Edoardo Varini
Due o tre cose che so del mondo
6 Maggio Mag 2017 1836 06 maggio 2017

Prendi un Talisker, ladro. Che poi magari qualche Cocco Bill ti fa saltare le cervella per un salame

Castelg

Scrivo in quella sorta di mistico e nondimeno così meravigliosamente illuministico altrove che è un divano in pelle davanti ad un camino in una signorile villa di campagna di fine Ottocento.

Ho al mio fianco "Il Corriere" ed uno dei miei forse troppi libri di formazione – credetemi, non è un vanto, ma probabilmente l'ammissione di un errore – Anamorfosi, di Jurgis Baltrušaitis, Leggo o rileggo? Verrebbe da pensare che la rilettura sia quella del libro che ti svela una volta per tutte che quella che noi chiamiamo "visione prospettica" è solo uno tra i mille possibili artifici di rappresentazione visiva del reale. Sposti in avanti o di lato o all'indietro il punto di fuga e ti ritrovi a smaniare con gli occhi su centuplici realtà fingibili.

E invece non è una rilettura ma una rivelazione, di nuovo, e di nuovo ancora, e lo sarebbe se lo rileggessi mille volte. Calvino direbbe che succede perché è un classico, ed un classico «è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire».

Ho sempre ammirato la fede calviniana in un chiarore della Ragione che ci insegnasse infine, kantianamente, ad uscire dalla condizione di minorità dell'essere discepoli per divenire – o meglio: per scoprire di essere divenuti – maestri culturali di noi stessi.

Il problema – che in verità non è un problema ma una soluzione –, è che non funziona per niente così. Una volta che ti sei costruito il tuo ieratico carrus navalis per portarti a spasso per il mondo il tuo Sole e la tua Luna, ti accorgi che la parte di sapere che davvero importa non ti appartiene.

Verrà un tempo che la peste dell'individualismo romantico lascerà nuovamente e santamente spazio alla consapevolezza della profondità della condivisione. Lo Spirito non è nel profondo ma nella superficie. E quando sarai giunto proprio avanti sulla via della processione della tua vita ti accorgerai di non sapere più nemmeno intendere questa distinzione. «Ciò che è alto è come ciò che è basso è ciò è in basso è come ciò che è in alto, per fare il miracolo della cosa una», recita la Tabula Smaragdina.

Non mi sono dimenticato dell'attuale, e abbasso gli occhi e vedo il "Corriere". «Tensioni tra Renzi e il Governo». Pagina due, ci sono dei box esplicativi delle nuove norme della legge sulla legittima difesa approvata ieri alla Camera.

«Il buio condizione sufficiente ma non indispensabile», «Punibilità esclusa in caso di grave turbamento», «Il ladro colpito in casa altrui non può chiedere i danni», «Niente spese processuali per chi viene prosciolto».

L'impressione che hai vedendo le illustrazioni è di una striscia violenta con un finale lieto: due che si stringono la mano. Non rende. Quando si spara il finale lieto non c'è.

Mi rivolgo ai leghisti, cui da tanti punti mi sento accomunato: la licenza di uccidere tra le mura domestiche è una bestialità. Se un ladro sta scappando con il tuo Rolex e tu gli spari e lo ferisci gravemente o lo ammazzi – devi sempre metterlo in conto quando spari, perché non sai sparare, e lo dovresti mettere in conto anche se fossi un tiratore scelto – sei un'idiota che dà più valore a un pezzo di metallo che a una vita. Lo so, non in astratto ma «Perché è mio». Ma non cambia. È peggio, perché dai più valore alla proprietà che alla vita. Fosse anche la proprietà di una pentola, di un chicco di grano, di un uovo.

Questo è idolatrare lo statu quo. Non puoi volere riformare una società ingiusta idolatrando quel concetto di proprietà aprioristico e assoluto che costituisce la principale fonte di questa iniquità.

Scrivo questo da una villa piuttosto isolata, in mezzo a qualche quadro di un certo valore, senza Rolex perché me lo rubarono insieme ad altri orologi tempo fa e trovai da subito ridicolo provare una briciola di dispiacere.

Se entrasse un malintenzonato suppongo se ne andrebbe, perché peso quasi 120 kg. Sono io che non lo farei andare. Se non trovo un demonio riesco a a trattenerlo. Gli chiederei se abbia mai provato a lavorare. Penso che mi risponderebbe di sì. «Be' gli direi, riprovaci. E riprovaci ancora. Perché funziona così, perché è così che ci si guadagna il pane». Penso anche che gli offrirei da bere, un Talisker, magari. Single Malt 57° North, quello che sto sorseggiando adesso.

Escludendo di passare all'ex malintenzionato Baltrušaitis, gli passerei il "Corriere", dicendogli: «Leggi un po' qua. Lo capisci che prima o poi qualcuno ti sparerà in quella grandissima testa di cazzo?».

Non credo che sorriderebbe. E magari, finito il whisky, tornerebbe a rubare. Però io non lo ammazzo uno per della roba. Perché sarei infinitamente più testa di cazzo di lui.

A presto.

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