Elisabetta Favale
E(li's)books
12 Maggio Mag 2017 1332 12 maggio 2017

Lettera a Papa Francesco di Farian Sabahi

Farian Sabahi

Voglio proporvi un estratto della lettera che la giornalista e scrittrice (ma in realtà è tante altre cose…) Farian Sabahi ha scritto a Papa Francesco (è una TEDx una video lettera che trovate anche su youtube) affrontando il tema della violenza sulle donne.

La protagonista della lettera è Ginevra, piemontese con quattro figli che trova il coraggio di denunciare gli abusi subiti dal marito. Quella che vi pubblico è la prima parte, in fondo troverete il link per continuare la lettura.

Santo Padre,

Ho iniziato a scriverti due anni fa, una mattina di primavera avanzata in un paese delle Langhe con le strade di ciottoli che salgono a spirale fino alla piazza. Sulla piazza un castello e una chiesa antica. Come ce ne sono

tante in Piemonte. Da quella piazza, la valle si apre a perdifiato. In fondo, le colline coperte di boschi. Castagni e noccioli. In basso, le vigne e i campi di granoturco. La bellezza delle Langhe! Lì, la bellezza straordinaria del paesaggio convive con... l’orrore di certe famiglie. La mia, borghese. Nell’indifferenza di tanti.

3 aprile 2013

Santo Padre,

Mi chiamo Ginevra, ho quarant’anni. Sono originaria di Torino, sono cresciuta lì e ho frequentato il liceo. Dopo, ho conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Era autunno. Veniva dalle Langhe, Cuneo. Un giovane smilzo, dalle belle maniere. Si era appena iscritto a Medicina, a Torino. Corso Massimo D’Azeglio. Quel giorno le nebbie del Po salivano nel parco. L’aria ci ubriacava. Ci guardavamo ed eravamo felici. Un sogno rimasto nel sangue. Si è laureato, specializzato. Sposati. Un matrimonio sontuoso. Mi sono trasferita nel suo paese.

Primo figlio Matteo, dono di Dio. Poi Pietro e Luca, i gemelli. Pietro è la pietra su cui Gesù fonda la sua chiesa. Luca è la luce, il preferito della Madonna. San Luca è il patrono dei medici. Francesca, occhi verdi e riccioli biondi, sguardo sfuggente. Mi somiglia. Sono belli, i miei figli! Hanno quel colorito sano di chi vive in campagna. Ai piedi delle Langhe, alla confluenza di due fiumi. Trecento metri sul livello del mare. Un tempo tappa per viandanti e pellegrini sull’antica via del sale che collegava Albenga ad Alba. Viviamo in una grande cascina, di giorno i bambini giocano scalzi nell’erba e saltan di gioia, la notte cantano i grilli. Andrea è l’erede di una famiglia ricca, padroni di un palazzo in città e di una bella villa al mare a Sanremo. La famiglia di lui è conosciuta nella nostra borgata: fa molte donazioni alla Chiesa e la domenica lui si fa sempre vedere a messa, nel banco di legno in prima fila, con su scritto il nome di famiglia. Da giovane s’è preso il tempo per viaggiare. Ma anziché sposare una ragazza di paese, una fanciulla abituata alla vita di campagna, ha scelto me. Torinese, straniera in quel di Cuneo. Esile e bionda come certe altre che aveva incontrato nel mondo. Purtroppo, la nostra storia bella finisce qui: mio marito non ha le virtù morali di re Artù. Quand’è tornato a vivere al paese è cambiato. Sarà la cultura contadina, maschilista. Saranno gli amici al bar: per loro le donne non contano, son fatte per servirli. Fatto sta che Andrea è diventato violento. Mi picchia da dodici anni e ora usa violenza anche sui bambini. Nei dintorni non s’aggira nessun Lancillotto in grado di salvarci. La nostra non è una situazione degradata, come in certe periferie. Tutt’altro. Andrea è

primario. Guadagna bene. Certo, con me non è generoso. Mi dà pochi euro la volta, la sera reclama gli scontrini del droghiere, dal macellaio passa lui alla fine del mese. Però in fondo i soldi ci sono. L’altra notte Andrea mi ha presa a calci, ero troppo stanca, non ho resistito al dolore. Ho gridato. La bambina si è svegliata di soprassalto si è insinuata sulle scale mi ha vista a terra mentre il padre mi colpiva. Il mattino dopo, a scuola, è scoppiata a piangere. La maestra l’ha abbracciata, s’è fatta raccontare tutto. Era sorpresa. Conosce Andrea da sempre. Mai si sarebbe aspettata fosse violento. Ma i bambini non dicono bugie. La maestra mi ha convocata e detto che gli avrebbe parlato lei. L’ho implorata di non farlo. Rischiamo di essere ammazzate, io e la bambina.

Per ora non me la sento di ribellarmi. Non posso lasciare questa bella casa per trasferirmi, con i miei quattro figli, in un piccolo appartamento. E poi mio marito è cattolico, non vuole separarsi. Anche i miei genitori sono cattolici, praticanti. Abitano in città e non li vedo spesso. Mia madre ha intuito qualcosa, ma non la voglio rattristare con i miei problemi, so già che una figlia divorziata non le piacerebbe. In realtà non voglio lasciare Andrea. Non voglio andare dai Carabinieri, come mi consiglia un’amica, una compagna di liceo, l’unica che sento ogni tanto. Sarebbe come tradirlo. Forse sbaglio qualcosa. Mi sembra tutto così strano. Quando l’ho conosciuto, Andrea era gentile. Lo è anche adesso. Mi riempie di botte, poi m’abbraccia e dice d’amarmi. Succede spesso. Se sanguino, ovviamente la medicazione me la fa lui. Non vuole vada al pronto soccorso. Lì, lo conoscono tutti. Sovente la famiglia, anziché essere l’immagine dell’amore, diventa luogo di

tranquilla crudeltà. L’altro giorno sono tornata a casa e mi sono trovata davanti sua madre. Da giovane era manesca. Picchiava il marito, i figli. In casa lei non parla italiano, adopera il dialetto. In quel linguaggio scabro, qualche sera fa ha incitato Andrea a picchiarmi. Poi è stata lei, mia suocera, a mandarmi via. Via

di casa. I bambini guardavano, attoniti. Forse perché qui buoi e persone sono tutta una razza, io sono di Torino e sono di una famiglia perbene, borghese. Lei avrebbe preferito una ragazza di qua. Di quelle che stanno in casa e non dicono nulla. Domenica sono andata a confessarmi. Don Paolo dice che devo avere

pazienza, sopportare. Le persone provate dalle più grandi sofferenze sono predilette da Dio, disse Gesù. Non mi devo lamentare. La famiglia è sacra, non si può smembrare. Certo che è difficile restare uniti se non si è tutti rispettosi l’uno dell’altro. Ma qui, in ballo, non c’è solo il rispetto. C’è violenza e la violenza recide l’amore. Dopo avermi picchiato Andrea va a confessarsi, si pente e il prete gli concede il perdono. Poi ci ricasca, torna a picchiarmi e Don Paolo lo perdona ancora. È un prete di campagna, mia suocera gli porta polli e conigli. Storie di altri tempi. Andrea vuol dire uomo. Santo Padre, nella messa di inizio pontificato lei ha detto che ogni uomo dev’essere custode di se stesso e degli altri. Andrea stava guardando la messa, in tivù. Poi è bastato un pretesto perché mi picchiasse di nuovo, davanti ai bambini. È diventata cosa normale. Anche per me. Resto in silenzio, fissando stravolta il mio uomo. Ho fatto quattro figli. Ma qui le donne sono come allora, fanno bambini e non contano nulla. Sono piena di lividi, nascondo la ferita allo zigomo con un po’ di trucco. Devo fare qualcosa. Per loro, per i miei figli. Il maggiore, ha iniziato ad alzare le mani. Santo Padre, l’ho sentita, alla radio, mentre parlava delle prime credenti. Vorrei chiederle aiuto. Forse basterebbe una sua parola per mettere fine a tanta violenza. Violenza travestita da amore, ho sentito dire. Ma forse non servirebbe: che cosa si può dire che già non sia stato detto? A meno che lei, Santo Padre, non decida di parlare ai preti, a quelli come Don Paolo. Perché non concedano - con tanta facilità - il perdono a uomini come mio marito. La Chiesa perdoni lì dove sente il pentimento sincero. Perché un pentimento solo formale serve a tornare ai sacramenti, ma anche alla solita violenza. Bisogna dimostrare pentimento, provare a correggersi. Davanti alla finzione il prete non può – e non deve – assolvere.

Nel 2015 una nuova lettera.

Potete leggerla qui

http://www.fariansabahi.com/

Un suo libro che consiglio invece è Un’estate a Teheran - Laterza

Inoltre sarà possibile incontrarla a Torino in occasione del Salone Internazione del libro sarà presente all'incontro dedicato a “La jihad e le donne” con Luciana Capretti con Monica Guerritore.

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