantemente per triangoli: il portatore di palla deve avanzare sapendo di poter contare su un compagno che si smarca e che è vertice di una sponda, o di un altro che si inserisce in un corridoio libero. Per farla breve: ogni giocatore con la palla tra i piedi deve avere due compagni disponibili. E deve innescare l’azione possibilmente palla a terra, per poter sfruttare profondità e velocità allo stesso tempo e giocare così con meno tocchi possibili. Ogni volta che l’uomo con la palla avanza, quindi, si creano tre soluzioni possibili: passaggio al vertice più vicino; passaggio al vertice che si inserisce in profondità; conclusione in porta sfruttando la tecnica palla al piede dei portatori di palla, che oltre al metà campo sono Hamsik, Mertens o Insigne. Lo si vede bene nell’occasione del primo gol (passaggio-palla in area-gol), ma anche in alcune occasioni precedenti, come in questa per Callejon:

O in questa per Insigne, dove c’è un giocatore in avanti pronto a raccogliere il passaggio, ma anche Hamsik che sulla fascia ha un corridoio libero davanti (sebbene più difficile da servire al momento, lui comunque rispetta la consegna e c’è):

Il Napoli aggredisce dalla fasce, ma è costruito per creare gioco dal centro: la presenza di Jorignho preferito a Diawara si piega con la necessità per Sarri di avere un uomo in grado di distribuire palloni. Ogni volta che comincia l’azione dalla difesa, è lui ad abbassarsi per ricevere palla e dare il via ai compagni, seguendo le modalità di cui sopra. Da qui nascono i 20 tiri in porta totali del Napoli contro gli 8 del Sassuolo. Ma è proprio lì, al centro, che cominciano i problemi per il Napoli quando deve gestire il non possesso. In conferenza stampa post-partita, a precisa domanda sull’impressione data dal Napoli di poter subire gol in qualunque momento, ha chiuso la questione spiegando che la sua squadra ha realizzato il 60% di protezione dell’area in partita. Il fatto è che la difesa del Napoli, soprattutto Koulibaly, non è in grado di gestire bene la palla – e l’Inter di Mournho con Lucio ha dimostrato quanto sia importante farlo, ad esempio – e questa incapacità va unita ai movimenti in copertura del centrocampo: un conto è esserci, un altro è essere efficaci. E anche sull’esserci, ci permettiamo qualche dubbio. Primo esempio: se la difesa perde palla, come in questo caso, al centro c’è un buco dove nessuno va ad aggredire Defrel.

Ma anche se il centrocampo stringe, è la difesa troppo alta a creare problemi. La sua tendenza ad alzarsi sempre (in blocco e o per singoli) in fase di possesso crea rischi come il pasticcio sul gol dell’1-1; ed è una tendenza generale, quella del Napoli, di avere linee troppo strette dietro in media durante tutta la gara.

L’errore non è invece commesso dal Sassuolo, che tende a stringere sul portatore di palla avversario ma senza sovrapporsi alla difesa. Si può dire che il centrocampo neroverde gestisce meglio i movimenti tra i due reparti, ma allo stesso tempo deve aggiustare in quel settore un aspetto. Scegliere di avere un gestore del gioco come Sensi premia in fase di palleggio, ma non quando viene aggredito, per la sua poca prestanza fisica: lo si vede nel vantaggio del Napoli, quando è Hamsik a sottrargli il pallone a sportellate, ma senza commettere fallo. Di Francesco ha però avuto il merito di scegliere gli uomini giusti per i cambi: sebbene costretto a togliere Pellegrini per un problema fisico, la scelta di Mazzitelli gli assicura una migliore gestione della palla in attacco: bello il tiro del momentaneo 2-1, ma mentre la difesa del Napoli è messa in linea, chi lo marca, nonostante la protezione dell’area al 60%?

Al netto dei due pali presi dal Napoli, la squadra di Sarri una delle squadre certamente messe meglio in campo: una maggiore coordinazione tra difesa e centrocampo in fase di non possesso potrebbe aiutarla a unire bel gioco e vittorie.

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