Alessandro Oliva
Viva la Fifa
10 Maggio Mag 2017 0919 10 maggio 2017

All'Inter non è rimasto altro che trollarci tutti

Pioli

C'è stato un tempo in cui l'Inter batteva la Juve. Basta riavvolgere il nastro degli ultimi mesi: 2-1 a San Siro e campioni d'Italia rispediti a casa senza troppi complimenti. Succedeva a settembre 2016, ma considerata la stagione nerazzurra nel suo complesso, sembrano passati almeno due o tre anni. Per dire: quell'Inter la allenava Frank De Boer, secondo allenatore stagionale (eravamo a settembre, ricordo) dopo che Mancini aveva guidato la squadra nella tournée statunitense.

Quella vittoria ci aveva illusi un po' tutti. Sembrava che la Juve potesse imboccare la strada della pancia piena, della soddisfazione dopo un ciclo vincente. Sembrava che l'Inter avesse azzecato la scelta del cambio di tecnico, quel De Boer che non sapeva parlare italiano ma che a modo suo stava cercando di dare un'identità alla squadra, tramite un modulo forse più adatto alla Liga ma riconoscibile, oltre ai tentativi di disciplina alla Pinetina: si mangia assieme, decido io tutto, chi rompe le palle va in tribuna.

Sembrava, perché sappiamo tutti com'è andata. La Juve ha perso altre gare, ma ha cambiato modulo e si è ripresa la testa della classifica, la finale di Coppa Italia e la seconda finale di Champions in tre anni. L'Inter ha perso altre gare, ma ha cambiato allenatore e poi un altro ancora. Già, perchè a un certo punto ci si è resi conto che lo strappo era stato troppo grande, e Boer era una rivoluzione assai rischiosa per l'Inter. Meglio un normalizzatore, meglio Pioli. Anche qui, la grande illusione, che ha raggiunto il culmine con i 7 gol rifilati in casa all'Atalanta. Sembrava che l'Inter avesse raggiunto, pur tra tante difficoltà, un suo equilibrio, una dimensione. Poi, l'ennesimo crollo. La gestione dell'ultimo esonero, poi, è in pratica una trollata: nella sera in cui la Juve va a Cardiff, l'Inter annuncia il licenziamento di Pioli. Cioè, proprio mentre la Juve sta aspettando il fischio finale. Ammesso e non concesso che ci sia stato qualcosa che ha fatto precipitare la situazione, resta da capire la strategia comunicativa di un club in cui ancora non si è capito molto su chi decide davvero, su che intenzioni abbiano davvero i cinesi e su che cosa ci faccia lì Zanetti. Per dire: ieri sulla Gazzetta la notizia in mattinata della strigliata alla squadra da parte di Ausilio-Gardini-Zanetti, in serata l'esonero deciso dalla Cina.

Se Atene piange, Sparta non ride. Perché - e non vuole essere affatto una consolazione - in un modo o nell'altro sembra che in Serie A ci sia una piccola grande gara a non ostacolare la corsa della Juve verso la gloria. L'Inter ha cambiato 8 allenatori in 8 anni da Benitez in avanti, mentre il Milan ha perso in pratica 2 anni tra Mr Bee e l'infinito closing con i cinesi. Alla Roma sono dilaniati in due tra spallettiani e tottiani, mentre a Napoli guardano ancotra ai fatturati altrui: ai partenopei manca davvero poco allo scudetto, ma sembra non si decidano mai a fare il passo finale. E quando non vogliamo vedere tutto questo, ci rifugiamo nell'ennesima polemica arbitrale.

Solo una squadra, fino ad ora, è riuscita a sfruttare una situazione grave per riemergere con l'organizzazione, ed è stata la Juve post-calciopoli. C'è stato chi ha pensato al nuovo stadio, alla comunicazione, agli investimenti mirati. C'è chi invece ha solo pensato a risolvere le cose mettendo tutto in mano all'allenatore, poi il resto si vedrà. L'esonero di Mancini è costato all'Inter almeno 2 milioni di euro per l'accordo consensuale di rescissione, più 1,5 milioni di penale per aver mandato via anche De Boer. Ora vediamo quanto costerà quello di Pioli. E tralasciamo i 29 milioni per Gabigol. La Juve, per un altro brasiliano come Dani Alves non ha speso nulla per il cartellino: era a parametro zero. E con la qualificazione alla finale di Cardiff si è messa in tasca più di 100 milioni di euro. Per oggi le differenze posson bastare.

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