Andrea Amiotti
Il passeggero
20 Maggio Mag 2017 1621 20 maggio 2017

Da X Factor ai grandi della musica: “Harry Styles” di Harry Styles

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20 maggio, Twitter, è da poco passata la mezzanotte in Italia. Harry Styles dice: “Ciao Los Angeles, vieni a vedermi”. Allega il link con le istruzioni per comprare un biglietto (uno solo a persona, da acquistare direttamente a un botteghino) per lo show in California previsto per la sera stessa. Il ricavato sarà devoluto in beneficienza, per l’organizzazione Safe place for Youth.
Il costo del biglietto: 20$. La capienza del nightclub The Troubadour: 500 persone. La locandina: un bianco e nero semplice con tre foto (uguali) in successione, ricorda quelle dei Beatles negli anni ’60.

È il secondo “secret show” annunciato all’improvviso, il primo al Garage di Londra, anche questo con una capienza limitata a mezzo migliaio di persone. La locandina per quest’ultimo è diversa: c’è solo una foto. Per il resto è uguale.

Canta la sua nuova scaletta. “Sign of the Times”, singolo di debutto, è compreso nel primo album da solista di Harry Styles, titolo omonimo “Harry Styles”, già in cima alle classifiche di più di 80 paesi e con un tour mondiale annunciato ad aprile. L’artista farà la sua comparsa su palchi che si presentano a un pubblico numericamente superiore rispetto a quello del Garage e del Troubadour, ma inferiore rispetto alle aspettative di chiunque, soprattutto dei fan, che hanno visto passarsi i biglietti sotto al naso (questa volta online) in data 5 maggio. Il sold out è stato d’obbligo e fulmineo.
Harry Styles giustifica la sua scelta: per il suo primo tour vuole esibirsi in ambienti contenuti, luoghi in cui lui per primo possa percepire l’intimità tra artista e pubblico. E subito dopo il sold out (per il quale ringrazia, sempre su Twitter) dice: “Se non riuscirò a vederti in questo tour tornerò l’anno prossimo, se mi vorrete. Love, H.”

Così inizia il volo d’angelo di “Harry Styles”, con il botto. Un po’ come tutti si aspettavano.

Il volo di Harry Styles, invece, comincia nel 2010, con le audizioni a X Factor Uk. Scartato alla prima tornata di selezioni, quella che l’avrebbe indirizzato verso la strada da solista, viene subito richiamato dai giudici (e in particolare da Simon Cowell, ideatore del talent show) e, senza che passi molto, nascono gli One Direction, dal niente e in poco tempo (due minuti, ha detto una volta Cowell). Oltre a Harry ci sono Liam Payne, Louis Tomlinson, Niall Horan e Zayn Malik, tutti inglesi eccetto Niall, irlandese, e Zayn, di origini pakistane.
In sintesi il gruppo non vince, ma per qualche motivo, senza che ci sia un album o un singolo o un’idea sul futuro della band, viene accolto nel panorama musicale come la gallina dalle uova d’oro.
Nel giro di quattro anni pubblicano quattro album, fanno quattro tour (di cui uno mondiale negli stadi), incontrano la regina d’Inghilterra, cantano alle Olimpiadi di Londra del 2012 e conquistano più o meno tutto quello che c’è da conquistare.
Insomma, Harry Styles è già arrivato sulla luna molto prima della decisione unanime della band, nel 2015, di prendersi una pausa a tempo indeterminato. Zayn Malik invece abbandona definitivamente il gruppo qualche mese prima.
Il primo traguardo di Harry Styles non è nell’ambito musicale. Poco tempo dopo l’annuncio degli One Direction un altro mette scompiglio nel numerosissimo fandom delle “directioner”: Chris Nolan, regista di noti film quali “Batman - Il cavaliere oscuro”, “Interstellar”, “Inception” e molti altri mette in cantiere “Dunkirk”, un film sullo sbarco in Normandia durante la seconda guerra mondiale. Harry è nel cast.
Poi, per qualche tempo, sparisce. Dichiarerà dopo (qualche giorno fa) che in quel periodo era in Jamaica a prendersi una vacanza e a iniziare a buttare giù le prime righe di alcune canzoni che sarebbero poi state nel suo album. Arruola nuovi componenti della band, questa volta non cantanti ma chitarristi, pianisti, batteristi e, insieme, coristi.
Ad aprile del 2017 arriva l’annuncio attesissimo: l’album sarebbe uscito a maggio, il titolo: “Harry Styles.” Qualche giorno più tardi escono le date del tour mondiale. Verrà a Milano il 10 novembre 2017, all’Alcatraz.

Adesso siamo alla mattina (in Italia) dopo il concerto segreto a Los Angeles. Sui social circolano incessantemente le foto, i video, le impressioni e le emozioni della serata. È un calderone d’informazioni che i fan di tutto il mondo si scambiano, ed è ancora caldissimo.
Poi leggo: Harry Styles duetta con Stevie Nicks. Cantano prima “Landsline”, un brano degli stessi Fleetwood Mac, poi una canzone dell’album di Harry, “Two Ghosts”. È incredibile.
Al tempo degli One Direction Harry si è esibito con Ronnie Wood (dei Rolling Stones, per chi già non lo sapesse), da quando ha intrapreso la carriera solista prima Nick Mason (batterista dei Pink Floyd) avrebbe dichiarato che gli piacerebbe fare una futura collaborazione, e ora il duetto con Stevie Nicks. Da grande amante del genere di questi artisti, a Harry Styles sarà venuto un colpo. Ma anche a me l’accidenti non è stato risparmiato.
Soprattutto, mi è venuto da chiedermi: è così vero che i talent show valgono così poco? Come fa un programma televisivo come X Factor a lanciarti in orbite così lontane? Harry Styles, 23 anni, aspetto e maniere british, è ormai arrivato. Ma arrivato veramente.
Sarebbe bello potergli chiedere: “Cosa c’è dopo questo?”, intendendo ovviamente a cosa si possa aspirare di più grande dopo questo livello. La possibile e probabile risposta modulata dalla voce flemmatica ed esitante forse sarebbe: “Non lo so, penso che non ci sia nulla. Puoi solo continuare a fare quello che ti piace.” (Chissà).

A ben ripensarci la cosa non è neppure così scandalosa. In un’epoca regolata prevalentemente dalla rete, dalla comunicazione virtuale, dagli smartphone e dai social media non dovrebbe esistere opportunità più consistente di X Factor, per chi volesse intraprendere la strada del musicista. Ma fa sempre il suo effetto vedere generazioni appartenenti a contesti così diversi coesistere in uno stesso ambiente e in una stessa situazione. Un bell’effetto, per certi versi.
Ed Harry Styles porta il marchio del tentato ritorno a quella musica degli anni ’60, ’70 e ’80, quella dei Rolling Stones, di David Bowie, dei Led Zeppelin, dei Beatles, dei Pink Floyd. Il suo album, un tributo umile e malinconico agli albori della musica pop e rock inglese, è un riassunto degli stili pop, rock, glam rock, folk pop e ballad. Non sconvolge né rivoluziona il panorama musicale, ma sottolinea la crisi del genere pop contemporaneo e dà una (giovane) chiave di lettura piacevole di un genere che non muore mai.

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