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24 Maggio Mag 2017 0830 24 maggio 2017

In difesa dei badge nelle Università pubbliche

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Avevo in mente da tempo di esprimere la mia opinione su questo tema. Poi, i recenti scontri di piazza seguiti alla decisione dell’Università di Bologna di limitare l’accesso alla biblioteca di scienze umanistiche mi hanno convinto a darmi una mossa.

Amo l’Università e ci lavoro. Ho anche visto come sono organizzati atenei top all’estero. Quindi, mi sento titolato a esprimere un pensiero: coloro che erigono barricate e fanno a botte perché “la biblioteca è un luogo di incontro e non si può chiudere” vogliono male all’Università (a proposito, quando li espelliamo questi cocchi di mamma e facciamo spazio a gente che vuole studiare e non devastare i beni pubblici?).

Lo stesso dicasi per coloro che mettono a ferro e fuoco le loro Facoltà di Lettere e Filosofia perché contrari al numero chiuso. Ma questo è un altro tema e non ne discuteremo qui.

Occorre chiarire che cos’è un’Università. Essenzialmente è: a) un luogo di studio (= trasmissione del sapere); b) un luogo di ricerca (= elaborazione del sapere). Da ciò discendono una serie di corollari. Per esempio l’Università deve essere un’istituzione essenziale per tenere acceso (far ripartire?) l’ascensore sociale. A questo fine, deve essere meritocratica e trasparente (e non ci siamo ancora).

Occorre poi chiarire che cosa NON è un’Università. Per esempio, non è un luogo dove si vivacchia perché studiare è meglio di lavorare. A proposito. Quando adotteremo in forma generalizzata il modello dell’esame scritto e anonimo, ossia più oggettivo e difficile, in voga in tutti i paesi con accademie leader del mondo (vedi Germania, U.K., Stati Uniti, ma anche Francia ecc…)?

Non è neppure una biblioteca pubblica. Deve essere riservata a coloro che intendono seguire un certo percorso per poi svolgere una data professione. Sia chiaro. Chi scrive vorrebbe che tutti i corsi di tutte le Università venissero filmati e posti su YouTube o su piattaforme apposite per il bene della conoscenza e della diffusione del sapere. Ma l’Università non può e non deve essere accomunata ad altri poli generici di accesso al sapere, per quanto utili e necessari.

Da questa premessa segue un concetto che necessita di essere ribadito, specialmente ai teppisti che evidentemente non si pongono il problema: gli studenti pagano una retta. Ciò, come minimo, dà loro il diritto di usufruire delle strutture predisposte. Quante volte le aule diventano bivacchi per persone non interessate alle lezioni? Quante volte non avete trovato posto nella biblioteca della vostra facoltà perché occupata da gente che con i vostri studi non c’entra nulla ma che non ha voglia di fare 50 metri in più per raggiungere le sue strutture?

Coloro che rivendicano con la violenza un’Università “democratica e aperta” non sanno di cosa parlano. “Democrazia e apertura” non significa poter fare un uso improprio delle strutture messe a disposizione peggiorando il servizio per tutti. “Democrazia e apertura” significa permettere a coloro che ne hanno il diritto di godere di determinati servizi negli spazi messi loro a disposizione. Quindi ben vengano i badge per accedere alle biblioteche e ad altre strutture a capienza limitata. Sei filosofo? Non occupi un banco tra i giuristi e viceversa. Vieni dall’Università X? Puoi entrare nelle strutture delle Università Y solo se c’è spazio per te.

Sono assolutamente conscio che in un Paese emotivo e talvolta ottusamente ideologico come il nostro, questo concetto farà indignare molti. Anche perché le ellissi demagogiche sono dietro l’angolo. Un minimo di ordine razionale posto nella gestione delle – spesso malandate – strutture delle nostre Università pubbliche non trasformerà il nostro sistema in quello inglese o americano. A Oxford e Cambridge, per esempio, ci sono badge per entrare ovunque. I college sono mondi chiusi (spesso anche ai turisti) e talvolta circondati da alte mura che fisicamente simboleggiano lo spartiacque tra l’élite (dentro) e il popolino fuori.

Ciò non deve accadere.

Tuttavia, non è neppure accettabile un sistema opposto che giunge a sacrificare la qualità dei servizi di chi ne avrebbe diritto. Questo è poco democratico. Quindi ben vengano i badge e non solo per le sale studio, se necessario.

Naturalmente, ciò non risolverà tutti i problemi della nostra accademia che è molto indietro rispetto a tante esperienze straniere. La carenza cronica di fondi – grave problema strutturale – ; la selezione dei docenti spesso discutibile; il troppo personale amministrativo talvolta eccessivamente sfaccendato eccetera sono tutti fattori rilevanti. Ma dato che da qualche parte occorre pur partire, un minimo di razionalità nella gestione degli spazi di studio e di ricerca è già un primo passo.

Non mi resta che concludere esprimendo una mia convinzione: gli studenti normali (= che non vogliono null’altro che aule decenti e biblioteche decenti) e onesti (= che non rivendicano il diritto allo studio impedendo alla gente di studiare) sono d’accordo come me.

Tersite

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