Giulia Valsecchi
Cineteatrora
27 Aprile Apr 2017 1056 27 aprile 2017

Libertà di mezzo

Nel silenzio impraticabile di Tel-Aviv, un appartamento ospita gli incroci di una triplice storia femminile e mediorientale che parrebbe delineare un ritratto già visto, se non fosse per quello stato del “tra” che dà il titolo al film e che, purtroppo, finisce per galleggiare in un tentativo di traduzione che fa di In between il sottotitolo in caratteri rosa di Libere disobbedienti innamorate. In-betweenness è, invece, una condizione stratificata e ben nota agli esuli, come a coloro che si muovono su confini caldi. È uno sbilanciamento confessato e un’ambivalenza tra due o più frontiere reali e simboliche che, nell’opera prima della regista palestinese Maysaloun Hamoud, già minacciata di morte, diviene Bar Bahar, espressione che riporta al non confine tra terra e mare, altro bordo intraducibile.

E di intraducibilità si fa carico, in effetti, l’intero film diviso tra l’esperienza e il retaggio di tre giovani palestinesi – Leyla, Salma e Nour – che sbandano fuori e dentro le proprie vite, dando all’oscillazione tra aspirazioni e relazioni il compito di interrogare lo sguardo e l’urgenza di difendere una lingua. Oscillazione è anche il passaggio per contrasto da una prima scena istruttiva sulle subalternità del femminile, in osservanza alla morale più rigida, e le libertà esibite per eccesso subito dopo nei locali notturni e tra le mura dell’appartamento che le protagoniste condividono, ricordando quasi un’unità tragica di tempo, luogo e azione. Le differenze che contrassegnano i ruoli delle tre ragazze sono manifeste e servono una scrittura che recluta volti tra drammi e convivenze stentate, per effetto di comunanze dolorose tra gli integralismi e i falsi liberalismi.

Se, infatti, Leyla è professionista affermata in ambito legale e non esita a valorizzare il proprio talento seduttivo, Salma ha il passo più goffo, arranca in cerca di un lavoro e china lo sguardo o freme dalla rabbia di non poter rivelare il proprio orientamento sessuale, mentre Nour è l’ultima arrivata e invoca una pacificazione tra piacere e precetto religioso. I loro corpi segnano lo sbarramento di uno stato israeliano che si vergogna della lingua araba dei propri camerieri e cuochi, ma resta sullo sfondo di un conflitto a tre dove, alla fine, prevale l’alleanza più intrinsecamente femminile tra non detti, lacrime, danze e abusi.

Hamoud attraversa il non confine di Leyla, Salma e Nour come per mettere a nudo le singole volontà oltre i muri di famiglie e matrimoni combinati. I crolli sono inevitabili, le scelte di fuga anche, ma non è scontato il disvelamento delle verità in cui vanno a incunearsi le ipocrisie e i bisogni, le rivoluzioni spartite nel mezzo di coercizioni e le notti trascorse a perdere la testa affogando in alcol e droghe. Fa eccezione Nour, l’unica a indossare il velo, ma pronta a concedersi qualche ballo e un bagno in mare, dove si schiude forse il senso più lirico di una libertà di mezzo, e dove si intravedono la solitudine di Leyla e il senso di inadeguatezza di Salma.

La disobbedienza e l’amore sono certo ingredienti perenni di questa storia, che non ha la presunzione di imporre dettami alternativi, né di certo aderisce a una facile islamofobia, nemica delle questioni di genere e di culto. Piuttosto, emergono affronti di cui tre identità femminili provano a riassumere un tempo percorso da contraddizioni insanabili e ottusità anestetizzate nell’evasione underground.

I versetti del Corano citati da Nour rimandano non a caso proprio alla doppiezza dell’umano e a ciò che il cuore, organo principe anche del misticismo sufi, può sanare e proteggere in sé. Così la fede e i suoi obblighi preludono a rotture e riconciliazioni familiari, a dialoghi fermi a ciò che l’apparenza continua a dettare nonostante tutto. Il guasto radicato è però dell’assenza di coraggio maschile, di una vigliaccheria che produce soprusi e si riabilita solo in una paternità non patriarcale. A Leyla, Salma e Nour resta un’ultima notte insieme: le parole si sospendono allora in un silenzio imperscrutabile, un angolo “tra” i disincanti e le trasgressioni di una tentata resistenza quotidiana.

Libere, disobbedienti, innamorate – In between (2016)

di Maysaloun Hamoud

Con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Riyad Sliman, Mahmud Shalaby

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