Luca Serafini
Post filosofico
26 Maggio Mag 2017 1214 26 maggio 2017

Totti, parabola di un eroe fragile

Totti Foto 2

“Lasciarsi un giorno a Roma”, è il titolo di un brano di Niccolò Fabi. Proprio quello che accadrà domenica prossima allo stadio Olimpico, all’ora dell’ultima recita, tra Francesco Totti e la sua gente. O forse no, visto il messaggio ambiguo lasciato sui profili social dal capitano giallorosso, che sembra aprire alla possibilità di un’ultima stagione da calciatore con un’altra maglia. Ma quale sentimento descrive Niccolò Fabi nella sua canzone? Nient’altro che l’eros, l’eterno tormento della comunità passionale degli amanti. È la comunità a due che sfocia nella comunione, nella mancanza di confini tra il sé e l’altro, nella simbiosi che produce una devozione esclusiva. Quel sentimento che tanta letteratura e tanta filosofia hanno contrapposto alla mediazione razionale e alla varietà di esperienze cognitive, morali e sociali proprie dell’amicizia.

“L’amicizia è un sentimento, l’amore è una malattia”, diceva Oscar Wilde alludendo alla perdita di senso del limite, al dolore talvolta insopportabile del distacco, al punto di giuntura tra gli slanci più nobili dell’animo e il loro rovescio nei sentimenti più turpi, alla necessità di difendersi cancellando l’oggetto prima amato e poi perduto. “Lasciarsi, lasciarsi, e poi dimenticarsi”, canta ancora Niccolò Fabi.

Ma il romanzo calcistico di Francesco Totti non è questo. È piuttosto una parabola di amicizia universale, di slanci disinteressati e di saggezza umana. Gli omaggi tributati dai tifosi di tutte le squadre, i messaggi di auguri piovuti da tutto il mondo per i suoi 40 anni, dimostrano anche al più ostinato dei suoi detrattori che il capitano della Roma incarna qualcosa che viene avvertito a tutte le latitudini e che trascende la rivalità sportiva. Un amore così poco esclusivo che è stato in qualche modo celebrato persino dagli “eterni rivali” della Lazio. “Legend Totti”, titolavano i giornali inglesi dopo il gol al Manchester City in Champion’s League due anni fa. “From a legend to another one”, si rivolgeva a lui Usain Bolt in un videomessaggio. Ma perché?

Ci sono i record, certo. 250 gol in serie A, secondo miglior marcatore di sempre. C’è un talento abbacinante ammirato per quasi cinque lustri. C’è l’esempio di un atleta che con sacrificio e abnegazione si è spinto oltre i suoi limiti fisici fino a 40 anni. C’è la poesia del finale del campionato scorso, quando ha trasformato dei cammei di commiato in una rappresentazione di eternità calcistica. C’è la fedeltà ad una sola maglia per un’intera carriera. Eppure non basta. Di record sono pieni gli almanacchi, e la serie A di oggi non vale altri campionati ormai più prestigiosi. Totti ha sì predicato calcio, ma le luci della ribalta internazionale per lui si sono accese raramente. In Nazionale ha avuto dei lampi, ma non ha lasciato un segno indelebile come altri campioni. Giocare nella Roma ha limitato notevolmente le sue opportunità di calcare i grandi palcoscenici del calcio mondiale. Di bandiere ce ne sono state anche altre, da Maldini a Del Piero a Zanetti, solo per citare il nostro campionato e i tempi più recenti.

Eppure il finale di partita di tutti questi campioni non è stato nemmeno lontanamente paragonabile a quello del capitano giallorosso. Sono scrosciati applausi, ma non tutti i rivali si sono stretti attorno a loro. C’è stata un’eco internazionale, ma priva di quella narrazione leggendaria a cui assistiamo ora, con Diego Armando Maradona che ha definito il numero 10 della Roma “il miglior giocatore che abbia visto in vita mia”.

Forse allora ciò che rende inevitabile per qualsiasi tifoso di qualsiasi squadra amare Francesco Totti ha a che fare con qualcosa che va oltre il calcio, pur prendendo forma sul rettangolo di gioco. Maldini, Del Piero e Zanetti sono eroi epici, fenomeni pluridecorati. Hanno vinto scudetti, alzato coppe, hanno incarnato l’ideale dell’Io di ciascuno di noi, hanno rappresentato un facile oggetto di identificazione e appagamento. Ma non c’è amore più intenso di quello per la condizione umana, ed ecco allora che solo Totti nel mondo del calcio ha personificato l’unione tra epico e tragico, tra il superomismo trascendente del campione e lo scacco immanente del fato. Totti è eroe fragile, re nudo. Ha compiuto imprese titaniche, realizzato prodezze sublimi, trascinato a volte da solo una squadra e una comunità, ma è uscito spesso sconfitto. Ha sfiorato ripetutamente il successo, ma raramente l’ha raggiunto. Non per suoi demeriti, come vorrebbe il cinismo di chi divide il mondo tra vincenti e perdenti, ma per gli oggettivi limiti della squadra in cui ha sempre militato, e che lui ha potuto colmare solo in parte. Totti ha vinto la Scarpa d’oro, si è reinventato come centravanti nella prima Roma di Spalletti sopperendo alle lacune di una società che non faceva mercato, e in quel ruolo si è caricato la Roma sulle spalle per anni. Tre volte ha visto svanire lo scudetto all’ultima giornata, spesso dopo rimonte straordinarie, per ben dieci volte è arrivato secondo in classifica, ha perso una finale di Coppa Italia con la Lazio, in molte delle partite che ha disputato ha visto le proprie prodezze rovinate da un compagno di squadra incapace di sfruttare un suo assist o dall’errore di un difensore maldestro.

Totti è stato un interprete geniale del gioco del calcio militando in una delle squadre più sfortunate degli ultimi 25 anni, sempre a un passo dal successo, ma sempre di fronte ad un avversario troppo più attrezzato, più completo, più ricco, con un talento perfettamente distribuito tra tutti gli effettivi. Ha dato tutto quello che aveva, ma ha dovuto scontrarsi con l’evidenza che nessuno può farcela da solo.

Ecco perché Totti è l’eroe esistenzialista per eccellenza. Il suo mito è il mito di Sisifo nell’interpretazione che ne dà Albert Camus. Sisifo è la figura maggiormente rappresentativa della lotta dell’uomo contro l’assurdo. Come forma di eterna espiazione delle sue colpe nei confronti degli Dei, egli deve trasportare in cima a una montagna un masso che, ricadendo ogni volta verso il basso, lo costringe a replicare continuamente uno sforzo privo di appagamento. Ma per Camus proprio Sisifo è l’eroe più saggio, e infine il più umano, perché accetta il fardello del non-senso. L’assurdo, per Camus, va attraversato, intensificando al massimo l’esperienza immanente del mondo e della vita, rifiutando le false consolazioni prodotte dalla vana ricerca dell’assoluto.

“Dobbiamo immaginare Sisifo felice”, dice Camus. Ecco allora che la devozione di Totti al suo essere atleta, la sua intatta capacità di sognare traguardi che probabilmente non raggiungerà, la sua perpetua voglia di migliorarsi e di godere nella realizzazione del gesto sportivo in quanto tale, tutte queste cose lo rendono allo stesso tempo il più semplice e il più saggio di tutti noi. Totti è il mezzo senza fine, è la voglia di correre dietro a un pallone del ragazzino di Porta Metronia che lui era e che tutti noi siamo.

Non è solo, Totti, nemmeno nel Pantheon calcistico degli eroi fragili e troppo umani che hanno giurato fedeltà a una maglia negandosi consapevolmente traguardi più ambiziosi. Ma c’è comunque qualcosa che lo distingue da tutti gli altri. Si può citare Steven Gerrard, un’intera carriera nel Liverpool e un bottino di trofei abbastanza magro. C’è chi, come Matthew Le Tissier, pur avendo ricevuto in dono un talento cristallino non ha mai tradito i colori di una squadra modesta come il Southampton. Ma Le Tissier non aveva certo la classe immensa di Totti, e il Liverpool di Gerrard, pur raggiungendo risultati gloriosi come la vittoria della Champion’s League, nella quotidianità dell’esistenza calcistica non ha quasi mai lottato per vincere la Premier League, al contrario della Roma con la sua collezioni di secondi posti.

Anche Totti, come Gerrard, ha conosciuto il sapore del trionfo, con lo scudetto del 2001 e il Mondiale del 2006, rimpinguando poi la sua bacheca con due Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Se non avesse vinto nulla sarebbe rimasto un campione mutilato, e forse l’abbraccio tra titanismo e fragilità traspare ancora meglio in questa parabola fatta di traguardi prima raggiunti e poi vanamente inseguiti negli anni a venire.

Le gesta di Totti hanno la grazia ma anche la caducità della ginestra di Leopardi, il fiore del deserto che con eroismo sfida le forze della Natura pur accettando il suo destino ineluttabile, quello di soccombere alla lava del vulcano che prima o poi finirà per inghiottirlo.

Totti è il destino beffardo che vanifica i nostri sforzi più strenui, è il partner che ci lascia all’improvviso rinnegando il progetto di un futuro comune, è il concorso che non passiamo per mezzo punto, è il colloquio di lavoro in cui veniamo respinti senza capire il perché. Ma è anche la voglia di vivere che riaffiora puntualmente, la maturata consapevolezza che fare bene le cose è un valore in sé.

Totti è la possibilità di identificarci con qualcuno senza smettere di essere quello che siamo. Per questo il suo ritiro, che sia domenica prossima o tra un anno, sarà un trauma collettivo che coinvolgerà tutti gli sportivi, non un rito celebrato all’interno della comunità degli amanti. Totti era la sublimazione del principio di realtà, che ora ritroverà la durezza di sempre. Forse questo ci spingerà ad ubriacarci nuovamente di illusioni, riporterà l’immaginario collettivo alla celebrazione di eroi immacolati e trionfatori seriali. Ci abitueremo, in qualche modo, ma con un’altra consapevolezza rispetto al passato. Lo dice proprio la canzone di Niccolò Fabi: “Fai finta che è normale, non riuscire a stare più con me”.

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