Vittorino Ferla
La Luna storta
2 Maggio Mag 2017 0924 02 maggio 2017

Renzi, le primarie e l’allineamento dei pianeti

Primarie Fila

Le primarie del Pd si sono appena concluse. Molte polemiche le hanno precedute e accompagnate: sul modo e sui tempi in cui sono svolte, sul numero più o meno alto dei votanti, sulle possibili rivincite, sulle probabili alleanze, sul fatto che la democrazia sia ben altro, sul fatto che siano un rito stanco. Polemiche - spesso pretestuose - che oggi rimangono soltanto roba da social media. Alla luce dei fatti, resta solo che ‘le primarie logorano chi non le fa’. Ma che cosa è accaduto, dunque, con il voto del 30 aprile? Ecco un primo elenco delle conseguenze più evidenti di questo voto.

Giornalisti sconfessati

L’esito del 30 aprile sconfessa la narrativa della sconfitta di Renzi che aveva dominato la stampa politica dal 4 dicembre ad oggi. Al di là delle testate naturalmente avverse, anche i grandi quotidiani nazionali come Repubblica e Corriere della Sera avevano scommesso, con tanto di sopracciglio inarcato, sulla fine del ‘bimbaccio’. La sconfitta referendaria sembrava il capolinea della corsa del novello Berlusconi. Ma proprio la vicenda ventennale del leader di Forza Italia mostra l’inconsistenza di molti commentatori dei ‘giornaloni’: dato per morto mille volte è risorto altrettante e sta ancora lì, magari un po’ sbattuto, ma non ancora domo. Per Renzi sembra riscriversi la stessa storia. Dato per finito già due volte – alle primarie Pd del 2012 e al referendum del 2016 – Renzi è risorto in entrambi i casi e oggi comincia una nuova corsa, con buona pace dei commentatori interdetti che si sgolano nei salotti televisivi.

La sconfitta definitiva della ditta

Allo stesso modo sconfessata quell’area della sinistra storica che si autocomprende come erede intelligente, moderna e socialdemocratica del Partito Comunista Italiano prima e dell’Ulivo poi. Fanno parte di questo gruppo, ovviamente, gli scissionisti della prima e dell’ultima ora, da Fassina a D’Attorre, da Bersani a Speranza a D’Alema. Nella mente hegeliana di quest’ultimo la vicenda sembrava segnata: ‘noi’, i rappresentanti di una storia e di un popolo (tesi); Renzi, nel ruolo dell’usurpatore (antitesi); sfinimento ed esautoramento di questo, grazie alla sconfitta referendaria, con la rivincita della vecchia ‘ditta’ (sintesi). Non è andata così, per la resilienza di Renzi e dei suoi.

Le velleità della sinistra interna

Ovviamente, una parte consistente di questo mondo era ed è ancora presente nel partito. Rimasta nel PD con l’obiettivo di riconquistarlo, ha legittimato, di fatto, il profilo di interlocutore di Renzi, ma gli ha dichiarato guerra chiamando a raccolta il ‘popolo’ della sinistra. Emiliano si è rivolto al popolo democratico-grillino: con la sua candidatura, ha sperato di recuperare un voto di delusi del Pd che oggi guardano al M5S e di raccogliere lo scontento dell’elettorato meridionale e pugliese in cerca di riscatto e di assistenza. Dall’altra parte, Orlando si è rivolto ad un fantomatico ‘popolo’ della sinistra disperso per causa dell’arroganza renziana, con la speranza di ristabilire le gerarchie del passato e riabilitare, nel nome dell’unità, il ceto politico trafitto in contropiede dal nuovo energetico segretario. Queste due ipotesi sono state sconfitte e resteranno minoritarie per un bel po’.

Il popolo del sì

Alle primarie del 30 aprile ha vinto, invece, il popolo del sì. Alle urne si sono presentati in tanti per rinnovare la spinta al cambiamento incarnata, prima, nell’esperienza del governo Renzi e, poi, nel referendum del 4 dicembre. Dopo la conferma del risultato, Renzi e il suo gruppo dirigente hanno cercato fin dai primi minuti di negare l’approccio della rivincita. Ed è giusto così, anche solo per motivi di eleganza e diplomazia. Ma chi deve interpretare il voto non può fare a meno di segnalare l’onda d’urto evidente – e nient’affatto scontata – che ha travolto il gioco dei veti incrociati, dei distinguo, dei mal di pancia e dei benaltrismi, nel segno di una grande domanda di riforme e di prospettiva.

Una forza di sinistra liberale e riformista

“Ma quali riforme?”, qualcuno ancora chiede. La risposta sembra chiara. Il PD guidato da Renzi non si affida più alla stanca ripetizione dei valori intangibili del Novecento. Il mondo è cambiato: non è più il tempo del tassa e spendi, della leva fiscale come unico strumento redistributivo, dell’assistenza generica per tutti, della amministrazione pubblica come presidio del lavoro pubblico anche a costo della sua totale inefficienza, e via elencando. Il Partito Democratico, in altri termini, non è più il frutto dei cascami del Novecento, la melassa malamente assortita dei vecchi organicismi post comunista e post democristiano. Il PD guidato da Renzi, invece, vuole incarnare in tutti i campi - sociale, economico e istituzionale - una proposta politica liberale di sinistra. E lo fa – diretta conseguenza di questa impostazione - rafforzando la sua vocazione maggioritaria.

La vocazione maggioritaria

La vocazione maggioritaria è una opzione molto impegnativa, ma chiara. Significa che il Partito Democratico sceglie di rappresentare la sinistra di governo alle prossime elezioni. Per fare questo non ha paura di concorrere da sola per conquistare la guida del governo. Nonostante le convulsioni dei partiti politici europei tradizionali – di cui certamente bisognerà tener conto – la storia dei sistemi politici è questa. Ovviamente, la vocazione maggioritaria si esprimerebbe meglio con un sistema elettorale capace di chiarire immediatamente le responsabilità di governo. Sappiamo che i sistemi migliori a questo fine sono due: quello inglese, con i collegi uninominali e il maggioritario secco, e quello francese, con il doppio turno che permette di indicare al primo turno il partito più vicino e al secondo l’opzione di governo. Ma nulla esclude a priori che la vocazione maggioritaria non possa esprimersi in un sistema istituzionale parlamentare e con una legge elettorale proporzionale come nel caso italiano. Non è forse così anche in Germania? Correre da soli alle elezioni non sarà pertanto un forma di isolamento politico, come qualcuno sostiene, ma una scelta di chiarezza. Sarà compito del prossimo Parlamento verificare se sarà necessario aprire ad altri per formare una maggioranza.

No all’unità delle sinistre

Un posizionamento così chiaro porta con sé delle derivate. In primo luogo, l’esclusione di ipotesi di accordo preventivo con i vari soggetti della sinistra radicale che Giuliano Pisapia sta cercando di federare. Non soltanto perché il successo di questo intento federatore dell’ex sindaco di Milano sia ancora tutto da verificare. Ma soprattutto perché sul piano strategico e programmatico i due schieramenti appaiono inconciliabili e concorrenziali. Allo stesso modo in cui lo sono in Francia quelli di Melenchon e di Macron. Proprio nei giorni scorsi, commentando il risultato francese, Pisapia ha esplicitato l’esigenza di unità tra due espressioni della sinistra come Melenchon, critico dell’Unione europea e dell’Euro, e Hamon, espressione della declinante socialdemocrazia francese. Non a caso nessuna considerazione per Macron, rappresentante di quella sinistra riformista e liberale che, il giorno delle primarie del Pd, ha riconosciuto in Renzi un suo punto di riferimento.

Alternativi al M5S

L’altra derivata è ovviamente l’opposizione all’avanzata del M5S. Assenza di democrazia interna, oscurantismo scientifico, radicalismo politico, organicismo culturale, sovranismo antieuropeo, giustizialismo illiberale, settarismo ideologico, e via elencando, fanno del partito di Grillo una forza del tutto speculare al Partito Democratico. Davvero singolare che ci sia qualcuno ancora all’interno del Pd che proponga alleanze del tutto improbabili. In questo senso, la scelta di Renzi è netta: nessuna concessione ai pentastellati, ma nemmeno a chi vorrebbe blandirli. Soltanto una posizione chiara ed esplicita può diventare davvero concorrenziale nel mercato del voto alle prossime elezioni.

La scommessa

In conclusione, il risultato delle primarie spinge Renzi a giocare una partita ambiziosa: investire completamente sulla novità di un Partito Democratico liberato dalle catene del passato. E’ come se, con la riconquista della leadership del partito, si sia ristabilito l'‘allineamento dei pianeti’ necessario al neosegretario per affrontare con più forza e legittimazione una sfida rischiosa, ma esaltante. Intanto, si riparte dal ‘foglio bianco’: vedremo nei prossimi mesi come sarà riempito.

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