Andrea Cinalli
Serialità ignorata
5 Maggio Mag 2017 1049 05 maggio 2017

“Girlboss”, la strada del successo è costellata di risate

Girlboss

È arrivata la corona d’alloro. Baci, abbracci, “ora hai il futuro davanti a te”. Ma la festa finisce, le luci si spengono. E comincia la festa della realtà, più grande, con più invitati. Si balla, si ride, ma soprattutto si piange.

La magia del disincanto è sempre dietro l’angolo per il ventenne. Ai colloqui di lavoro sempre la stessa coreografia: scrollate di capo, sguardo scettico e “no” deciso del potenziale capo. Lo sconforto comincia a diventare un abito comodo. Facebook e Whatsapp diventano i pilastri che sorreggono frugali e fatue socializzazioni fatte di emoticon. Poi a un certo punto quella piccola tana di sogni sfioriti e schermi luminosi comincia ad andargli stretta, e i soldi frutto delle fatiche giornaliere di mamma e papà diventano roventi, non riesce più a tenerli in mano per la vergogna.

Che si fa? Ci si inventa un lavoro nuovo. Si mettono insieme quelle quattro abilità maturate negli anni, innaffiate da una passione viscerale, e ci si infila in un ruolo poco abitato nella società che catalizzi attenzioni ed entusiasmi soprattutto sul web.

È quello che fa Sophia Marlowe (Britt Robertson), la protagonista di “Girlboss”, la nuova serie comica di Netflix liberamente ispirata al memoir di Sophia Amoruso, “#Girlboss”. Stronza, disinibita, con una volgarità sempre a fior di labbra, non vuole che la sua giovinezza muoia dentro un lavoro poco stimolante come commessa di un negozio di scarpe e borse. Sotto la sua straordinaria bellezza si agita una creatività che va assecondata. Ma questa creatività, allacciata al temperamento rude, si sostanzia in furbeschi raggiri di commercianti e acquirenti. Scova i capi di abbigliamento di maggior pregio in giro per le boutique di San Francisco e si fa praticare sconti vertiginosi. Una volta a casa, opera la magia del ritocco e mette in vendita l’indumento, gonfiando il prezzo, nella sua boutique virtuale, Nasty Gal.

È una serie che convince, il nuovo “Girlboss”. Dentro non c’è la comicità stantia, che quasi profuma di casa nostra, delle comedy generaliste, con le risate in scatola. È una comicità ferocemente aggrappata al nostro tempo, pur essendo ambientata nel 2006. Cattiva, cruda e senza tenui indoramenti mielosi. L’ironia è l'unica strada che Sophia è capace di percorrere nei campi brulli dei rapporti. Ed è una strada senza buche, con tante belle facce e belle luci ai bordi da visitare. Il difetto più vistoso è che si rimane sul terreno del divertimento, sempre, senza che germogli una lacrima o una riflessione più costruita e vivace sui tempi bui che ci ingoiano, come invece accade nelle cugine dark-comedy, “Girls”, “Transparent”, “Love” e “You’re The Worst”.

Ma, tutto sommato, entrando nella boutique Netflix, non si può dire di non aver fatto un ottimo acquisto.

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