Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
27 Aprile Apr 2017 1408 27 aprile 2017

PD societa' e politica: nel suo mutamento vissuto da un membro interno, al 26 aprile.

Oggi ringraziamo Paolo Furia (biografia a fine articolo), che ci aiuta a capire che cosa sta succedendo nel PD e, piu' in generale, nelle nostre democrazie!

Certo, il congresso del PD sarà una grande conta. Essa riguarderà, se andrà male, un milione di persone, se andrà bene due, e in ogni caso saranno di più delle persone che decidono i vertici di Cinque Stelle, Forza Italia, Lega Nord e compagnia cantante. Ma questo confronto sin troppo facile con la democrazia interna “degli altri” lascia sul tavolo numerose domande che non riguardano solo e tanto la democrazia interna del PD, ma anche, in generale, la qualità della politica dei nostri giorni.

Domande che sommessamente, da militante locale e da ricercatore appassionato di politica, vorrei provare a sollevare. Primo: lo strumento delle primarie aperte è sufficiente ad aprire un dibattito serio nel partito e nel paese? Temo di no. Le primarie servono a misurare la popolarità di un leader, che si caratterizza, è vero, con proposte programmatiche e impostazioni strategiche depositate in una mozione corrispondente (è forse questo aspetto, più che rituale, che consente di mantenere il nome tecnico di “congresso”), ma di cui è difficilissimo tenere conto nel pubblico dibattito. Secondo: lo strumento delle primarie aperte, che non apre un vero dibattito, è d'altra parte il tentativo, onesto nelle intenzioni, di garantire alla politica dei partiti una partecipazione più ampia di quella conseguita con il solo tesseramento. In questo modo la qualità della partecipazione si deteriora irrimediabilmente, perché non si connota per una passione continuativa per l'impegno politico, bensì per una chiamata a sostenere tramite un semplice voto un progetto politico (contenuto in una mozione e sostenuto da un leader) fatto e finito, scritto se va bene da qualche intellettuale o qualche bravo politico, ma più spesso da agenzie di comunicazione. Si baratta tuttavia il deterioramento della partecipazione con l'aumento numerico delle persone chiamate a delegare a un capo (termine sempre più presente nel linguaggio politico – si ascolti un comizio di Renzi per credere) l'azione politica. Peraltro, lo stato di salute delle primarie appare ancora più debole, se è vero che, come dimostra il caso del PS francese (ma anche diversi casi di primarie locali in Italia), può essere che il candidato vincente alle primarie sia perdente nel paese. E questo avviene anche perché può darsi che un leader molto forte tra le sue cerchie di “followers” sia altrettanto odiato fuori, per ragioni molto spesso irrazionali in entrambi i casi. E questo perché, nella consunzione dello spazio pubblico argomentativo, si generano identificazioni irrazionali tra leaders e pezzi di popolo, che faticano a dialogare tra di loro. Ma allora le primarie sono una risposta insufficiente ad un problema reale: quello della partecipazione alla politica e quello della costruzione di uno spazio pubblico degno di questo nome.

Per la verità, il disimpegno o l'impegno frammentario e occasionale sono, dalla smobiltitazione dei partiti di massa, tratti caratteristici del cittadino scazzato del nostro tempo. Si fa presto a dire le solite cose: perché la politica è brutta e i politici sono cattivi, disonesti e bugiardi; perché nei partiti c'è solo il marcio e l'ambizione; perché si parla solo e non si fa niente, eccetera. La verità è che la gran parte delle persone che d'istinto risponde che si disinteressa totalmente di politica perché è sporca, alla prima domanda che vien loro fatta di politica, sfugge con un “ma io non ci capisco niente”. La politica, sul piano delle “policies”, è difficile: ci vuole tanto studio, tanta attenzione ai dettagli, tanta fatica di mediazione. E sul piano della “politics”, è stressante: tanto confronto, tanto conflitto, una qualche dose di scaltrezza (non necessariamente di crudeltà), una tenuta psicologica, nervi saldi.

Ma non è solo perché la politica è difficile che le persone se ne disinteressano. La vita delle persone è difficile pure. Sempre più precaria e stressante, piena di burocrazia, talvolta sottopagata, la società la ricompensa con una gamma sempre più ampia di divertissements e di evasioni possibili, nonche ultimamente di spazi (eminentemente i social networks) dove poter sfogare le proprie frustrazioni comodamente seduti in poltrona. Si sono inoltre confuse e mescolate le classi sociali, col che si moltiplicano i punti di vista, i simboli di riferimento e le appartenenze possibili. Spesso si risponde da sinistra a questo dato ormai acquisito della fine delle classi mostrando come nel tempo del capitalismo finanziario le disuguaglianze siano peggiorate e gli sfruttati esistano ancora eccome. È vero. Tuttavia, a fare una classe non è solo la fascia di reddito. Quello che manca è una convergenza di luoghi di lavoro, di condizioni di lavoro, di rivendicazioni comuni. Costitutivo della nozione di classe è la coscienza di classe: ma la coscienza di trovarsi dal lato fragile della storia non è sufficiente a fare una coscienza di classe. Oggi gli sfruttati sono tra i cassaintegrati delle fabbriche senza più la mobilità e gli ammortizzatori in deroga, ma sono tra le partite iva, tra i ricercatori senza sussidi, tra i subordinati e parasubordinati, tra i camerieri a cottimo di Foodora e tra i tirocinanti di professione. Anche questa pluralità di situazioni rende scarsamente praticabile il conflitto collettivo e getta i lavoratori nella disillusione e nella solitudine.

Tutto ciò peraltro non dissolve la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica come tale. La frammentarietà delle vite si riflette in una eguale frammentarietà nell'impegno, che si sfoga sempre di più in movimenti di varia natura che si concentrano su temi specifici e rispondono a un bisogno di identità che i partiti post-ideologici non interpretano. Avviene così che la base attiva dei partiti, piaccia o meno, si indebolisca o addirittura evapori, indipendentemente da qualsiasi verticistica discussione su partito liquido o solido. Al di là delle politiche messe concretamente in campo dai partiti quando governano, mantengono o rinnovano la loro base quei partiti che, imitando I movimenti (a volte anche nel nome), esprimono la capacità di produrre identità forti, simbolicamente pregnanti, in grado di presidiare un'avventura comune. Uno schema identitario forte è di per sé una buona motivazione per entrare in politica. L'alternativa, altrettanto motivante ma con non pochi effetti collaterali, è rappresentata dal desiderio di essere eletto rappresentante in qualche istituzione. Senz'altro questo è l'esito legittimo della militanza politica. Ma se tale esito è perseguito nell'ambito di un partito con un tasso identitario molto debole, un partito molto plurale al limite del confuso, tale partito ci metterà poco a sprofondare in balia del più bieco carrierismo. Ed è questa la paura che oggi ho: che la sfrenata concentrazione mediatica sui leaders, l'indebolimento dello spazio pubblico, l'impegno sempre più frammentato da parte dei cittadini e l'espropriazione da parte del sistema economico dell'autonomia del sistema politico (di cui qui non si è parlato, ma che potrebbe essere la fonte di tutte le altre problematiche) produca partiti politici animati dalle peggiore spinte egoistiche dei suoi leaders, e nello stesso tempo impotenti. Il processo sociale che ho cercato di sintetizzare e che sfocia da un lato nella smobilitazione e dall'altro al carrierismo non è risolvibile tramite le primarie. Esso richiede semmai un profondo lavoro culturale, nel quale al centro, più che non l'idea di partito come tale, è l'idea di comunità. D'altronde la gente soffre nell'individualismo in cui il capitalismo finanziario ci sta gettando. Essere una comunità-partito, con un'identità plurale ma condivisa, essere appassionati dello stare insieme, essere persuasi che il vivere-insieme è la condizione reale della vitalità delle istituzioni. Non c'è nulla di rivoluzionario in questa piccola tesi.

Ma non me ne viene in mente nessuna di migliore. Credo che la politica sia fatta dalle persone, così le loro scelte sono decisive per comprenderla. Allo stesso tempo, fenomeni di carattere strutturale possono condizionare la politica. Comprendere questi fenomeni con uno sguardo che si nutra di competenze sociologiche, psicologiche, antropologiche, economiche, giuridiche etc significa smettere di giudicare la politica con quella solita stizza moralistica che sempre accompagna gli esperti della lamentazione senza suggerire alcun miglioramento.

Paolo Furia, segretario provinciale del PD Biellese e consigliere comunale della Città di Biella, sta terminando il dottorato in filosofia tra l'Università di Torino e l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Il suo tema principale è quello del riconoscimento e dell'identità individuale e collettiva.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook